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martedì 11 novembre 2008

12 novembre ore 20.45: PRIGIONIERI DELL’IMPERO

Associazione di Amicizia ITALIA-CUBA - Circolo “Celia Sànchez Manduley” Verona

INVITA ALL’INCONTRO-DIBATTITO

PRIGIONIERI DELL’IMPERO
Negli USA dal 1998 sono incarcerati cinque cittadini cubani/americani che raccoglievano
informazioni sui gruppi paramilitari e sulle attività della mafia cubano-americana,
per prevenire atti di terrorismo e difendere il popolo cubano dalle aggressioni e dalla morte.

INTERVENGONO

Silvia BARALDINI

Tecla FARANDA - Avvocato, membro dell’Associazione Giuristi Democratici

modera Enzo PESCATORI - Segretario del Circolo di Verona

Mercoledí 12 Novembre o ore 20,45

SALA LUCCHI Piazzale Olimpia, 3 - Verona
(palazzina dietro lo stadio di calcio)


Edizioni Achab - www.edizioni-achab.it
Via Caroto 2/a - 37131 Verona
tel. 045 8489196 - fax 045 84031149

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lunedì 20 ottobre 2008

In piena crisi finanziaria il Capitale di Karl Marx va a ruba

da www.rainews24.it

La crisi finanziaria avvantaggia Karl Marx e i suoi eredi. Il Capitale va a ruba nelle librerie, forsi i manager vogliono capire dove hanno sbagliato. Sono soprattutto i tedeschi ad essere interessati all'opera di Marx, fino a poco tempo fa usata come ferma porte. In Germania le vendite del Capitale sono triplicate rispetto al 2005 e sono cresciute anche rispetto all'estate scorsa. Una nuova generazione di lettori è turbata dalla crisi finanziaria, riconosce che il neoliberalismo è fallito e si è rivelato un sogno irrealizzabile, quindi cerca di recuoperare vecchi ideali.

C'è di più, sono aumentate anche le visite a Trier, dove è nato Marx. 40mila solo quest'anno e molti arrivavano dalla Cina, Colombia, Bolivia.

"Non vi posso dire quante volte ho sentito la gente dire: aveva ragione", racconta la direttrice del museo. Perfino il Papa, ultimamente, ha speso belle parole su Marx apprezzando "le sue grandi capacità nalaitiche". Pace all'anima sua.

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venerdì 19 settembre 2008

Strage di indios boliviani, spunta l'ombra del neofascista Diodato

da www.rainews24.it 19/09/2008

Potrebbe esserci un italiano neofascista, Marco Marino Diodato, dietro un massacro avvenuto nella notte tra l'11 e il 12 settembre a El Porvernir, in Bolivia, quando squadroni
della morte legati a gruppi civici che si battono contro Evo Morales per l'autonomia regionale hanno ucciso quindici contadini indios che stavano andando a una dimostrazione di sostegno al
presidente boliviano. Diodato, poco più che cinquantenne, è molto conosciuto in Bolivia, dove si è trasferito agli inizi degli anni Ottanta.

L'indice accusatore contro l'ex parà nato a San Giovanni Teatino (Chieti) lo punta Aldo Michel
Irusta, ex parlamentare e giornalista, che non ha esitato a metterlo in relazione con il prefetto di Pando, Leopoldo Fernandez, attualmente agli arresti per aver violato lo stadio d'assedio imposto nel dipartimento. Il giornalista d'assalto Wilson Garcia Merida ha sostenuto
che Diodato ha operato di recente nei dipartimenti della Mezzaluna (Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija) "organizzando gruppi di killer" e che è stato in luglio a Cochabamba, dipartimento di cui era prefetto Manfred Reyes Villa, revocato nel referendum del 15 agosto.

Operante in Bolivia dalla fine degli anni '70 al servizio dei dittatori di Hugo Banzer e Luis Garcia Meza, qualcuno dice per conto della Cia, Diodato entrò nell'esercito boliviano. Sposò una nipote di Banzer e salì agli onori delle cronache quando fu arrestato nel giugno 1999 per una denuncia legata ad un giro di cellulari clonati dei vertici delle forze armate.

