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mercoledì 30 luglio 2008

L'attacco ai precari è solo l'inizio

da il Manifesto 29/07/2008
Loris Campetti

Ha ragione il presidente dei deputati leghisti, Roberto Cota: la cosiddetta norma anti precari non toglie diritti, li ripristina. Tutto sta a intendersi sui soggetti a cui i diritti vengono «ripristinati». In questo caso i beneficiari sono gli imprenditori che giustamente plaudono all'ultimo assalto ai diritti dei lavoratori sferrato dal governo. Ai padroni viene restituito il potere assoluto sulla forza lavoro, arginato dallo Statuto e dalle successive conquiste strappate dal movimento operaio negli anni Settanta. La contestata norma collegata alla manovra economica, infatti, concede ai datori di lavoro il diritto a licenziare i propri dipendenti.

Per ora le vittime sono i precari, domani chissà. Possono licenziare anche in violazione delle normative vigenti, rischiando al massimo una multarella di qualche migliaio di euro, qualora il giudice ritenga illegittimo il provvedimento. Insomma, nessun obbligo al reintegro e, dato che stiamo parlando di lavoratori precari, alla stipula di un contratto a tempo indeterminato. Dopo la conquista di Palazzo Chigi, la destra aveva giurato che l'articolo 18 non sarebbe stato toccato, certo memore di quei tre milioni di persone che avevano invaso il Circo Massimo appena sei anni prima - sembra passato un secolo - e invece ci ripensa, usando la più infame delle strategie. Cominciano la strage scatenandosi contro i più deboli, poi ce ne sarà per tutti. I precari occupano nel mercato del lavoro la stessa collocazione assegnata ai rom nella scala sociale.
La filosofia di Berlusconi è lineare: abbiamo vinto le elezioni conquistandoci il consenso della maggioranza degli italiani e la delega a governare. E noi governiamo, senza dover più rispondere ad alcuno, o alla legge. Te la do io la concertazione con le parti sociali, l'unico interlocutore riconosciuto dall'esecutivo è la Confindustria. O forse è ancora peggio: la mente è Emma Marcegaglia e i ministri il braccio (armato).
La norma anti-precari, si è scritto in questi giorni, «non ha padri» e molti anche nella maggioranza e nello stesso governo tendono a chiamarsi fuori, della serie «io non c'entro». Eppure la norma è stata partorita nella commissione bilancio della Camera, dunque in molti sapevano e l'hanno decisa. Ma allora, come mai la cosiddetta opposizione del Pd, o Di Pietro, sono caduti dalle nuvole? E' istruttiva una dichiarazione attribuita all'ex ministro del lavoro Cesare Damiano, che rivendica alla propria parte politica il fatto che la norma sia solo una sanatoria rispetto alle vertenze già aperte dai precari, e non abbia valore per i contratti futuri. Ammesso e non concesso che sia così, come mai Damiano e i suoi non hanno gridato allo scandalo, trovandosi di fronte a quella norma, e perché solo ora Walter Veltroni si indigna e annuncia battaglia in Parlamento? Non ci si venga a dire che siamo maldisposti, pregiudiziali nei confronti del Pd. Solo due giorni fa il Corriere ha pubblicato un ficcante intervento firmato dal «responsabile per il Lavoro e il Welfare nel governo ombra» Enrico Letta e dall'immarcescibile senatore e giuslavorista Pietro Ichino, titolato «Non solo precari, flessibilità per tutti». Nell'articolo si esalta il «drastico allargamento della possibilità di assumere lavoratori a termine» contenuto nell'emendamento aggiuntivo al decreto legge n. 112, quello che condanna i precari ad accontentarsi della paghetta impedendo invece la loro regolarizzazione. I due avanguardisti ombra contestano il metodo (l'emendamento aggiuntivo), ma al tempo stesso cantano «si può dare di più», si può estendere questa meraviglia ai lavoratori a tempo indeterminato.
Va dato atto alla Cgil di Guglielmo Epifani di aver preso una posizione netta contro il metodo (l'autoritarismo) e il merito (antisindacale) di quest'ultima aggressione del governo, e più in generale contro le politiche economiche e sociali di Berlusconi. Logica vorrebbe che alle parole il maggior sindacato italiano facesse seguire i fatti. E' quel che si aspettano in molti, dentro e fuori dalla Cgil. Quel che non si capisce è perché in corso d'Italia ci si ostini a salvare la Confindustria, che è il vero mandante delle politiche governative, il killer dei contratti nazionali.

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domenica 13 luglio 2008

Rifiuti umani

Pubblichiamo l’articolo di Sebastiano Canetta ed Ernesto Milanesi, uscito oggi sul manifesto, sulle condizioni inammaginabili di lavoratrici marocchine impegnate nel lavoro di smaltimento di rifiuti. Facendo ciò facciamo come redazione i nostri complimenti ai compagni e alle compagne della federazione del PRC di Padova. Il loro lavoro dimostra che non esiste solo il partito delle tessere gonfiate ma anche quello dell’inchiesta, dell’intervento sociale, della disobbedienza civile.

“Korogocho nel cuore della zona industriale di Padova. Un’immagine – quella della baraccopoli di Nairobi – stridentemente afficace nel modello nordest. La discarica fra i capannoni, dove il lavoro non ha tetto né legge. E’ l’ultima frontiera del veneto, dove immondizia ed axtracomunitari convivono fino a farsi confondere. E’ la Star Recycling di Corso Francia, dove ieri pomeriggio un blitz di Rifondazione Comunista work in action ha squarciato una realtà normalmente accettata. Donne marocchine, con e senza velo, in ginocchio fra i rifiuti. Praticamente ridotte ad una condizione di schiavitù. Costrette a separare montagne di immondizia a mani nude, sotto la canicola estiva. Nessuna protezione, lamentela, o protesta, pena il licenziamento in tronco.
Al di là di ogni immaginazione per Padova che si considera una città europea civile. Eppure accade in piena zona industriale, dove il presidente del consorzio Zip Angelo Boschetti progetta torri della ricerca pediatrica, asili infantili, parchi senza vedere dietro la facciata. Un angolo di vergogna, un emblematico luogo produttivo, una terrificante fabbrica del duemila. La Star recycling è l’altra faccia della speculazione urbanistica ed immobiliare della Zip: l’ha denunciata l’associazione dei costruttori, puntando l’indice perfino contro il sindaco Zanonato. Mezzo secolo fa era pura campagna: i contadini furono espropriati grazie ai manganelli della celere, perchè Padova aveva bisogno di una zona industriale simili a Marghera. Oggi la Zip, ( scaduta la legge nazionale che la istituiva) sopravvive con il vetrocemento direzionale, i capannoni che diventano locali notturni e la produzione industriale che lascia il proprio ai servizi. Come quelli della Star Recycling.
La Korogocho in salsa padovana l’hanno scoperta ieri pomeriggio i lavoratori di Work in Action e gli esponenti locali di Rifondazione, svelando le condizioni subumane di venti lavoratrici immigrate. La ricicleria della Zip era perzialmente bruciata il 10 maggio scorso. Dall’incendio si era salvata solo mezza fabbrica: spazio più che sufficiente per mettere ai lavori forzati il pugno di dipendenti, della Cooperativa Centro Lavoro. Padova, capitale della raccolta differenziata che viaggia al 43 per cento, smaltisce i rifiuti a ritmo bavarese e prezzo africano: a partire dalle condizioni di lavoro imposte con il ricatto all’ultimo anello della filiera della monnezza. Il più debole il meno visibile, “Una scena raccapricciante – rivela Daniela Ruffini – assessore all’immigrazione – schiave chinate su cumuli di sacchi di spazzatura appositamente smembrati. Mai vista una cosa del genere se non in Kenya. Poi l’improvviso faccia a faccia con Samuel Piazza, amministratore unico della Star Recyclyng. Avvertito dai fedeli kapò ( tra loro anche un marocchino) ha provato a respingere oltre il cancello i testimoni dello sfruttamento. Occhi scomodi, come quelli dei media e di Paolo Benvegnu, responsabile lavoro del Prc padovano. E’ bene che tutti sappiano come si lavora in questa azienda – spiega . La Star Recycling avrebbe dovuto attendere il riatto dei macchinari destinati alla separazione prima di riprendere l’attività. Ma il tempo è denaro e la caccia a plastica, carta e lattine era stata affidata all’esercito silenzioso messo a disposizione dalla Cooperativa Centro Lavoro. Ultimo tassello della fiera del subappalto, che fa capo al progetto Salvaguardia Ambiente SPA. Già proprietaria del centro riciclo del Monselice, ( altro impianto che funziona con braccia magrebine, ) la società ha affidato la raccolta differenziata a Work Service che, a sua volta l’ha girata a Centro Lavoro. Appalto su appalto. Ora la palla è passata alla Cgil. I sindacalisti hanno chiesto l’interruzione del riciclaggio fino alla sistemazione strutturale dell’azienda. E avvertono: Non accetteremo trucchi:; in caso di blocco la Star Recycling dovrà continuare ad erogare lo stipendio alle lavoratrici – puntualizzano alla cgil – Fino all’inserimento delle 20 dipendenti nel libro paga della casa madre, e non una delle tante cooperative. Anche perchè le operarie sono state licenziate e riassunte differenti volte. In poche parole hanno continuato a pagare i contributi anche quando non lavoravano. Oltre il danno la beffa. Eppure basterebbe guardare qualche kilometro più a Nord, alla vicina ricicleria di Vedelago, nel trevigiano. Dove gli operai vengono assunti direttamente dal gestore dell’impianto, paga base 1400 euro al mese”.

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sabato 5 luglio 2008

Europa, il ‘lavoro decente’ non ha più casa

Il modello sociale europeo è fallito, la flexecurity costa troppo… la ricetta Ue per il lavoro è liberi tutti
Fabio Sebastiani
Torino (nostro inviato)

Che fine ha fatto il modello sociale europeo? L'altro giorno la Commissione europea ha varato l'Agenda sociale, che in buona sostanza riprende alcuni temi più che usurati come la consultazione dei dipendenti e la lotta alle discriminazioni sul posto di lavoro. Bene, ma il modello sociale, quello che doveva coniugare sviluppo ed equità sociale?

L'occasione per fare il punto, ieri a Torino nel corso del confronto sulla flexecurity proposto dall'Ilo. Un bilancio piuttosto magro. In sintesi, mentre tutto il mondo, dall'Africa all'America latina, passando per l'India, trae ispirazione dal Vecchio continente per definire un argine alla violenza della globalizzazione, l'Europa innesca la marcia indietro ritirandosi nel "paradiso" dei principi proclamati ma non applicati. La Francia, presidente del semestre Ue, rappresentata a Torino dal ministro del Lavoro, ribadisce che ogni paese deve essere lasciato libero di fare a modo suo. «Il modello sociale europeo sarà il risultato di questi percorsi», dice il rappresentante di Parigi a Bruxelles, Jackie Morin. Del resto, era proprio questa la traccia uscita dal tormentato percorso della Bolkestein. E l'agenda del lavoro decente (" decent work "), proposta dall'Ilo, si allontana sempre di più. E' lo stesso modello danese di flexecurity ad essere messo in discussione perché troppo costoso e, soprattutto, troppo garantista.

Claus Hjort Frederiksen venti anni fa era un accanito liberal. Venti anni fa voleva a tutti i costi un taglio della tassazione, dei sussidi di disoccupazione e dei congedi di malattia. Oggi, da ministro del Lavoro in Danimarca, non ha più dubbi: «Il problema è scegliere se vogliamo competere con Vietnam e Cina, oppure se vogliamo operare nei settori di qualità, producendo un lavoro di qualità». Il modello danese costa un punto e mezzo di pil, certo. Ma Frederiksen non è per nulla spaventato: «E' un ottimo investimento», sottolinea e annuncia anche che il suo paese sta pensando di tagliare addirittura la tassazione sui redditi da lavoro per attirare maggiori capitali dall'estero. Sembra di stare su Marte. Soprattutto se il confronto immediato è con la Tanzania, dove le multinazionali sbarcano e impediscono ai sindacati di entrare nei posti di lavoro. Il paradosso è che la denuncia arrivi da Juma Kapuya, ministro del Lavoro e dell'impiego giovanile. I sindacati del suo paese sono troppo divisi per poter reagire allo strapotere delle imprese.