Il quotidiano El Nuevo Dia svelò che Diodato era titolare di una fabbrica per il montaggio di armi e riferi' dichiarazioni del pm Francisco Boreinstein, secondo cui "abbiamo cominciato con la clonazione dei telefonini e abbiamo trovato cose ben più gravi: traffico di armi, droga e riciclaggio di denaro". Con lui furono arrestati l'ex console onorario italiano a Santa Cruz, Fausto Barbonari, Tullio Diodato (padre di Marco), Giuseppe Paludi, Natale Armonio e Gianfranco Gabillio, che per il giornale Presencia rispondevano al mafioso Nitto Santapaola.

Condannato a dieci anni di carcere per narcotraffico l'ex parà, accusato anche dell'omicidio della pm che indagava su di lui Monica Von Borries, fuggì da una clinica dove era stato ricoverato, svanendo nel nulla. L'agenzia di stampa statale boliviana Abi riporta dichiarazioni di Michel, che intervenne a lato della pubblica accusa in un processo contro l'ex parà, secondo cui il prefetto
di Pando Fernandez sarebbe legato alla "mafia di Diodato" e a narcotrafficanti operanti a Rio Branco, in Brasile.

Secondo Michel, Fernandez ha consolidato legami con il gruppo Diodato e ad un giro di introiti illeciti mediante case da gioco clandestine. L'ex parlamentare sostiene addirittura che alla
struttura criminale lasciata da Diodato apparterrebbero, oltre Fernandez, anche il prefetto di Santa Cruz, Ruben Costas, ed esponenti dei Comitati civici di quel dipartimento.
"L'attivita' delittuosa del gruppo di Diodato - ha detto - ha operato per oltre 10 anni a Santa Cruz con copertura dei Banzer, Jorge Tuto Quiroga e Gonzalo Sanchez de Lozada".
E squadroni paramilitari finanziati da questo, ha concluso, hanno agito al servizio della prefettura di Pando nel massacro dell'11 e 12 settembre di contadini ed indigeni inermi.

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martedì 9 settembre 2008

La devastazione a cui sono state sottoposte diverse isole dell'area, fra cui Cuba, ha causato centinaia di morti. E i pericoli non sembrano essere fin

da www.peacereporter.net

Cuba, nemmeno il dramma causato dagli uragani addolcisce il bloqueo statunitense in vigore dal 1962

La devastazione a cui sono state sottoposte diverse isole dell'area, fra cui Cuba, ha causato centinaia di morti. E i pericoli non sembrano essere finiti per via dell'arrivo di un nuovo uragano. Ma si sa, questo è un periodo in cui madre natura scatena tutta la sua potenza in quella parte del pianeta. L'occasione per l'amministrazione dell'Havana, però, nel bene e nel male, era propizia: chiedere agli Stati Uniti di allentare il blocco economico in vigore dal 1962 per consentire l'arrivo sull'isola di generi di prima necessità, materiali per la ricostruzione e tutto quanto servisse alla ripresa della vita sull'isola falcidiata da piogge che hanno causato oltre un milione di sfollati.

Ma da Rabat, Marocco, dove si trovava in visita ufficiale, il segretario di Stato Usa Condoleeza Rice ha detto no. Sembra infatti che il passaggio di consegne fra Fidel Castro e Raul Castro, non sia piaciuto all'entourage del presidente Bush, che ha deciso così di non abbassare la guardia sul blocco né oggi né mai.
“Non possiamo accettare -ha detto la Rice- di passare da un regime dittatoriale a un altro e pertanto non c'è alcun motivo di togliere l'embargo proprio ora”, come se oltre un milione di sfollati non fosse motivo sufficiente per allentare un embargo che impedisce anche ai generi di prima necessità di arrivare nell'isola.

Sport e pace? Se da un lato gli eventi naturali hanno in qualche modo forzato la riapertura delle polemiche da guerra fredda fra i due Paesi dall'altro un'occasione per tornare al dialogo c'è stata. L'occasione è stata una partita di calcio storica, giocata a Cuba fra la nazionale caraibica e gli Stati Uniti valevole per le qualificazioni mondiali (vinta dagli Usa 1-0). Erano sessantuno anni che non accadeva. Forse a Cuba qualcuno si era immaginato che ai margini della gara ci potesse essere anche qualche incontro politico rilevante. Così non è stato e tutto si è limitato a due calci ad un pallone sotto la pioggia, qualche tifoso cubano con il viso nascosto da una bandana che tifava Usa e la consapevolezza che con il mondo del calcio nell'isola c'è ancora molto da fare.