Già, e le imprese? Le imprese non vanno oltre il solito ritornello del "lasciateci lavorare". Il rappresentante della Tbd, la Confindustria del Belgio, trae addirittura un bilancio positivo: «Venti anni fa lo scenario non era quello di oggi e quindi vuol dire che abbiamo fatto progressi». Cosa c'è di positivo? Che la prospettiva di poter sfruttare il "dumping sociale" è ancora lunga. Il ruolo della politica, e dei governi, ormai è del tutto marginalizzato. Nessuno è più in grado di prendere una decisione prescrittiva e valida per tutti. E le imprese ci sguazzano. Basta avere qualche "governo amico", come nel caso della Polonia, new entry in Ue. Dal loro punto di vista c'è sviluppo sociale oggi, ma questa "fortuna" corrisponde a delocalizzazioni senza fine per il Vecchio continente. E per piegare ancora di più gli ultimi argini di resistenza del modello sociale europeo e attirare altri capitali praticano liberismo a mano bassa, come sulla direttiva sull'orario di lavoro.

A Juan Somavia direttore generale dell'Ilo non rimane che allargare le braccia, sconsolato. e per andare oltre la semplice proclamazione di principi, alcuni paesi come l'India preferiscono dar corso alle iniziative di microcredito. E' la vecchia idea del "trasformarsi in imprenditori di se stessi" invece di poter disporre di diritti come lavoratore. Somavia spende tutta la sua energia per rimettere al centro il «dialogo sociale». Non si risparmia però quando si tratta di evidenziare le contraddizioni del presente. «Riduciamo la povertà ma non le disuguaglianze, è arrivato il momento di discutere della qualità della crescita, come si sta facendo per la compatibilità ambientale». E l'Italia? Maurizio Sacconi preferisce disertare il confronto, delegando qualcun altro a leggere una sua breve dichiarazione. Il "lavoro indecente" che sta facendo contro i diritti dei lavoratori in Italia, del resto, non gli consentirebbe di dire cose interessanti. Stesso discorso per Vladimir Spidla, commissario europeo degli Affari sociali. La politica si ritira, piovono ancora pietre.


(Liberazione, 4 Luglio 2008)

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martedì 1 luglio 2008

Dopo la tragedia l'oltraggiosa beffa

Umbria Olii chiede 35 milioni di euro di risarcimento ai familiari e al superstite del tragico incidente del 2006 che uccise quattro operai.

"Per fretta e per stanchezza". E' questa la laconica valutazione di un perito di parte sulle cause dell'esplosione che dilaniò e carbonizzò 4 operai all'Umbria Olii di Campello sul Clitunno vicino Spoleto nel novembre del 2006. E ora la società chiede 35 miloni di euro di risarcimento alle famiglie delle vittime e all'unico superstite. Colpevoli d'aver usato un saldatore a fiamma ossidrica per l'istallazione di una passerella tra due silos dov'era presente gas esano altamente esplosivo.

L'amministratore delegato della società - Giorgio Del Papa - indagato per disatro colposo con l'aggravante della possibile previsione dell'evento e la violazione delle norme di sicurezza contrattacca evidenziando che proprio l'uso del tipo di saldatura è stata la causa del tragico evento. E' stata cioè l'imperizia degli operai ad averli uccisi. Possiamo immaginare le condizioni di lavoro dei quattro operai dipendenti di una ditta a cui era stata appaltata la manutenzione, in un ambiente previdibilmente pericoloso (come sotolinea la Procura di Spoleto). Possiamo in questo dare ragione al perito del'azienda: fu proprio fretta e stanchezza a ucciderli. La fretta del profitto e la stanchezza dello sfruttamento. Aggiungiamoci la logica dell'appalto, con i suoi ritmi di lavoro e la mancata messa in sicurezza degli ambienti che per le aziende si traduce solo in uno spreco di soldi ed ecco il mix davvero esplosivo in cui i quattro lavoratori trovarono la morte. Suona quindi un'ulteriore offesa la richiesta di risarcimento alle vittime, un atto intimidatorio verso i familiari che vogliono verità e giustizia.

Possiamo dirla con un brano della canzone dei 99 Posse, Povera vita mia: "figurati se c’hanno orecchie per sentire chi gli parla di riduzione dell’orario di lavoro per loro se dopo otto ore di lavoro sei stanco, fai una cazzata e muori è un peccato e manco per la tua vita quanto per la pensione che hanno cacciato e comunque hanno risparmiato rispetto all’assunzione di nuove persone a pieno salario è questo lo straordinario obbligatorio chi vola alle Bahamas e chi va all’obitorio".
Adesso chi va all'obitorio deve anche chiedere scusa. (D.G.)

Roma 30/06/08

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giovedì 12 giugno 2008

Catania: altri sei omicidi bianchi

Sembra macabro sarcasmo. Mentre al parlamento Europeo si discute di liberalizzare l'orario lavorativo e il Ministro Sacconi pensa di poter destrutturare ulteriormente il mercato del lavoro (senza intaccare le tutele - sic) sono sei le vittime di un incidente nei pressi di Catania. Stavano pulendo una vasca nel depuratore consortile di Mineo. Due delle vittime erano dipendenti di un'azienda privata.Quattro erano invece dipendenti comunali. Purtroppo per loro non erano i fannulloni a cui si riferisce il Ministro Brunetta. Continua così il necrologio quotidiano che in Italia si compone dai tre a cinque caduti di questa assurda guerra dichiarat da chi ha in mente solo il profitto contro chi lavora.
Il Presidente Berlusconi esprime vivcinanza e aiuto concreto suo personale e del governo. Staremo a vedere. Nel precedente governo si era riusciti a mettere in aggenda una legge sulla sicurezza del lavoro, che non si è riusciti ad approvare proprio per la caduta del Governo Prodi. Chissà se la tiepida opposizione rimasta in Parlamento voglia rispolverare quel testo su cui si era lavorato.

D.G.

da rifondazione.it

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sabato 31 maggio 2008

Ad aprile vince il carovita

Retribuzioni, l’Istat conferma l’emergenza. Cgil: è questa la priorità di Roberto Farneti

Sono anni che in Italia gli stipendi marciano con il passo del gambero. I lavoratori lo sanno bene, le loro famiglie pure. Il bello è che ogni tanto se ne accorge persino l'Istat. L'ultimo dato sull'andamento delle retribuzioni, reso noto ieri, dice proprio questo. E cioè che ad aprile i salari sarebbero cresciuti del 2,8% su base annua, a fronte di un'inflazione attestata, sempre ad aprile, al +3,3%. In pratica, il loro potere d'acquisto si è ridotto in media dello 0,5%. Scarto che sale al 2,3%, sottolinea il Codacons, se si considera che «l'inflazione vera, ossia quella dei beni ad alta frequenza di acquisto, sempre per l'Istat, è addirittura del 5,1%» ad aprile sullo stesso mese del 2007.


Il dato appare ancora più significativo se viene letto in un'ottica di lungo periodo. Un recente studio dell'Ires Cgil ha calcolato che tra il 2002 e il 2007, la perdita del potere d'acquisto del salario di un lavoratore dipendente è equivalsa a 1.210 euro; se a questa aggiungiamo l'ulteriore calo causato dalla mancata restituzione del fiscal drag, gli euro in meno diventano 1.900.

Insomma, per la maggior parte delle famiglie italiane arrivare alla fine del mese è sempre più un'impresa. Invece di utilizzare le maggiori entrate fiscali per detassare i redditti di lavoratori e pensionati, come aveva stabilito il governo Prodi con l'ultima legge Finanziaria, il governo Berlusconi ha preferito dare priorità ad altri interventi, come l'abolizione dell'Ici o la detassazione (molto parziale) degli straordinari.

«Acqua fresca», taglia corto la Cgil che, per bocca della segretaria confederale Marigia Maulucci, torna a chiedere «una massiccia redistribuzione verso il lavoro dipendente attraverso fisco, controllo di prezzi e tariffe, contrattazione». Maulucci indica come problema da risolvere anche «il ritardo dei rinnovi contrattuali e l'impossibilità dell'indennità di vacanza contrattuale di coprire i guasti determinati dal non rispetto delle scadenze naturali nei rinnovi». Secondo il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, i dati Istat confermano «l'imponente trasferimento di risorse che, negli ultimi anni, si è verificato dal lavoro dipendente verso il lavoro autonomo e che ha prodotto un'erosione significativa e progressiva del potere d'acquisto dei salari con conseguente stagnazione dei consumi interni».

Il sindacato
, però, ha la sua parte di responsabilità. Cgil Cisl Uil sembrano infatti avere accettato il terreno di confronto proposto da Confindustria, che passa per la revisione del modello contrattuale. L'obiettivo è quello di ridurre il peso del contratto nazionale per dare più spazio al salario contrattato in azienda. O meglio, nelle aziende dove il sindacato è presente. Per tutti gli altri lavoratori, nessuna garanzia.

Rifondazione
invece «da tempo propone - ricorda Maurizio Zipponi - un automatismo annuale di restituzione fiscale ai lavoratori dipendenti e ai pensionati». Quanto alla redistribuzione, «questa - spiega Zipponi - deve avvenire tra profitti e salari». Gli strumenti a disposizione del sindacato sono due: i contratti nazionali, «che non vanno assolutamente ridotti nella loro capacità di recupero salariale», e la contrattazione aziendale. E' vero, i contratti spesso vengono rinnovati in ritardo. «Per risolvere questo problema - propone ancora Zipponi - basterebbe stabilire che gli aumenti firmati partono automaticamente dal primo giorno in cui il contratto è scaduto».


28 Maggio 2008

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giovedì 20 marzo 2008

Rapporto Ires-Cgil: la precarietà in Italia è donna.


Fino a 24 anni "atipiche" il 53%, entro i 34 anni "flessibili" il 25%. Guadagnano meno dei maschi e sono costrette a scegliere tra lavoro e figli Ragazze sfruttate il doppio: una su due è precaria di Laura Eduati

All'alba del terzo millennio, le italiane si trovano a risolvere un dilemma che credevamo sepolto: lavoro o famiglia.
E quando scelgono di lavorare, trovano spesso una occupazione precaria, atipica, "instabile", basso stipendio e poche opportunità professionali.
E' precaria la metà delle ragazze dai 15 ai 24 anni e un quarto delle donne dai 25 ai 34. In totale, il 19% delle occupate, contro l'11% degli uomini. Panorama desolante, visto che soltanto il 50% delle italiane in età da lavoro svolge un'attività remunerata, la quota più bassa dell'Europa occidentale.
A distanza di un anno, appena il 14% delle precarie viene assunto stabilmente contro il 20% dei colleghi uomini. Invischiate nella palude dei co.co.pro. e delle prestazioni occasionali, le giovani preferiscono rimandare la maternità dopo i 34 anni. Peggio per le lavoratrici interinali: il 65,2% di coloro che hanno dai 30 ai 39 anni non ha figli.

E' la «questione femminile» descritta dal terzo rapporto Ires-Cgil su Donne e lavoro atipico , che dimostra come in Italia il lavoro è maschio e la precarietà è femmina. E che contraddice quanti sostengono che la flessibilità, in fondo, può aiutare le donne a conciliare lavoro e famiglia; si tratta di un inganno, il precariato è uno svantaggio per le lavoratrici poiché le spinge in basso nella scala economica, occupazionale, sociale.
Viene scelto dalle giovani in mancanza di qualcosa di meglio che poi, nel pieno della vita attiva, decidono di ritirarsi dal mercato del lavoro per seguire i figli. Oppure dalle donne adulte che, dopo la maternità, vogliono contribuire al budget famigliare con uno stipendio che però rimane risicato.

Nonostante abbiano studiato più dei maschi, le donne si ritrovano con una occupazione prevalentemente impiegatizia, di scarso livello e soltanto il 42% svolge una professione scientifica contro il 52% degli uomini. «Formalmente il tasso di disoccupazione è basso» spiega Giovanna Altieri, la presidente dell'Ires, «ma la realtà è di estrema insicurezza». E non vale nemmeno l'offerta di Berlusconi, quella di sposare un milionario: «Spesso le precarie sono già sposate con figli».
Negli ultimi anni sono aumentate le donne occupate fino a rappresentare il 39% dell'intera forza lavoro, una percentuale ancora lontana di 12 punti da quella europea.