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venerdì 5 settembre 2008

Stati Uniti, la democrazia del manganello

da http://www.peacereporter.net

Proseguono gli arresti di massa di attivisti pacifisti all'esterno dell'Xcel Energy Center di Saint Paul, dove da tre giorni è in corso la Convention repubblicana. Questa notte la polizia ha fermato circa 200 protestanti che avevano organizzato marce e sit-in di protesta, in coincidenza con l'accettazione ufficiale di McCain della candidatura alla presidenza. Negli scontri con la polizia di Saint Paul, sono rimasti coinvolti anche diversi giornalisti che stavano copreno l'evento, inclusi due reporter dell'Associated Press. Gli agenti hanno ordinato ai manifestanti di sedersi a terra su un ponte della 'Interstate 94', con le mani legate dietro la schiena, prima di condurli in carcere.
Cospirazione e terrorismo. Lo sceriffo della Contea di Ramsey, Bob Fletcher, ha riferito che l'incriminazione per i dimostranti arrestati è di 'assembramento illegale'. I nuovi arresti vanno ad aggiungersi ai 420 fermati all’inizio della convention repubblicana.
Ma altre, e più gravi incriminazioni, sono state formalizzate a otto membri del 'Rnc Welcoming Committee' (un movimento che si definisce anarchico e anti-autoritario). Il procuratore della Contea di Ramsey, Susan Gartner, ha infatti definito le azioni dei manifestanti ascrivibili al reato di "cospirazione per provocare sommosse e incitamento al terrorismo', nonostante gli arrestati non fossero direttamente responsabili degli episodi di vandalismo occorsi nella prima giornata della Convention. Gli otto attivisti sarebbero così le prime persone dello Stato del Minnesota a rientrare nelle incriminazioni del Patriot Act del 2002. Rischiano sette anni e mezzo di prigione.
Democrazia in pericolo. La rilevanza dell'accusa ha fatto scendere in campo la più importante organizzazione per la tutela delle libertà civili negli Stati Uniti, l'Aclu, che ha censurato l'operato della polizia e della magistratura della Contea di Ramsey e ha fatto appello a un'indagine per accertare abusi da parte degli agenti federali. "I tentativi delle forze di polizia per impedire la libertà di espressione e soffocare l'attività della stampa sono inaccettabili nella nostra democrazia", ha reso noto Anthony D. Romero, direttore esecutivo dell'Aclu. "Le convention politiche dovrebbero essere luoghi deputati alla libera esternazione di idee politiche, e non luoghi dove esercitare prepotenza e intimidazione". L'Aclu ha chiesto di accertare eventuali violazioni del Primo e del Quarto Emendamento della Costituzione statunitense. Il Primo garantisce "la libertà di culto, parola e stampa e il diritto di riunirsi pacificamente", il Quarto difende da perquisizioni, arresti e confisce 'irragionevoli'. Tra queste possibili violazioni l'Aclu include: arresto di giornalisti nell'esercizio della professione; arresti di massa di pacifici manifestanti; sorveglianza e raid in case private di attivisti; confisca di proprietà private.
Patriot Act. Amy Goodman, giornalista e attivista di Democracy Now arrestata due giorni fa e rilasciata ieri, ha intervistato, dagli studi radiofonici di Saint Paul, Bruce Nestor, presidente dell'Ordine degli avvocati del Minnesota. L'intervista, pubblicata sul sito di Democracy Now, chiarisce l'entità degli addebiti agli otto arrestati e svela le preoccupanti conseguenze dell'applicazione del Patriot Act a manifestazioni come quelle di questi giorni. "Le accuse - risponde Nestor alla Goodman, rivestono estrema significanza per ogni attivista politico, o per chiunque abbia a cuore il diritto di organizzare manifestazioni politiche o per la libertà di espressione. Punire l'intenzione di bloccare il traffico e interrompere la Convention con atti considerati 'terroristici', ovvero la natura cospirativa dell'accusa dove si viene puniti per l'intenzione, ma non per l'azione materiale, ha come la conseguenza la possibilità che chiunque organizzi una protesta su vasta scala, dove si verifichino atti di disobbedienza civile o qualche isolato individuo compia atti di vandalismo, rende ogni manifestante passibile di accuse di 'cospirazione' e punibile con sanzioni molto gravi".