Una delle poche note positive è la stabilizzazione delle giovani laureate, più brave dei maschi a garantirsi un lavoro fisso prima dei 30 anni.
Tuttavia nel mondo dei contratti temporanei le donne sono più numerose degli uomini e costituiscono il 15,8% delle lavoratrici contro l'11,2% degli uomini.
Se migliaia di italiane hanno trovato lavoro è merito del part-time che riguarda una donna su quattro, percentuale che arriva al 49% quando è moglie e madre di figli minorenni: una scelta probabilmente dettata dall'esigenza di conciliare lavoro e famiglia. Ma che si rivela una trappola: «Il part-time si è ridotto ad una segregazione di genere, poco remunerato e con poche possibilità di fare carriera» commenta Altieri.
Le donne "instabili" sono il 53% dei 3.400.000 precari e cioè il 19% delle donne occupate contro l'11% degli uomini. In tutte le fasce di età, il rischio di un contratto "instabile" è doppio se chi trova lavoro è una donna.
Sono maggiormente colpite le donne del Mezzogiorno con basso titolo di studio. E quando un contratto scade, spesso chi ha figli si interroga se vale la pena cercare un'altra occupazione: il 7% delle "instabili" lascia il mercato del lavoro, scoraggiata dalla difficoltà.
«Tra le donne la precarietà è più diffusa» sintetizza l'Ires, «e assume caratteri peculiari: riguarda persone relativamente più adulte ed è caratterizzata da impieghi marginali, contratti di breve durata, impegni orari limitati e imposti, minori opportunità di transizione verso occupazioni stabili».
Come se non bastasse, le donne guadagnano meno degli uomini. Molto meno. Tra gli atipici, il salario femminile è mediamente di 8615 euro l'anno, il 56% di quello maschile.
Il panorama del lavoro interinale non riserva sorprese; per le giovani è un'opportunità di inserirsi nel mercato del lavoro, per le più adulte un'occasione di tornare a guadagnare qualche cosa dopo i figli. Ma, avverte l'Ires, «il lavoro interinale non offre garanzie di una successiva collocazione stabile» bloccando stipendi e progetti di vita. Un lavoro precario blocca specialmente la nascita di un figlio: soltanto una donna su cinque tra i 25 e i 34 anni con contratto di collaborazione è madre.
Preoccupa il divario tra il Nord, dove ormai si è arrivati all'obiettivo di Lisbona con un tasso di occupazione femminile intorno al 60%, e il Sud: qui due donne su tre rinunciano al lavoro. Avere un lavoro e diventare mamme non è una contraddizione, specialmente nelle regioni settentrionali dove le donne possono contare su numerosi posti negli asili nido: la natalità è in aumento per esempio in Emilia Romagna (70% delle donne occupate), e in calo in Sicilia con il 30% delle donne occupate.
Gira e rigira, pochi meriti vanno al lavoro cosiddetto flessibile o atipico o precario che dir si voglia. Non è nemmeno un buon modo per favorire una famiglia a doppio reddito: l'uomo di casa continua ad essere il breadwinner di sempre, con le conseguenze culturali del caso. E sulla donna continua a pesare la cura della famiglia. Per Filomena Trizio, segretaria generale Nidil, «si è interrotta quella evoluzione della normativa per il lavoro femminile che fino agli anni '90 si proponeva di aiutare le donne a conciliare la famiglia col lavoro». Oggi, dice Trizio, molte donne precarie e atipiche si trovano a risolvere un «dilemma anti-storico»: perché devo continuare a lavorare se ho anche una famiglia a cui badare? Si rischia così «un arretramento culturale». La soluzione non è a portata di mano. Ma per la segretaria Nidil passa per uno sviluppo meno fragile dell'economia italiana, maggiore welfare e il contrasto alla precarietà irregolare. Poco convincente, per la Cgil, «una lotta generalista per i salari».
In realtà una misura rapida esiste, e la illustra il segretario confederale Fulvio Fammoni: dare corso alle deleghe discusse tra le parti sociali durante l'approvazione al protocollo del welfare, che incentivano il lavoro femminile e prevedono il riordino dei servizi all'impiego.

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lunedì 10 marzo 2008

A Verona un operaio muore schiacciato da una lastra di cemento

da www.rainews24.it 11/03/2008

Un operaio e' morto schiacciato da una lastra di cemento in un cantiere edile di Verona. L'allarme e' stato lanciato intorno alle 13, anche se l'incidente sarebbe avvenuto alle 11. Sul posto i vigili del fuoco, al lavoro per liberare il corpo dalla lastra, visto che l'uomo era gia' morto all'arrivo dei soccorsi. Da quanto si e' appreso da fonti investigative, sembra che l'operaio fosse al lavoro con un martello demolitore, quando un pezzo di cemento si e' staccato colpendolo in pieno. Al momento non sono state rese note le generalita' della vittima. La vittima e' un operaio moldavo di 44 anni, padre di due figli, da tempo residente a Verona. L'uomo stava lavorando sotto un'impalcatura innalzata per la ristrutturazione di una palazzina quando e' stato travolto da un blocco di cemento. A causare il distacco del pezzo di cemento potrebbe essere stato, secondo i primi accertamenti, il martello demolitore che lo stesso operaio stava utilizzando.

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Decreto sulla sicurezza, quella vera.

di Francesco Mancuso

Ecco le nuove norme che la tragedia di Molfetta ha riportato in modo rapido quanto drammatico d’attualità. E che il governo ha varato per la sicurezza dei lavoratori nonostante la contrarietà di Confindustria e delle altre associazioni di categoria

E’ stato approvato ieri il Dl del governo che tutela contro gli incidenti tutte le lavoratrici e i lavoratori, compresi quelli a tempo determinato "flessibili", a domicilio e a distanza come nel caso del tele-lavoro. Il decreto delegato varato, grazie alla pressione della Sinistra, dal Consiglio dei ministri, combatterà le morti bianche. Le aziende che non rispetteranno le regole sulla sicurezza saranno tagliate fuori dalla possibilità di lavorare per le opere pubbliche e le imprese che hanno oltre il 20% di lavoratori in nero verranno sanzionate. Analizziamo nello specifico il provvedimento.

Nella versione finale il decreto prevede un regime sanzionatorio pesante, ma più morbido rispetto a quello originale, che prevedeva l'arresto da sei mesi a due anni per il datore di lavoro che non avesse effettuato le adeguate verifiche dei rischi in casi specifici. Il decreto approvato prevede la possibilità, in alcune circostanze, di tramutare l'arresto - stabilito nei casi di gravi inadempienze in aziende considerate fortemente a rischio fino ad un massimo di un anno e mezzo - con il pagamento di un'ammenda non inferiore a 8000 euro e non superiore a 24.000 euro, se il datore di lavoro si mette in regola con gli adempimenti previsti. Possibilità che non esiste nel caso in cui il datore di lavoro fosse recidivo.
In caso di colpa in un incidente grave dove si sono riscontrati feriti o morti, oltre alle sanzioni amministrative fino a 1.500.000 euro, scatta la sospensione dell'attività e interdizione alla collaborazione con le P.A. e alla partecipazioni ai pubblici appalti e gare d'asta. Oltre alle imputazioni penali. Verrà inserito il libretto sanitario personale che seguirà l'intera vita lavorativa del dipendente, anche quando cambierà lavoro. Sarà così possibile avere a disposizione una informazione epidemiologica per milioni da lavoratrici e lavoratori sottoposti a visite mediche professionali. Viene confermato l'obbligo per le aziende di tenere un registro dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni.
In tutte le aziende si debbono tenere le elezioni indipendentemente dal numero dei dipendenti e viene istituito il rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza territoriale. Nasce anche il Rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza di Sito, ovvero i porti, i cantieri grandi opere o i siti industriali, che superino la presenza di 500 lavoratori con più aziende.
Infine molto importante sarà l’utilizzazione dei fondi raccolti dalle sanzioni per gli inadempienti, che verranno utilizzati per finanziare la prevenzione.

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martedì 4 marzo 2008

Calearo, l'impresa al centro del sistema

di Gabriele Polo

«Il male dell'Italia è la politica romana, la sua corruzione. I partiti e i politici perseguono solo il proprio interesse, non quello del paese». Non lo ha detto Massimo Giannini nel 1948, né Beppe Grillo nel 2007; è l'opinione di Massimo Calearo, espressa pari pari in un dibattito a Reggio Emilia, pochi mesi fa. Forse adesso ha cambiato idea, o forse ha deciso di cambiarla lui la politica. Un po' come ha fatto con la sua carta d'identità, quando, per assomigliare un po' di più al suo grande amico Montezemolo, ha pensato di aggiungersi un cognome - quello materno, Ciman - che fa tanto nobiltà.
Quella del presidente di Federmeccanica è una candidatura perfetta per il partito di Veltroni. Contiene in sé tutte le caratteristiche dell'Italia «moderna», del «paese da cambiare» che segna la rimonta elettorale del Pd. Magari farà perdere un po' di voti operai, vista la durezza padronale del Calearo Ciman, ma conta di più il messaggio che l'industriale di Vicenza porta con sé: l'interesse dell'impresa e la politica al suo servizio, perché l'impresa fa il bene del paese.

Chi meglio di un padroncino veneto (che potrebbe far riavere a Vicenza una poltrona ministeriale come ai bei tempi di Rumor) può incarnare quest'idea? Nessuno. Se poi, così si compiace Montezemolo, tanto meglio.
Con Massimo Calearo Ciman il «partito omnibus» assume sempre più le fattezze di un grande contenitore che, annullando le differenze di classe, mette l'impresa al centro. L'impresa come comunità che non prevede il conflitto (esattamente come la politica veltroniana), in cui imprenditori e dipendenti perseguono lo stesso comune interesse. Nello stesso spirito con cui il presidente di Federmeccanica ha condotto (da lontano, visto che non ci andava quasi mai) le trattative per i contratti nazionali dei metalmeccanici: la gestione delle relazioni sociali subordinate ai bilanci aziendali. Tradotto in politica comporta un salto di qualità rispetto all'ormai consolidata filosofia del lavoro come «variabile dipendente». Significa frammentazione di condizione e diritti del lavoro in una geografia che cancella l'unicità del contratto nazionale e demanda alle aziende - ai loro bilanci - la vita di ciascun lavoratore. Il suo lavoro e il suo salario, ma non solo. Perché nell'aziendalizzazione dell'Italia c'è spazio (privato) per tutto, dalla pensione alla salute, dagli asili nido ai consumi, Ma solo per i «collaboratori» delle imprese che tirano. Come nell'800, o giù di lì.

da "il manifesto" 03/03/08

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mercoledì 27 febbraio 2008

Accolto al Senato l'ordine del giorno della Sinistra Arcobaleno: ridistribuzione

“E' stato accolto al Senato l’ordine del giorno presentato dal gruppo unito della Sinistra Arcobaleno, per destinare tutte le risorse dell'extragettito al lavoro dipendente’. Lo ha dichiarato il segretario del Prc Franco Giordano, dopo la seduta di Palazzo Chigi.Via libera del Senato quindi all'odg che impegna il governo a destinare l'extragettito della trimestrale di cassa per ridurre le tasse sui salari. L'ordine del giorno della Sinistra Arcobaleno, su cui il governo ha dato parere favorevole, è stato votato anche dal Pd, mentre An si è astenuta e Fi, Udc e Lega non hanno partecipato alla votazione. L'odg impegna il governo ad “emanare un provvedimento urgente con il quale predisporre una prima detrazione per i redditi da lavoro dipendente più bassi”.

Ora occorre dare subito attuazione al provvedimento, perché “c’è un’Italia che non ce la fa ad andare avanti, appunto quella del lavoro dipendente”. Ha proseguito Franco Giordano, arrivando alla manifestazione per presentare l'accordo con il Pd per il Comune di Roma.

"Eccola l'utilità del voto – ha aggiunto - se non ci fossimo noi quell'ordine del giorno non ci sarebbe, e adesso vogliamo che venga accolto e che a esso si dia seguito".

"E’ un'esigenza indilazionabile”. E’ categorico Fausto Bertinotti, leader della Sinistra Arcobaleno. A margine di un incontro con i dirigenti dei partiti della sinistra, Bertinotti risponde ai cronisti che gli chiedono un commento sull'approvazione dell’ordine del giorno che impegna il Governo a ridistribuire il 'tesoretto'. “E’ sempre troppo tardi, ma non si può non tentare tutto il possibile per lenire almeno in parte questa ferita così diffusa e acuta: la perdita di potere d'acquisto dei salari".

Per Bertinotti bisogna “tonificare il mercato interno. Questa è un'idea di politica economica. L'altro auspicio è una riflessione - sottolinea ancora - sulla crisi della coesione sociale che scaturisce dalla perdita di potere d'acquisto”. L'approvazione dell'ordine del giorno al Senato per il leader della Sinistra arcobaleno è indispensabile, ma “si deve mettere all'ordine del giorno una grande politica fiscale. - Bertinotti avverte - Non basta dire che si aumentano i salari ma va indicata la ricetta”.

E Giordano ritorna sulla sostanza del programma elettorale. Il leader di Rifondazione osserva che "a noi nessuno dirà mai che il programma elettorale è scopiazzato, per cui di voti utili non ne vedo altri - conclude Giordano - tranne che quello per Sinistra Arcobaleno, come dimostra l'ordine del giorno presentato al Senato".

Anna Maria Bruni www.rifondazione.it

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mercoledì 20 febbraio 2008

Il progetto del Pd che piace a Epifani

L'operaio e l'imprenditore, il fruttivendolo e il suo cliente, il condannato e il prefetto, l'ambientalista e lo sviluppista. Veltroni tiene dentro tutti per la semplice ragione che un cittadino vale l'altro, una testa un voto. E' la nuova eguaglianza postideologica del Partito democratico. Il modello di sviluppo che presiede a questa logica è quello dato, e noi cittadini-elettori dobbiamo metterci in testa che non é di destra, né di sinistra, né di centro: è l'unico possibile.

Il massimo di democrazia auspicabile consiste nel tenere tutti sulla stessa barca, senza però mettere in discussione ruoli e poteri, uno al timone e gli altri ai remi. Una società, quella che Veltroni sta raccontando nel suo tour attraverso le 110 provincie italiane, tendenzialmente a-conflittuale. Per questo l'operaio e il suo padrone devono stare nella stessa lista e nello stesso partito, pur restando ognuno al suo posto. Il sogno non è superare la precarietà ma pagarla meglio. Privatizzazioni, sostegno alle imprese e una spruzzatina di welfare caritatevole. Poi, siccome persino Confindustria e Bankitalia dicono che in Italia c'è un problema salariale, ecco pronta la ricetta veltroniana: meno tasse per tutti. E tutti in coro a cantare l'Inno di Mameli perché nel cuore abbiamo il bene del «Paese», mica quello del partito.
L'operaio come il suo padrone e meno tasse per tutti. A parte il fatto che questa l'avevamo già sentita, ai sindacati dovrebbe creare un problema. Alla Cgil in particolare, che sostiene la battaglia per la redistribuzione della ricchezza che da almeno 15 anni si è spostata dal lavoro ai profitti e alle rendite. Ridurre le tasse a tutti equivale a perpetuare la diseguaglianza e, al tempo stesso, cancellerebbe un'altra fetta di stato sociale. La corsa verso l'America (gli Usa) continua. Al contrario, il sostegno ai redditi dei salariati e dei pensionati, oltre che rispondere ai problemi reali del paese, potrebbe essere realizzato utilizzando le risorse recuperate dalla lotta all'evasione fiscale, che il governo Prodi aveva appena - felicemente - iniziato.
Eppure «Epifani promuove la Veltronomics», stando al titolo che Repubblica dedica a un'intervista al segretario generale della Cgil. La motivazione della promozione? «Così il lavoro torna protagonista». Epifani vede «un'attenzione nelle proposte del Pd al tema del lavoro, dai precari alla questione dei redditi, che rappresenta un segnale positivo e interessante», perché «sette milioni di operai, e non so quanti precari, devono essere rappresentati in Parlamento». Ma siamo davvero di fronte a una rappresentanza sociale, e non invece a una rappresentazione poco più che virtuale? In particolare in un contesto in cui il decisionismo che sta alla base del progetto veltroniano riduce drasticamente il peso e il ruolo della rappresentanza istituzionale, dentro un percorso «riformista» che coerentemente prevede scelte bipartisan. Come bipartisan devono essere le riforme che regolano le relazioni sindacali e i rapporti tra le parti sociali e tra queste e il governo. Non a caso il più macroscopico tra i punti critici della piattaforma confederale per la riforma del sistema contrattuale riguarda proprio la rappresentanza, come in altri termini ricorda lo stesso Epifani.
La Cgil è troppo complessa, densa di storia e radicata nella realtà sociale per essere ridotta a stampella di un processo come quello che sta avviando Walter Veltroni. Il primo a rendersene conto sarà sicuramente Gugliemo Epifani, che non mancherà di precisare meglio il suo pensiero.

Loris Campetti da "il manifesto" 19/02/2008

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domenica 17 febbraio 2008

Il salario minimo di Veltroni è solo precario?

Una proposta di Rifondazione rilanciata in maniera poco chiara dal leader del Pd di Alfonso Gianni

Confesso che capire quale sia esattamente la proposta che Walter Veltroni ha voluto avanzare l'altra sera a "Porta a Porta" sul tema del salario minimo, non è cosa davvero facile. Infatti ne esistono varie versioni giornalistiche. In attesa di precisazioni doverose che, immagino, verranno dalla lettura del programma elettorale del Pd, è comunque utile sfruttare l'occasione per qualche precisazione sul tema, visto che Rifondazione comunista non ha certo aspettato questa campagna elettorale per esprimersi sull'argomento.
Già nella passata legislatura depositammo una proposta di legge sul salario sociale, ovvero su un salario monetario e su un pacchetto di servizi sociali da offrire ai giovani inoccupati e ai disoccupati di lungo periodo.
Come vedremo tra poco la nostra proposta si muove in una logica del tutto diversa da quella proposta dal segretario del Pd. Quest'ultimo ha affermato che bisognerebbe prevedere un compenso minimo legale che per un contratto atipico non potrebbe essere meno di 1000-1100 euro mensili. Se la proposta resterà questa se ne possono fin d'ora trarre alcune considerazioni. Tale proposta non riguarderebbe coloro che sono privi di lavoro e che lo cercano, ma coloro che già lo hanno, seppure in modo precario. In sostanza saremmo all'interno di una fissazione legale di un minimo salariale. O, in maniera ancora più riduttiva (ma non credo) per una sorta di copertura salariale, di sostegno al reddito, di cassa integrazione sui generis estesa ai periodi di non lavoro dei precari.
La cosa già sconvolge il segretario della Cisl Bonanni, che ha subito lamentato una lesione del ruolo contrattuale delle parti sociali, secondo una logica ormai incline al corporativismo consociativo che pare prevalere nelle culture cisline. Non è certamente questo il punto, per quanto ci riguarda. Anzi, l'idea di porre fine al conflitto tra legge e contratto per quanto concerne i minimi delle retribuzioni salariali, mi pare al contrario un elemento positivo di modernità che trae fondamento dalla dimensione internazionale e allo stesso tempo estremamente frammentata del mercato del lavoro. Infatti le migliori riflessioni, proposte ed esperienze in campo europeo si muovono nella direzione di concepire un minimo salariale per legge, che funzioni da garanzia basilare per i lavoratori, al di sopra - ma mai al di sotto! - del quale comincia la contrattazione sia di carattere nazionale che di carattere aziendale. Se dunque si trattasse di decidere che l'applicazione dell'articolo 36 della nostra Costituzione, che prevede il diritto per il lavoratore a una retribuzione che assicuri a sé e alla famiglia "un'esistenza libera e dignitosa", debba essere affidata, oltre che alla persistenza insostituibile del contratto nazionale di lavoro (quello che la Confindustria e i suoi estimatori vorrebbero abbattere), anche alla fissazione legale di un minimo di retribuzione, magari su scala oraria, saremmo nel campo di proposte che il nostro partito ha esplicitato da anni.

Ma se, invece e come sembra, la proposta di Veltroni è circoscritta al lavoro precario, siamo in una situazione completamente diversa. Vorrebbe dire che anziché combattere la precarietà la si sancirebbe dotandola semplicemente di una minima rete di protezione salariale. Senza contare che ciò rappresenterebbe un vistoso passo indietro rispetto allo stesso programma con cui l'Unione si presentò alla campagna elettorale di due anni fa. In quel testo si chiedeva infatti che il lavoro precario almeno non costasse meno di quello a tempo indeterminato, in modo da non creare una convenienza in partenza a farvi ricorso da parte padronale. Se la cifra è quella indicata da Veltroni saremmo comunque ben al di sotto delle retribuzioni per il lavoro a tempo indeterminato.
Il salario minimo non può essere inteso come uno strumento della lotta alla precarietà, ma sì invece, e non è poco, come uno strumento di difesa contro la compressione e la riduzione del valore reale e nominale dei salari e del lavoro. La lotta alla precarietà richiede invece una modificazione radicale delle norme che regolano il mercato del lavoro, appunto il superamento della legge 30, nel senso di una riunificazione nell'ambito del lavoro dipendente di ciò che lo è effettivamente e nel privilegiare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato

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martedì 12 febbraio 2008

Raddoppiano i morti sul lavoro, molti stranieri, spesso in nero

di Rolando Dubini

su Liberazione del 09/02/2008


Gli ultimi dati disponibili sono drammatici, i morti sul lavoro sono quasi raddoppiati, da 15 a 29, in dodici mesi a Milano e nel circondario. Si registra anche un fortissimo incremento anche degli infortuni con lesioni gravi. La maggior parte degli incidenti vede come vittime stranieri che lavorano nell'edilizia, spesso in nero e in piccoli cantieri. L'incidenza degli infortuni sul lavoro a carico degli immigrati supera del 50% il totale degli infortuni occorsi a lavoratori italiani e comunitari. Il 73 % degli interinali (indagine Ispesl e Cgil), non è mai stato informato sui rischi presenti sul posto di lavoro e quasi sei su dieci non sanno se nell'azienda esista il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. I dati rilevati dalla Procura di Milano nel periodo dal primo luglio 2006 al 30 giugno 2007, inseriti nella relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2008, segnalano un «aumento notevole» degli infortuni, che rappresenta «un segnale preoccupante» secondo il procuratore aggiunto Nicola Cerrato, che dirige il dipartimento che si occupa di infortuni sul lavoro, reati ambientali, colpe mediche, sfruttamento di lavoratori clandestini, reati alimentari e farmaceutici. Otto magistrati, su 12 previsti dalla pianta organica, che nell'ultimo anno giudiziario si sono visti arrivare ben 5.521 nuovi fascicoli (2.821 contro indagati noti, il resto contro ignoti), con un incremento che tocca il 45% rispetto all'anno precedente. Non è un caso se nei fatti la maggior parte di questi procedimenti si conclude con una richiesta di archiviazione da parte del P.m. che non è materialmente in grado di condurre a termine il procedimento. Un carico di lavoro tra i più alti nell'intero ufficio. «Riusciamo a fronteggiare la situazione grazie all'impegno dei magistrati del pool », ricorda Cerrato che, dopo gli interventi sulla materia del Presidente della Repubblica, del Csm e perfino del Papa, ha scritto una relazione al procuratore Manlio Minale (che ha subito rimpiazzato due pm trasferiti), sostenendo la necessità di una maggiore attenzione «alle forze», chiedendo che al dipartimento vengano assegnati alcuni vice procuratori onorari per evadere i fascicoli. Fascicoli che contengono la testimonianza scritta dei corpi operai maciullati e mutilati dalla cattiva gestione aziendale delle condizioni di lavoro e della sicurezza. Il problema delle risorse umane è ancor più evidente sul campo. Secondo Cerrato, «qui le forze schierate dalle Asl e dalla direzione provinciale del lavoro sono assolutamente inadeguate e insufficienti per una prevenzione e una repressione che siano davvero efficaci, e non per colpa di queste istituzioni che, con tutte le forze dell'ordine, fanno il possibile». Grazie alla legge 123 del 2007, a Milano sono stati destinati 80 nuovi ispettori, la cui presenza consentirà un aumento delle verifiche sui cantieri e delle contravvenzioni, ma anche di sospendere i lavori se vengono accertate gravi irregolarità. Il magistrato, però, ammette che «le imprese sono così tante che non è possibile fare controlli ovunque». Infatti, se nei grossi cantieri le misure di sicurezza sono «pressoché rispettate», anche perché sono sottoposti a controlli costanti, è dalle piccole imprese che arrivano i rischi maggiori. Aziende familiari che ristrutturano appartamenti o fanno lavori condominiali. Non di rado impiegano pensionati e stranieri irregolari. Oppure addirittura settori dove l'infiltrazione criminale, come nel settore della movimentazione terra nei cantieri, è fin troppo evidente. Paolo Weber, direttore dell´ispettorato ricorda che «a Milano il lavoro nero c´è e ha un legame indissolubile con il problema degli infortuni», e della legalità, possiamo aggiungere.