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mercoledì 13 agosto 2008

Stati Uniti: il consigliere di politica estera di McCain, era un lobbysta di Tbilisi

da www.rainews24.it

Randy Scheunemann, principale consigliere di politica estera del candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain, è stato a lungo, e fino allo scorso maggio, un lobbysta pagato dal governo georgiano per promuovere la causa di Tbilisi. Lo rivela oggi il Washington post, ponendo più di un dubbio etico su questa commistione d'interessi.

Ad esempio il 17 aprile scorso, Scheunemann organizzò una telefonata fra il senatore dell'Arizona e il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, aiutando poi McCain a scrivere una dichiarazione di sostegno alla repubblica caucasica. Quello stesso giorno la società di lobbying di cui Scheunemann era socio, la Orion Strategies, firmò un contratto da 200mila dollari per continuare a fornire consigli strategici al governo di Tbilisi.

Al momento della telefonata Scheunemann non lavorava più formalmente per la Georgia, ma faceva ancora parte della Orion strategies, dove è impegnato soltanto un altro lobbista, Mike Mitchell. Scheunemann si è poi dimesso dalla Orion il 15 maggio.

Ma fra il gennaio 2007 e il maggio 2008, il consigliere ha ricevuto circa 70mila dollari dalla campagna di McCain e ben 290mila dalla Georgia. In totale Scheunemann ha ricevuto, dal 2004 al maggio di quest'anno, 800mila dollari dal governo di Tbilisi.

"McCain sarebbe stato vicino alla Georgia comunque, ma il fatto che il suo principale consigliere sia stato lobbysta per la Georgia, pone degli interrogativi", nota Melanie Sloan, direttore del gruppo Citizens for responsability and ethics.

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Le menzogne di Hiroshima sono le menzogne di oggi

da www.peacereporter.it
Di John Pilger*

Nell'anniversario del lancio della bomba atomica su Hiroshima il 6 Agosto 1945, John Pilger descrive la 'progressione di menzogne' dalla polvere di quella città dilaniata alle guerre di oggi, e la minaccia dell'attacco all'Iran.
Quando fui a Hiroshima la prima volta nel 1967, l'ombra sugli scalini era ancora li. Era un'impronta quasi perfetta di una persona a riposo: gambe distese, schiena piegata, una mano appoggiata a un fianco mentre aspettava l'apertura di una banca. Alle otto e un quarto della mattina del 6 Agosto 1945 lei e la sua silhouette furono bruciate e impresse nel granito. Stetti a guardare l'ombra per più di un'ora, e poi camminai giù fino al fiume e incontrai un uomo chiamato Yukio. Il suo petto era ancora segnato dal motivo della camicia che indossava quando la bomba fu lanciata.

Fungo atomicoYukio e la sua famiglia vivevano ancora in una baracca emersa dalla polvere di un deserto atomico. Descrisse un'enorme bagliore sulla città, “una luce bluastra, come un corto circuito”, dopo il quale un vento soffiò come un tornado e una pioggia nera cadde. “Fui scaraventato a terra e notai che erano rimasti solo i gambi dei miei fiori nelle mie mani. Tutto era tranquillo e immobile, e quando mi alzai, c'erano persone nude, che non dicevano niente. Alcune avevano perso i capelli o erano senza pelle. Ero certo di essere morto”.
Nove anni dopo, quando tornai a cercarlo, era morto di leucemia.

Immediatamente dopo la bomba, l'esercito di occupazione alleato bandì ogni menzione della sindrome di avvelenamento da radiazioni, e insistette che le persone erano state uccise o ferite esclusivamente dall'esplosione della bomba. Era la prima grande menzogna. “Nessuna radioattività nelle rovine di Hiroshima” titolava il New York Times in prima pagina, un classico di disinformazione e servilismo giornalistico, a cui il reporter australiano Wilfred Burchett rimediò con il suo scoop del secolo. “Scrivo un avvertimento al mondo”, scrisse Burchett nel Daily Express, dopo aver raggiunto Hiroshima dopo un pericoloso viaggio, essendo il primo corrispondente a osare una tale impresa. Descrisse corsie di ospedali piene di persone senza ferite visibili ma che stavano morendo a causa di quella che chiamo' “una piaga atomica”. Per aver detto la verità, il suo accreditamento da giornalista fu ritirato. Fu messo alla gogna, diffamato – e vendicato.