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Costituzione, lavoro, armamenti

( agli atti del convegno di Torino sulla Tyssen Krupp ) di Lidia Menapace


Quando ho sentito l'inizio della canzone per i morti della Thyssen Krupp, composta da un compagno operaio, ho avuto una emozione profonda e una retrodatazione che mi colpisce sempre quando sento una sirena che suona a lungo quasi senza modulazioni: per le persone della mia età la sirena che suona a lungo è guerra, è bombardamento aereo.

Questa volta poi sul suono profondo e cupo della sirena si sono sentite anche esplosioni e l'identificazione è stata totale: è guerra, è guerra e non si può parlare di "morti bianche". A me per la verità non piace tanto nemmeno dire "caduti", che è un ipocrita eufemismo, solo un po' meno grande del precedente: bisogna dire "uccisi", "morti ammazzati". E l'omicidio è un crimine che non conosce prescrizione.

Vorrei introdurre a questo punto una argomentazione che a mio parere sostiene la nostra ferma convinzione che la questione del lavoro non è "corporativa", ma pienamente politica, e nemmeno però generalgenerica, ma pienamente di indirizzo politico, di specificità politica.

E così argomento: la Costituzione dice che l'Italia è -per forma- una repubblica; -per metodo- una democrazia, e per fondamento ha un valore che si chiama "lavoro". Queste parole non sono da prendere una alla volta, ma sono profondamente connesse tra loro e legano i primi 11 articoli, i quali disegnano per l'appunto il volto della Repubblica italiana. Qui bisogna ricordare subito che quel volto è di pace e di ripugnanza e ripudio della guerra in qualsiasi forma. Sicchè i compiti della repubblica sono da combinare in modo che si costruisca uno stato che tiene conto di tutte le mete, indicate per l'appunto nei primi 11 articoli.

Prendiamo la questione delle fabbriche di armi: esse sono certamente "lavoro"; ma un lavoro che non rispetta l'art.11 e quindi una politica costituzionale corretta vuole che esse vengano sottoposte ad analisi che ne delimitino rigorosamente i confini difensivi e le trasformi in fabbriche di altri prodotti utili e non bellici. Ancora: se le donne hanno difficoltà maggiori per ragioni storiche o di costume o altro, ad accedere al lavoro, la repubblica deve rimuovere quegli ostacoli. E come si fa? ammettendo anche le bambine ragazze e donne a tutti i gradi e livelli dell'istruzione (e questo è avvenuto), curando che si distribuiscano con equilibrio verso tutti i tipi e gradi di studio, perchè non vi siano ghetti professionali femminili, ma libertà di scelta della propria strada (e questo non è ancora attuato). Quindi bisogna fare politiche scolastiche che indirizzino anche il genere femminile verso gli studi scientifici usando giochi, che non vedano le bambine solo con l'orrenda Barbie (e i maschietti con pistole-giocattolo), indicando anche -se occorre- i grandi esempi di madame Curie e Montessori e Levi Montalcini. E rimuovere le forme di organizzazione sociale che ne ostacolano l'accesso al lavoro. Il che significa che bisogna avere una rete di servizi sociali che surroghino il lavoro non pagato delle donne nel casalingato, cioè servizi pubblici tendenzialmente gratuiti come asili nido, scuole dell'infanzia, personale per le situazioni di malattia, condizioni di anzianità e insomma tutti i servizi che ben conosciamo: questo configura quella forma di stato che chiamiamo "stato sociale" e che, a parte la sua intrinseca alta civiltà, è assolutamente necessario perchè le donne possano accedere al lavoro in condizioni di relativa parità. Inoltre le professioni di cura sono quelle verso le quali le donne si indirizzano spontaneamente, perciò una politica siffatta ridurrebbe anche la disoccupazione femminile. Uno stato che soddisfa universalmente come diritti soggettivi esigibili i bisogni sociali che ho sommariamente elencato è uno stato le cui risorse vengono usate nei servizi e non per fare la guerra, che risulterebbe subito non solo un divieto costituzionale, ma anche strutturalmente un "lusso" che non ci possiamo permettere. Dico incidentalmente che il lavoro non pagato si chiama "riduzione in schiavitù" ed è per questo che il lavoro casalingo non viene considerato lavoro: le casalinghe dovrebbero essere liberate da questo ostacolo culturale per modificare la definizione di lavoro e il calcolo del PIL.

E si vedrebbe con ciò anche la strada da seguire per fare delle fabbriche di armi fabbriche di sussidi sanitari, pedagogici, aiuto alla disabilità, costruzione di palestre corsi di ginnastica esercizio sportivo, tutela del territorio e delle sue risorse e bellezze e patrimonio artistico ecc.ecc. Insomma lo stato sociale è quello che consente di sviluppare il lavoro in senso pienamente costituzionale, adempiendo anche altri solenni impegni della Costituzione: la pace, l'eguaglianza, la lotta contro gli ostacoli e le discriminazioni ecc.

In questo modo la presenza dei lavoratori e delle lavoratrici esce da qualsiasi nicchia assistenziale e diventa pienamente politica, sostegno e realizzazione della forma di stato che dopo le tremende esperienze della guerra di aggressione, del colonialismo e del razzismo abbiamo costruito e che possiamo anche presentare all'Europa come uno dei modelli possibili di stato democratico.

Aggiungo solo un paio di notazioni: ho sentito un compagno parlare con disprezzo della "riduzione del danno": eppure ogni politica di riconversione di fabbriche d'armi in fabbriche di cose utili è una riduzione del danno ed è l'unica strada per fare qualcosa, dato che la chiusura immediata e completa delle fabbriche d'armi sarebbe rifiutata dagli stessi operai che ci lavorano, a tutela del loro lavoro, e finirebbe per spaccare la classe e impedire alcunchè.

Persino la 194 che difendiamo dagli attacchi vaticani è una "riduzione del danno": l'aborto non è un diritto, ma una facoltà che viene riconosciuta alle donne per ridurre il danno dell'aborto clandestino e consentire con l'uso dei contraccettivi di governare la riproduzione, come gridavamo negli anni in cui abbiamo lottato per avere la 194:"aborto libero per non morire, contraccezione per non abortire". Credo che il massimalismo di certe dichiarazioni configuri la solita malattia infantile, come diceva Lenin.

E a proposito di bandiere e stelle rosse e falci e martelli, sono certo simboli cari e significativi, ma non ci si può attaccare ad essi nominalisticamente: sono importanti i contenuti. Per fare un esempio, a me non sembra che la Cina di oggi che pure è governata da un solo partito che si chiama comunista e ha simboli del tutto tradizionali possa essere considerata uno stato comunista e nemmeno socialista: è assolutamente capitalistico, con le forme esteriori della democrazia che lo stesso capitalismo doc ha ormai ridotto al rito elettorale che sappiamo benissimo quanto può essere mistificato. Un modello che credo piaccia molto anche da noi, come forma di democrazia autoritaria.
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domenica 10 febbraio 2008

Assemblea operaia. Il nodo del lavoro, per un impegno a tutto campo



La relazione di Maurizio Zipponi, Responsabile Area Lavoro Economia della segreteria nazionale del Prc

Abbiamo scelto il silenzio per ricordare i lavoratori della ThyssenKrupp e con loro tutti quelli che sono stati uccisi nelle fabbriche, nei cantieri, nei porti, sulle strade, nelle campagne.
Ma non vogliamo accettare in silenzio un lavoro che uccide: dopo il tragico primato del 2007, dal primo gennaio ad oggi la guerra sul lavoro ha già prodotto 108 vittime e 2.708 invalidi.

C’è qualcosa che non va in un paese dove l’impresa può permettersi di considerare la morte come elemento strutturale, come evento naturale e irrilevante.

C’è qualcosa che non va in un paese dove il lavoro è considerato costo da abbattere, non risorsa da valorizzare.
Non è questo il paese che vogliamo.

Non è un caso se oggi abbiamo scelto di incontrarci davanti ai cancelli della ThyssenKrupp per discutere di lavoro: quello operaio, dei call center, dell’agricoltura, dell’industria e dell’edilizia, del pubblico impiego e dei servizi, delle false partite iva, quello precario.

Non è un caso perchè nella storia dell’acciaieria torinese, in quello che lì è accaduto, c’è tutto ciò contro cui ci battiamo.
C’è una grande fabbrica, dove il lavoro è fatica e la paga è miseria.
C’è una potente multinazionale, che decide di spostare altrove l’attività e di chiudere lo stabilimento.
C’è la notte, che non è fatta per lavorare.
Ci sono dodici ore consecutive in fabbrica e l’assenza delle più elementari misure di sicurezza.
Ci sono sette lavoratori uccisi e il dolore, la rabbia di chi resta.
Poi c’è l’atteggiamento sprezzante dell’impresa, il tentativo scientifico di trasformare le vittime in colpevoli.

Altro che “errore umano“, altro che “triste fatalità“: la strage alla ThyssenKrupp non ha nulla di casuale – a meno di non ritenere casuali le oltre cento violazioni delle norme di sicurezza che sono state certificate - e i responsabili di quanto è accaduto sono i vertici dell’impresa.
Nel nostro paese per chi è accusato di omicidio è previsto il carcere.
L’articolo 104 della Costituzione recita: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
Abbiamo sempre difeso come un valore l’autonomia della magistratura, anche di recente in Parlamento, quando è stato il Signor Mastella ad attaccarla per motivi del tutto personali.
Oggi chiediamo alla magistratura di rispettare i lavoratori.

Perché non sono in carcere, in attesa di un giusto processo, i responsabili degli omicidi alla ThyssenKrupp e negli altri luoghi di lavoro?
Perchè la vita di un operaio, di un edile, di un portuale ha meno valore della vita di altri?
Forse perchè in Italia, quando varchi i cancelli, fisici o virtuali, dei luoghi di lavoro entri in un altro Stato dove nessun diritto è garantito, neppure quello primario alla vita.

La ThyssenKrupp è la drammatica metafora di un mondo parallelo.
Nel 2007 oltre mille persone hanno superato i confini di questo mondo e non sono tornate indietro.

C’è chi poi, e sono le lavoratrici e i lavoratori migranti, non fa parte di nessuno dei due mondi: sta nel mondo del lavoro senza alcun diritto, sta nel mondo “civile“ senza alcun diritto (meno che mai quello di voto). I migranti sono la rappresentazione fisica di una realtà aberrante: schiavi nel lavoro e schiavi nella vita.

Nel 2006 abbiamo accettato la sfida del governo per cambiare questo stato di cose.

Nessuno poteva pensare, in poco tempo, di recuperare la sconfitta storica della sinistra e del movimento dei lavoratori che inizia nel 1980 (proprio qui a Torino, davanti ai cancelli della Fiat). Nei venti mesi che abbiamo alle spalle abbiamo provato, sinceramente e con tutte le nostre forze, a introdurre elementi di cambiamento.
Ci abbiamo provato in Parlamento, sul territorio, stando dentro i conflitti, avanzando proposte e ingaggiando battaglie per sostenerle.
Su alcuni punti abbiamo ottenuto parziali ma significativi risultati: la legge italiana sulla sicurezza approvata di recente è, paradossalmente, una delle migliori d’Europa e la lotta al lavoro nero è stata fatta davvero, tanto che sono comparsi oltre 200.000 edili di cui prima non c’era traccia.

Senza nulla togliere a ciò che abbiamo ottenuto, dobbiamo dirci la verità: non siamo riusciti a spostare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nel paese.
Non siamo riusciti a intervenire nel nucleo attorno a cui tutto ruota, quello che neppure il sindacato riesce più a scalfire: le condizioni di lavoro e la distribuzione della ricchezza prodotta.
Non siamo riusciti a consegnare ai lavoratori un po’ di potere in più dentro le imprese e resta la precarietà, nel lavoro e nella vita.

Quando in questi mesi, sulle grandi questioni, si sono misurate le forze in campo, hanno vinto i poteri forti e la mediazione finale non ha segnato un cambiamento di direzione a favore dei lavoratori.
Anche perchè, non dobbiamo nasconderlo, spesso è mancato l’unico elemento in grado di scompaginare le carte: il conflitto sociale.

E’ significativa, da questo punto di vista, la vicenda del protocollo su pensioni, welfare, mercato del lavoro e competitività.
L’assenza di un coinvolgimento reale delle lavoratrici e dei lavoratori per sostenere, anche con la lotta, una piattaforma diversa da quella di Confindustria ha segnato indiscutibilmente le conclusioni dell’accordo.
Dobbiamo riconoscere il nostro limite. Questo limite indica l’agenda, la nuova fase.
Una nuova fase che per noi non è iniziata con la crisi di governo, ma si è aperta a fine anno, quando il segretario del Prc ha dichiarato alla Camera che il nostro partito avrebbe votato la fiducia al governo sul welfare non certo per vincolo di maggioranza o per coerenza con il programma dell’Unione, visto che l’uno e l’altro erano stati violati da un insostenibile intervento di Confindustria e delle forze centriste, ma per responsabilità sociale verso i pochi risultati positivi contenuti nell’accordo e per evitare che ci fossero lavoratori che dal 1 gennaio 2008 dovessero immediatamente lavorare tre anni in più.

Subito dopo il voto di fiducia abbiamo chiesto la verifica di governo sulla base di una nuova agenda che avesse al centro il risarcimento sociale, il miglioramento dei salari dei lavoratori, la lotta alla precarietà anche come elemento di competitività del sistema oltre che come diritto dei lavoratori.
Avremmo deciso sulla base delle risposte se restare al Governo oppure dichiarare chiusa la nostra esperienza.
Prima che si potesse avviare la verifica e applicare l’articolo 1 della finanziaria, secondo il quale l’extragettito doveva essere distribuito ai lavoratori dipendenti per affrontare l’emergenza salariale, e mentre si scatenava il pesante attacco alla laicità dello Stato e poi alla legge 194, il centro moderato dell’Unione ha fatto cadere il Governo.
Questo esito ha all’origine la nascita del Partito Democratico, la sua scelta (fatta ben prima della fine del Governo Prodi) di presentarsi da solo alle elezioni e di sostenere un referendum che porterebbe al bipartitismo all’americana.
Come partiti della Sinistra avevamo predisposto una piattaforma comune per la verifica con il Governo. I contenuti di quella piattaforma restano serie proposte politiche per cui battersi, in particolare per affrontare la gigantesca questione salariale del lavoro dipendente, tanto più oggi, con il forte extragettito derivato dalla lotta all’evasione. L’attuale Governo Prodi lo può fare, perché questo è scritto nella finanziaria, così come può dare attuazione a decreti sulla sicurezza e sui lavori usuranti.
Sfidiamo il Partito Democratico a fare subito, qui ed ora, ciò che è possibile per i lavoratori dipendenti.
E’ necessario istituire la detrazione di imposta per il lavoro dipendente e le pensioni, introdurre la restituzione del fiscal drag e la detassazione degli aumenti derivanti dai contratti nazionali di lavoro.

E’ poi necessario introdurre un sistema automatico e annuale di recupero del potere d’acquisto dei salari e, contemporaneamente, aumentare al 20% la tassazione delle rendite finanziarie, come negli altri paesi d’Europa.
C’è poi una questione sulla quale abbiamo elaborato una nostra proposta: la necessità di intervenire, attraverso l’erogazione di un reddito sociale, a favore di chi oggi è precario e percepisce meno di 8.500 euro all’anno perché possa raggiungere almeno quella cifra.
Sulla precarietà sono stati scritti fiumi di parole: bisogna cominciare a limitarla. Per questo chiediamo che dopo 36 mesi di lavoro precario (a qualunque titolo, presso un'azienda o un ente) i lavoratori vengano assunti a tempo indeterminato.

L’orario di lavoro è un altro nodo nevralgico. E’ proprio sulla sua gestione unilaterale che puntano le imprese. E allora è il caso di definire per legge l’orario massimo di lavoro giornaliero, settimanale e mensile.
Oltre alla perdita progressiva del potere d’acquisto dei salari (stimata in 1.900 euro, dal 2002 ad oggi) a peggiorare la vita delle lavoratrici e dei lavoratori è intervenuta la riduzione dello stato sociale, l’incremento vertiginoso degli affitti, lo scandaloso lievitare dei mutui.
Sarebbe una presa in giro aumentare le retribuzioni e poi costringere i lavoratori ad “acquistare” dai privati servizi primari (a partire dalla sanità) ed a spendere per la casa gran parte del salario.
Ecco perché è necessario anzitutto aumentare la disponibilità di alloggi pubblici e finanziare un piano nazionale per la casa (su questo erano stati fatti timidi passi avanti).

Sul grande nodo dell’ambiente e dello sviluppo, che segna il punto di contatto tra movimento dei lavoratori e movimento ecologista, le proposte avanzate partono dal presupposto, ormai evidente, della finitezza delle risorse e, quindi, indicano come unica via possibile l’investimento sull’innovazione, sulla ricerca, sulla formazione permanente.

A gennaio, tra il voto di fiducia sul welfare e la crisi di governo è accaduto un fatto emblematico: i metalmeccanici hanno siglato una ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro.
Non voglio entrare nel merito dei contenuti dell’ipotesi: i metalmeccanici hanno scelto come prassi la democrazia e saranno i lavoratori e decidere con il voto se accettare o meno la mediazione raggiunta.
C’è una cosa, però, che voglio dire: quell’ipotesi di accordo, nel bene o nel male, è frutto di un conflitto.
Ci sono state 50 ore si sciopero, centinaia di presidi delle aziende, mobilitazioni sul territorio. C’è stato anche il tentativo del progressista Illy di denunciare i lavoratori che manifestavano sulle strade.
I metalmeccanici, con la loro pratica partecipativa e democratica, hanno detto all’impresa “siamo in due”.
“Siamo in due” significa affermare una soggettività altra dall’impresa, portatrice di bisogni, esigenze, rivendicazioni contrapposte a quelle dell’impresa.
Proviamo a immaginare lo scenario se l’ipotesi di contratto dei metalmeccanici non fosse stata siglata domenica 20 gennaio.
Lunedì 21 le aziende avrebbero elargito unilateralmente aumenti salariali in busta paga, tentando così di rompere il fronte delle lotte e di dimostrare che il sindacato è inutile tanto quanto è inutile il contratto nazionale.
Martedì 22 c’è stata la crisi di governo. Venerdì 24 il governo è caduto.
In questo paese, per un lungo periodo, non ci sarebbe stato più il contratto nazionale di lavoro. Non quello dei metalmeccanici, il contratto nazionale di lavoro di tutte le categorie (sono circa 6 milioni i lavoratori ancora in attesa del rinnovo: dal pubblico impiego, al commercio, ai giornalisti).
Questo mi porta a dire che i comportamenti, le coerenze, la tenacia nel “provarci” influiscono sugli eventi. Non è vero che è già tutto scritto. Non è vero che è già scritta la sconfitta. Non è vero che non si possono ottenere risultati anche quando i rapporti di forza sono sfavorevoli.
Le vicende degli ultimi mesi impongono una riflessione anche sul movimento sindacale, pur nel rispetto della reciproca autonomia.
Non possiamo più nascondere una crisi di “sindacalizzazione” nel paese, intendendo per sindacalizzazione non il numero delle tessere, ma il senso e lo scopo dell’appartenenza di un lavoratore a una organizzazione collettiva.
Si è rotta la concatenazione logica che la storia ci ha consegnato: mi organizzo in un sindacato, avanzo rivendicazioni, agisco, produco conflitto, miglioro le mie condizioni attraverso un contratto nazionale o aziendale. Tanto è vero che oggi, a differenza che nel passato, anche chi lavora spesso non riesce a superare la soglia di povertà e a costruirsi un’esistenza autonoma, basta guardare la busta paga dell’apprendista di un pastificio: 177 ore di lavoro al mese per 494 euro di stipendio.
Da un po’ di tempo gli accordi firmati addirittura derogano a diritti già acquisiti e, quindi, bene che vada, limitano i danni ma non contengono nuovi diritti, non contengono elementi di cambiamento positivi per i lavoratori.
La perdita di senso, la perdita di identità, la sfiducia nell’agire collettivo sono ciò che si raccoglie nei luoghi di lavoro: “Siete tutti uguali, politici e sindacalisti e noi ci dobbiamo arrangiare da soli”
Ecco dove fa breccia l’operazione dell’imprenditore Della Valle, ossia l’elargizione unilaterale di denaro: il lavoratore si affida all’impresa, perché è l’impresa che gli da pochi, sporchi soldi subito.
Questo fa saltare qualunque schema conosciuto e rende stucchevole la discussione sul nuovo modello contrattuale: contratto nazionale? contrattazione di secondo livello?
Siamo oltre. Per la sinistra e le organizzazioni sindacali il pericolo è massimo. Ad aprile si andrà ad elezioni, se dalle urne scaturirà un governo di centro destra questo pericolo si tradurrà in realtà, prendendo a pugni in faccia chi oggi non vuole riconoscere questa cruda realtà.
Per quanto ci riguarda, il contratto nazionale va difeso per la sua valenza universale, ma dobbiamo rispondere a chi lo vuole demolire.
Allora perché non pensare a tre grandi contratti nazionali (uno per l’industria, uno per il pubblico impiego, uno per i servizi) e ad un contratto europeo che stabilisca, su salario e orario di lavoro, soglie minime sotto le quali non è possibile andare, in modo da impedire la concorrenza al ribasso tra lavoratori?
In questo scenario, fermo restando il contratto nazionale, va benissimo la contrattazione di secondo livello (aziendale o territoriale) purché sia ovunque, purché sia pratica obbligatoria ed esigibile, altrimenti diventa neocorporativa.
Questo significa riattivare energie e partecipazione (nei luoghi di lavoro e sul territorio), significa restituire ai lavoratori la possibilità di intervenire sulla propria condizione, significa anche stanare chi usa strumentalmente la contrattazione di secondo livello per cancellare il contratto.
Quanto deve durare il contratto nazionale? Anche tre anni, purché venga reinserito il fiscal drag e uno strumento che consenta il recupero annuale ed automatico del potere d’acquisto dei salari.
Questo per noi significa non stare in difesa.
C’è poi un nodo non più eludibile se vogliamo davvero modificare i rapporti di forza all’interno delle imprese: la conoscenza preventiva che i lavoratori devono avere delle dinamiche e la loro possibilità di intervenire sulle scelte dell’azienda.
Recentemente ci siamo occupati della vicenda Alitalia e ci siamo imbattuti nei meccanismi decisionali della compagnia aerea tedesca Lufthansa, dove esiste un consiglio di gestione che si confronta con le organizzazioni sindacali e un consiglio di sorveglianza, formato al 50% da rappresentanti eletti dai lavoratori.
Il consiglio di sorveglianza ha il compito di vigilare perché l’operato del consiglio di gestione non vada contro gli interessi generali dell’impresa, tra i quali ci sono gli interessi dei lavoratori. Nel caso Lufthansa è stato proprio questo organismo a mettere il freno sulla possibilità di acquisire Alitalia, la compagnia che i famosi “imprenditori del Nord” si preparano a far fallire – con quel che ne consegue sul piano occupazionale - dopo avere prodotto, insieme alla classe politica soprattutto lombarda, il più clamoroso disastro degli ultimi tempi: Malpensa.
Senza indicare modelli di relazioni sociali, continuo a pensare che un potere da consegnare nelle mani dei lavoratori sia quello di conoscere preventivamente le scelte dell’impresa, anche attraverso una legislazione di sostegno.
Così come continuo a pensare che servano leggi per impedire alle multinazionali di sfruttare il territorio, usarne le risorse e i servizi e poi andarsene altrove, spostando le produzioni, chiudendo gli stabilimenti, cancellando posti di lavoro.
Altrove lo Stato si difende, difende il bene della collettività. Di recente Nokia ha deciso di abbandonare un sito in Germania: lo Stato tedesco a chiesto alla multinazionale un risarcimento di 41 milioni di euro.
E’ ora che il rapporto tra lavoratore dipendente e Stato esca dal moralismo, presente anche a sinistra.

Abbiamo economisti, sociologi, studiosi, giornalisti capaci di partire da rigorosi punti di vista, di fare giusti conti e di produrre analisi credibili. Fatica sprecata se per il lavoratore non cambia mai nulla, a partire dall’ingiusto sistema fiscale.
Delle due l’una. O c’è una immediata detassazione degli aumenti contrattuali, l’inserimento del fiscal drag e la riduzione delle aliquote fiscali sul lavoro dipendente oppure quella che Pier Carniti, in una recente intervista, ha lanciato come provocazione, è una idea: “Ci avete spremuto e preso in giro per decenni, ora trattateci come gli altri: dichiarazione annuale dei redditi e niente più tassazione alla fonte”.
Perché no? Che malattia hanno i lavoratori dipendenti per non poter fare come tutti gli altri contribuenti?


I dati che emergono da una recente indagine di Bankitalia sono significativi: dal 2000 al 2006 il reddito delle famiglie di un lavoratore dipendente è rimasto invariato; in compenso è aumentato del 13% il reddito delle famiglie dei lavoratori autonomi.
C’è un’altra percentuale che segna uno squilibrio insostenibile: nel nostro paese il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza, mentre salgono i livelli di indebitamento: nel 2006 il 26% delle famiglie italiane si è rivolta ad agenzie finanziarie.
E qui vorrei tornare a parlare di operai.
Secondo il vocabolario della lingua italiana operaio è “chi esplica un’attività manuale alle dipendenze di qualcuno”.
Per la mia generazione “operaio” è solo chi sta in fonderia, alla catena di montaggio, chi lavora in una acciaieria, in un cantiere, chi trasforma la materia.
Oggi dobbiamo declinare la parola sulla base della condizione del lavoratore e dei suoi diritti, non attraverso la sua mansione o collocazione fisica.

Quale è la condizione di una falsa partita iva, di un collaboratore a progetto, della cassiera di un ipermercato, di chi lavora in un call center, che non sanno a cosa serva il loro lavoro, non hanno alcun controllo sul ritmo e sull’orario, non determinano il proprio salario, alcuni non hanno ferie, malattia, maternità? Il massimo di subordinazione, di sfruttamento, di negazione dei diritti.
Sono i moderni operai. I più soli, indifesi, ricattabili degli operai.
Qualsiasi progetto di unificazione del mondo del lavoro che voglia parlare a questi nuovi operai, che voglia costruire un punto di vista altro ha bisogno di un forte (anche dal punto di vista numerico) e plurale soggetto politico di rappresentanza.
Ecco perché La Sinistra l’Arcobaleno non può essere giocata solo “contro”: contro Berlusconi, contro la destra autoritaria. Ci siamo già passati: la “barriera” antifascista e democratica regge l’emergenza, il contingente, ma non oltre.
Qui non si tratta solo di resistere, il nuovo soggetto della sinistra deve avere una precisa identità e una rigorosa proposta strategica.

Oltre ai punti dell’agenda, che già sono comuni, noi del Prc mettiamo a disposizione del nuovo soggetto la nostra esperienza, le nostre riflessioni, le analisi e le proposte sui grandi capitoli che compongono il libro del lavoro: la precarietà e, quindi, nuove norme per il suo superamento e per dare dignità al lavoro; le pensioni e il welfare, e quindi una riforma complessiva del sistema; la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro; la trasformazione del capitalismo italiano e la necessità di una reale politica industriale; la questione salariale; la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro; la necessità di un intervento pubblico in economia; la dimensione, almeno europea, dell’agire politico e sindacale.
Abbiamo raccolto queste idee e proposte in un testo che abbiamo ironicamente chiamato “Libro Bianco” proprio perché la realtà ha dimostrato il fallimento di quella Legge 30 che avrebbe dovuto rendere competitive le imprese: la precarietà è aumentata, ma le aziende italiane sono sempre più piccole, sottocapitalizzate, prive di iniziativa, incapaci di investire in ricerca e innovazione e, quindi, incapaci di competere sul piano internazionale.
I contenuti, le proposte del nostro Libro Bianco sono il patrimonio che consegnamo alla sinistra: partono da una seria critica al sistema capitalistico italiano, scaturiscono dall’esperienza dei conflitti nei luoghi di lavoro (da Atesia, Vodafone, Wind alla Fincantieri; dalla Bertone, alla Fiat di Melfi, alla Esselunga).

La nascita del Partito Democratico ci affida la responsabilità enorme di essere l’unico punto di riferimento delle lavoratrici e dei lavoratori, dal momento che il Pd ha scelto come tratto fondante della sua identità l’equidistanza tra impresa e lavoratore.
Mi ha colpito questa posizione - che nega non solo la realtà, ma i fondamenti stessi dello stato liberale - basata sull’idea della sostanziale parità tra lavoratore e impresa come se i due soggetti avessero la stessa forza, come se il contratto tra i due potesse essere un libero contratto.
In un’intervista il segretario del Pd ha definito con ulteriore precisione la linea del suo partito: “Dobbiamo ripensare a chi è l’imprenditore. L’imprenditore è un lavoratore, che rischia, che ci mette del suo”.
Sotto l’apparente banalità (è ovvio che gli imprenditori si alzano al mattino, fanno delle cose, lavorano), l’affermazione del segretario del Pd segna una rottura: nega la subordinazione del lavoratore, il suo essere dipendente da altri, perchè questi “altri” sono proprietari dei mezzi di produzione, del tempo e della conoscenza.
“Lavoratore” è una condizione, non è uno stato civile.

Questa operazione ha conseguenze devastanti perché nega la necessità di un intervento dello Stato per bilanciate lo squilibrio esistente, nega la necessità di leggi, di norme, di contratti che tutelino il lavoratore, annulla la ragione stessa dell’esistenza della sinistra.
Qui c’è una ragione in più per dare vita al nuovo soggetto politico della Sinistra.
Se il lavoro è il fulcro attorno a cui tutto ruota, credo che proprio nei luoghi di lavoro si debba da subito cominciare a costruire le sezioni della Sinistra Arcobaleno, accettando la sfida di quelle associazioni e movimenti che ci chiedono di cominciare a fare, avviando da subito il tesseramento al nuovo soggetto politico plurale, ferma restando la nostra intenzione di investire e strutturarci, comunque, nei luoghi di lavoro.
A proposito del fare, in questa assemblea abbiamo deciso di lasciare la parola proprio a chi fa: alle donne e agli uomini che quotidianamente si misurano nei luoghi di lavoro con rapporti di forza impari, al nord come al sud, nelle piccole come nelle grandi imprese, nei servizi, nelle mille, frammentate realtà.
Abbiamo chiesto a loro di prendere la parola perché siamo convinti che il protagonismo di chi vive una condizione sia l’elemento indispensabile non solo per riscrivere il presente ma, anche, per ridare “moralità” alla politica.

La voce delle lavoratrici vale ancora di più, perché sono portatrici di una differenza di genere e di una pratica che consideriamo un valore aggiunto per un serio progetto di ricomposizione a sinistra.
In questi giorni i media si stanno occupando del confronto elettorale negli Stati Uniti, un confronto da cui il lavoro è escluso.
John Fitzgerald Kennedy, nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca disse: “Non chiedetevi cosa può fare per voi il vostro paese, chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro paese”.
Siamo in Italia e vorrei che alle lavoratrici e i lavoratori venisse finalmente riconosciuto cosa hanno fatto e cosa continuano a fare per questo paese, un paese in cui il più famoso degli imprenditori (il presidente di Confindustria), quello che in un anno guadagna più di 500 lavoratori della sua azienda, si permette di dettare legge, arrivando persino a chiedere di cambiare la Costituzione.
Dai diversi spezzoni che compongono il film di questa assemblea - per chi ha voglia di guardarlo davvero - non uscirà l’immagine del “povero lavoratore”, di quello che ha bisogno di assistenza, cui tendere la mano.
Vorremmo che giornalisti, scrittori, pittori, fotografi, musicisti, registi, riprendessero a narrare, a mostrare il vero mondo del lavoro, oggi invisibile.

Bisogna uscire dal pietismo, persino da una forma strana di solidarietà che da per scontata la rassegnazione, l’ineludibilità di una condizione di sfruttamento e disagio.
I lavoratori non stanno male “per caso”, perché questa è la loro natura. I lavoratori stanno male perché ci sono poteri che li opprimono, che li vogliono senza voce.
Negli anni che abbiamo alle spalle è passata l’idea che tutto fosse uguale, che non ci fossero più confini. Niente più classi, niente più destra e sinistra, niente più controparti, niente più interessi diversi, contrapposti.
Chi è la controparte di un giovane che lavora in un call center? e quella di un operaio alle dipendenze di una multinazionale? Chi è il soggetto con cui interloquire, avanzare rivendicazioni, scontrarsi? Il monitor di un computer, una voce registrata, un gruppo dirigente che sta dall’altra parte del mondo, un fondo di investimenti? Chi decide ritmi e orari di lavoro? Chi stabilisce lo spostamento di una produzione, chi decide lo sviluppo di un’azienda o le sue dismissioni?
La frantumazione, solo apparente, dei poteri ha prodotto l’apparente inesistenza dei poteri.
Dobbiamo rimetterli a fuoco, individuare gli interlocutori e gli avversari, se non vogliamo che la passione, la partecipazione, la volontà di cambiamento anneghino nella palude dell’indistinto.
La politica ha la responsabilità grande di essersi staccata dal reale, dalle persone, dai loro bisogni, dalle loro aspettative. Le istituzioni sono luoghi lontani.
Ci sono immagini che danno la misura dell’abissale distanza tra ciò che di positivo si muove nella società e ciò che accade nei palazzi del potere: i giovani siciliani che sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni di Cuffaro e le urla, gli sberleffi, gli sputi in Parlamento; i lavoratori che manifestano per il contratto (non solo per aumenti salariali) e il gesto offensivo di chi cerca di comprarli per quattro soldi; gli immigrati in coda per il rinnovo del permesso di soggiorno e chi li sfrutta senza riconoscerli né come lavoratori né come cittadini; la dignità di chi cerca di far quadrare i conti e lo spettacolo osceno di chi si indigna all’idea che possano aumentare le tasse sugli yacht…
Non è vero che tutto è uguale, che non esistono più confini.
Da una parte c’è il potere, dall’altra un’esigenza di giustizia, un bisogno enorme di rappresentanza. La sinistra o sta lì o non è sinistra.
Non so cosa decideranno gli italiani alle urne.

So che noi abbiamo intenzione di continuare ad analizzare, riflettere, avanzare proposte, sostenerle con l’azione, sia per un nuovo governo, sia per una forte opposizione.
Nei prossimi giorni saremo a Milano per affrontare la questione del lavoro in Europa, poi a Roma per discutere di lavoro pubblico, a Napoli per parlare di reddito e di una nuova economia per il mezzogiorno e a Palermo per affermare che il lavoro è il più potente antidoto alla mafia.
Il Sud del paese è luogo dove si congiungono il massimo di precarietà, la più profonda crisi delle istituzioni e il fallimento di un modello industriale “esportato” malamente dal Nord.
Il Mezzogiorno è anche il luogo dei giovani di Locri, di Napoli, della Sicilia che si schierano contro la malavita organizzata, rivendicano una politica pulita, chiedono un cambiamento che non li costringa (come sta avvenendo) a migrare al Nord sulle orme dei loro padri. Sono giovani che non accettano più di essere eterni esclusi.
Per tutto questo il Sud è il luogo principale dove provare a costruire punti di contatto tra nuove politiche economiche, un lavoro che abbia in se' la formazione continua, uno sviluppo che tenga conto dell’ambiente.

Se dovessi sintetizzare, in trenta secondi, cosa chiediamo come priorità direi: un lavoro per vivere e non per morire; 100 euro in più in busta paga derivanti dalla riduzione delle tasse, oltre agli aumenti conquistati con il rinnovo dei contratti; un impiego sicuro dopo 36 mesi di precarietà; un reddito sociale per garantire a tutti almeno 8.500 euro all’anno.
Se dovessi sintetizzare, in trenta secondi, cosa serve per tentare di dare alle donne, agli uomini, ai giovani migliori condizioni di vita e di lavoro direi: un nuovo soggetto politico di massa che le lavoratrici e i lavoratori sentano proprio.
E’ questo che vogliamo fare.

Torino, 9 Febbraio 2008

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giovedì 7 febbraio 2008

Secondo il rapporto annuale dell’Inail, Verona è al primo posto in Italia e

da L'Arena 6/02/2008
Roberto Ceruti

Verona prima in Italia per numero di infortuni sul lavoro. È il triste primato che emerge dal recente rapporto dell’Inail. Certo, il dato è ormai storico, permanendo dal 1991, e ha delle chiare motivazioni legate all’economia del territorio.
Nel 2006 gli infortuni nel settore industriale e terziario sono stati 20.513, di cui 23 mortali, su un totale di 105.446 in tutto il Veneto. In agricoltura l’imprinting territoriale è ancor più chiaro, visto che da noi capita circa un terzo degli infortuni della regione. 1.848 sono stati gli incidenti agricoli nella nostra provincia nel 2006 (3 morti) su 5.677 infortuni nel Veneto. Le morti bianche a Verona erano state 14 nel 2005 e 22 nel 2004.
Un altro dato preoccupante, che si aggiunge al secondo rapporto sulla tutela delle vittime, che l’Anmil (Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro) ha presentato l’altro ieri al presidente Giorgio Napolitano nel corso di un incontro riservato al Quirinale. L’Italia, infatti, detiene il primato europeo in questo settore.

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lunedì 28 gennaio 2008

Bankitalia, per lavoratori dipendenti redditi fermi dal 2000 al 2006

da www.repubblica.it 28/01/2008

ROMA - Il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente "è rimasto sostanzialmente stabile" (+0,3%) dal 2000 al 2006, considerando l'aumento del costo della vita. Lo sottolinea la Banca d'Italia nell'indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane nel 2006. Nello studio si evidenzia che invece il reddito delle famiglie con capofamiglia autonomo, nello stesso periodo, sempre in termini reali, è cresciuto del 13,1%.

Il 45% della ricchezza al 10% delle famiglie. La ricchezza netta degli italiani aumenta ma è sempre più concentrata in poche famiglie. Infatti nel 2006 il 10% delle famiglie italiane più ricche possedeva quasi il 45% dell'intera ricchezza netta, una percentuale in crescita rispetto al 43% del 2004.

Un miglioramento nell'ultimo biennio. In effetti nell'ultimo biennio (2004-2006) si è registrata una crescita del 4,3% in termini reali per i redditi da lavoro dipendente. Ma questo incremento, osserva lo studio di Bankitalia, "compensa soltanto in parte la riduzione osservata fra il 2000 e il 2004".

Va meglio agli imprenditori. Nella eterogenea categoria dei lavoratori autonomi va meglio alle famiglie di artigiani e titolari di imprese familiari e imprenditori che hanno visto il loro reddito crescere dell'11,2% dal 2004 al 2006. Mentre è negativo l'andamento del bilancio familiare per le altre tipologie, come i liberi professionisti o i lavoratori atipici.

Il reddito medio. Nel 2006 il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali e assistenziali, è risultato di 31.792 euro, pari a 2.649 euro al mese. Rispetto alla precedente rilevazione, fatta nel 2004, il reddito familiare medio aumenta - rileva la Banca d'Italia - del 7,8% in termini nominali, pari al 2,6% in termini reali.

Riferendosi invece al reddito dei singoli percettori (e non più a quello familiare), per i lavoratori dipendenti è risultato pari a 16.045 euro, con una crescita dell'1,2% in termini reali. Per contro - si legge sempre nell'indagine dell'istituto di Palazzo Koch - quello da lavoro indipendente è stato pari a 22.057 euro (in lieve diminuzione, -0,1%, rispetto al 2004).

Al Sud la crescita maggiore. Dallo studio di Bankitalia emerge anche una novità: il reddito familiare medio mostra una crescita in termine reali maggiore al Sud e alle Isole (5,6%) rispetto al Centro (3,5%) e al Nord (0,7%). L'istituto spiega che il migliore risultato, relativo sempre al biennio 2004-2006, registrato dai nuclei del Sud "è in misura significativa legato alla maggiore crescita del numero medio di percettori per famiglia".

Guadagnano più gli uomini. Guadagnano più gli uomini che le donne, siano essi dipendenti o autonomi, più al Nord che al Sud, più i laureati che coloro che non hanno titolo di studio, più gli anziani che i giovani. Il divario uomini-donne è mediamente di oltre 5.000 euro l'anno. Un laureato invece guadagna mediamente più del doppio (25.090 euro annui) rispetto al lavoratore senza titolo di studio (10.436).

Cresce indebitamento famiglie. Tra il 2004 e il 2006 il numero delle famiglie italiane indebitate è cresciuto dal 24,6 al 26%. Si tratta, segnala Bankitalia nell'indagine sui bilanci delle famiglie italiane, di famiglie del Centro-Nord, di giovane età, con titolo di studio più elevato e con capofamiglia lavoratore indipendente. I mutui costituiscono il 60% del totale dell'indebitamento mentre quelli per acquisto di beni di consumo solamente il 10%.

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martedì 22 gennaio 2008

Contratto Metalmeccanici: Scheda. I punti dell'accordo

Salario
Aumento medio di 127 euro, una tantum di 300 euro (267 più le 30 che in qualche caso, come alla Fiat, sono però già stati dati) equiparazione tra operai e impiegati. L’incremento dei minimi contrattuali è su una vigenza contrattuale di 30 mesi e sarà distribuita in tre scaglioni: 60 euro a gennaio 2008, 37 a gennaio 2009 e i restanti 30 a settembre 2009. Facendo il calcolo del cosiddetto “montante” e dividendolo per la vigenza contrattuale si arriva alla cifra di 81 euro.
Parificazione tra operai e impiegati
Da gennaio 2009 le differenze che ancora permanevano tra la disciplina degli impiegati e degli operai saranno cancellate, estendendo di norma i diritti degli impiegati agli operai. La normativa degli scatti di anzianità è stata semplificata ed è stata estesa agli operai la maturazione dei giorni di ferie aggiuntivi in base all’anzianità aziendale, che fino ad oggi era prevista per gli impiegati. Ciò vuol dire che le ferie aggiuntive non saranno godute dai neoassunti.
Relazioni sindacali
È prevista l’istituzione dell’Osservatorio nazionale che si occuperà anche di ambiente e sicurezza del lavoro. È stata recepita la direttiva europea sui diritti di informazione e consultazione nelle imprese con almeno 50 dipendenti.
Ambiente e sicurezza sul lavoro
Le imprese dovranno informare, di norma ogni 6 mesi, i lavoratori sulle questioni della sicurezza e della salute, anche in relazione alle specificit… aziendali.
Orario di lavoro
I sabati di straordinario “comandati” passano da 4 a 5 nelle imprese con almeno 201 dipendenti e da 5 a 6 nelle imprese di minori dimensioni. Uno dei sette permessi annui retribuiti a fruizione collettiva potrà essere spostato dall’azienda all’anno successivo con fruizione individuale
Precari
Per coloro che hanno svolto, con la stessa azienda e nella medesima mansione, periodi di lavoro sia interinale che con i contratti a termine, è stato fissato un limite massimo di 44 mesi.

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domenica 20 gennaio 2008

Due operai soffocati nella stiva della nave

www.giovanicomunisti.it
di Maurizio Pagliassotti

Due uomini buttati dentro la stiva di una nave container a recuperare rimasugli di grano sono rimasti asfissiati dalle esalazioni tossiche che hanno trovato, stroncati da una rapida agonia. Le due vittime erano due lavoratori esperti. «Non un incidente ma un omicidio. Una vicenda che dimostra come sia impossibile combattere lo stillicidio di morti bianche senza cambiare volto al lavoro, divenuto precario, povero, merce di scambio tra le imprese, pura variabile dei profitti». Questo il commento del senatore Prc Claudio Grassi. Duro anche Paolo Ferrero, ministro delle solidarietà sociale: «Bisogna finirla con le lacrime di coccodrillo». Già in occasione del disastro TK il ministro aveva detto chiaramente che molti fra quelli che piangono adesso sguazzano nei profitti che derivano dalla mancanza di sicurezza.
I due operai - Denis Zanon veneziano di 40 anni, appartenente alla Cooperativa nuova CLP di Marghera e Paolo Ferrara, padovano di 52 anni, dipendente della ditta ICCO con sede a Dosson di Casier - erano addetti alla pulizia della pancia delle navi: un lavoro molto pericoloso perché da svolgere all'interno di ambienti vastissimi che talvolta possono saturarsi di gas derivanti da incontrollabili fermentazioni.
Quando questo accade l'ossido di carbonio, o altri gas, tendono a concentrarsi nella parte bassa delle stive e chi entra in contatto con essi perde i sensi in pochi secondi. Proprio il grano è particolarmente pericoloso in quanto oltre a fermentare produce una grande quantità di polvere che priva di visibilità l'ambiente in cui muovono gli operatori. I cereali in genere inoltre necessitano di gassificazione con sostanze chimiche tossiche che evitano il moltiplicarsi di parassiti. Dopo queste operazioni le stive devono essere areate per almeno 48 ore. Non è dato sapere se tutte le norme sulla sicurezza siano state eseguite.

In caso di incidente il recupero può diventare una trappola perché necessita di maschere antigas che talvolta non sono disponibili. Chi tenta coraggiosamente di portare soccorso senza protezioni al primo "ferito", rischia anch'esso l'asfissia: infatti un terzo operatore è in fin di vita proprio perché ha tentato una disperata manovra di salvataggio senza bombola d'ossigeno.
Secondo fonti interne verso l'una di ieri notte i due operai si sono calati nella stiva con una ruspa cingolata collegata a una gru sulla banchina. Il gas presente sul fondo li ha uccisi in pochi minuti. Accertamenti fatti ieri subito dopo la sciagura dai Vigili del Fuoco, intervenuti col nucleo Nbcr, batteriologico, chimico e radiottivo, hanno rilevato una presenza di ossigeno pari al 5% contro un minimo per la sopravvivenza del 17%. Non c'era nessuna possibilità di scampo. Pare che un primo tentativo di soccorrere i due operai sarebbe andato a vuoto a causa di una bombola di ossigeno scarica. La Procura di Venezia ha aperto un'inchiesta.
Il parallelo con la vicenda ThyssenKrupp corre sulla bocca di tutti i lavoratori che si sono riversati fuori dalla zona industriale per protestare. Si tratta di due situazioni molto diverse però. L'acciaieria torinese era una entità singola, delimitata anche fisicamente, più controllabile quindi. Porto Marghera, grande cento volte più che la TK di Torino, appare come una terra di nessuno. Non ci sono le tute blu che entrano e escono, bensì una miriade di lavoratori inquadrati chissà come e da chissà chi: il regno del subappalto. Basta vedere i volti di chi sta occupando una parte del porto per capire come va l'andazzo: sono tutti italiani. Mancano quindi gli immigrati, la carne da cannone che non è uscita a protestare, schiavi retribuiti (non sempre) che vivono come invisibili all'interno del mega complesso industriale. L'europarlamentare Roberto Musacchio ha presentato un'interpellanza presso il parlamento europeo che mira al cuore del problema: «Domando se le norme di liberalizzazione del lavoro in materia di attività portuale previste dalle direttive europee e dalle leggi degli stati membri non siano palesemente in contrasto con l'esigenza di garantire la sicurezza del lavoro quale assoluta priorità come ancora ribadito solo due giorni fa con il voto in aula a Strasburgo del rapporto (Rapporto Wilmott ) sulla sicurezza del lavoro».
La protesta dei lavoratori è scattata appena la notizia della tragedia si è diffusa ed ha coinvolto buona parte dei porti italiani Un corteo ha occupato le banchine del porto bloccando tutta l'attività di carico e scarico merci. Successivamente è uscito dallo stabilimento paralizzando le strade che arrivano al complesso industriale. Si sono formate code chilometriche di camion e auto ed il famigerato passante di Mestre è incorso in una giornata campale.
La tragedia, e la relativa esasperazione dei lavoratori, si inserisce in un contesto molto teso anche a causa della trattativa dei metalmeccanici che non trova soluzioni.
«Ci mandano a morire tutti i giorni e non vogliono darci quattro soldi in più. Questi sono i padroni! Ora basta». Questi i commenti che si potevano sentire ieri tra i manifestanti che picchettavano le entrate allo stabilimento. Le testimonianze che raccontano la vita all'interno del porto fanno tornare alla memoria condizioni lavorative che si pensavano superate da un secolo. E poi la denuncia più agghiacciante: molti infortuni verrebbero taciuti. Minacce, ma anche promesse e lusinghe, indurrebbero molti lavoratori, soprattutto immigrati, a non presentarsi presso gli ospedali per le cure necessarie.
Il 29 gennaio si svolgerà un'assemblea unitaria dei quadri e dei delegati sindacali (tutte le sigle) per decidere le ulteriori iniziative da intraprendere a sostegno della sicurezza nei porti.
L'aria che si respirava ieri fuori da Porto Marghera, ma anche presso i cantieri navali di Monfalcone, fa presagire che i prossimi giorni saranno ricchi di proteste spontanee. Forse già oggi ci saranno nuovi blocchi stradali.

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