John PilgerIl bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki fu un atto criminale di dimensioni epiche. Fu un omicidio di massa premeditato tramite il quale venne liberata un'arma di natura intrinsicamente criminale. Per questa ragione i suoi apologeti hanno cercato rifugio nella mitologia della “guerra buona”, il cui “bagno etico”, come lo descrisse Richard Drayton, permise all'Occidente non solo di espiare il proprio sanguinario passato imperiale ma anche di promuovere 60 anni di guerra rapace, sempre sotto l'ombra della Bomba.

La più resistente menzogna è che la bomba atomica fu lanciata per terminare la guerra nel Pacifico e salvare delle vite. “Anche senza il bombardamento atomico”, concluse l'Indagine Strategica sulla Bomba degli Stati Uniti del 1946, “la supremazia dello spazio aereo sopra il Giappone avrebbe esercitato abbastanza pressione per ottenere la resa incondizionata ed eliminare la necessità dell'invasione. Basandosi su una investigazione dettagliata di tutti i fatti, e con il supporto delle testimonianze dei comandanti giapponesi sopravvissuti che erano coinvolti nelle azioni militari, è opinione degli autori dell'indagine che il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state lanciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra e anche se nessuna invasione fosse stata pianificata o contemplata”.

Gli archivi nazionali a Washington contengono documenti del governo Usa che mostrano che il Giappone aveva avviato discussioni sulla pace già nel 1943. Nessuna delle discussioni fu portata a termine. Un messaggio mandato il 5 Maggio 1945 dall'ambasciatore tedesco a Tokyo e intercettato dagli Usa dissipa ogni dubbio che i giapponesi volessero la pace disperatamente, compresa "la capitolazione anche se i termini fossero duri". Invece, il segretario della guerra Usa, Henry Stimson, disse al presidente Truman di essere “timoroso” che l'aviazione USA bombardasse il Giappone “cosi' duramente” che la nuova arma non avrebbe avuto la possibilità “di mostrare la sua forza”. Stimson più avanti dovette ammettere che “non si fece nessuno sforzo, e nessuna possibilità fu seriamente considerata, per ottenere la resa senza dover utilizzare la bomba”. I suoi colleghi responsabili della politica estera erano desiderosi di “intimidire i Russi con la bomba in bella mostra, con fare piuttosto pomposo”. Il generale Leslie Groves, direttore del Manhattan Project che produsse la bomba, testimoniò: “Non ci fu mai l'illusione da parte mia che la Russia fosse il nostro nemico, e che il progetto fosse orientato in quella direzione”. Il giorno dopo che Hiroshima fu cancellata, il presidente Truman espresse la sua soddisfazione per “il sucesso schiacciante di quell' “esperimento”.

AhmadinejadDal 1945, si pensa che gli Stati Uniti siano stati sul punto di usare armi nucleari almeno tre volte. Nell'aver intrapreso la loro falsa 'guerra al terrore', i governi di Washington e Londra hanno dichiarato di essere preparati a sferrare 'attacchi preventivi' con armi nucleari contro stati non-nuclearizzati. Con ogni ticchettio verso l'ora X di un giorno del giudizio nucleare, le menzogne per giustificarlo diventano sempre piu' oltraggiose. L'Iran è la 'minaccia' corrente. Ma l'Iran non ha nessuna arma nucleare e la scorretta informazione che sta preparando un arsenale nucleare è stata diffusa principalmente dal Mek, un gruppo di opposizione Iraniana screditato ma sponsorizzato dalla Cia – proprio come le bugie sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein furono originate dal Congresso Nazionele Iracheno, istituito da Washington.

Il ruolo del giornalismo occidentale nell'aver creato questo spettro è di importanza fondamentale. Il fatto che l'America Intelligence Estimate dica ”con grande sicurezza” che l'Iran ha lasciato perdere il programma nucleare nel 2003 è caduto in un buco della memoria. Che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non abbia mai detto di voler “spazzare Israele via dalla mappa” non interessa a nessuno. Ma questo è stato il mantra dei media – tanto che Gordon Brown, nella sua recente, ossequiosa performance al cospetto del parlamento Israeliano, ha alluso alle dichiarazioni di Ahmadinejad come per minacciare l'Iran, ancora una volta.

Questa progressione di menzogne ci ha portato a una delle crisi nucleari più pericolose dal 1945, perchè la vera minaccia rimane quasi completamente taciuta nei circoli Occidentali e dunque nei media. C'e' una sola potenza nucleare dilagante in Medio Oriente ed è Israele. L'eroico Mordechai Vanunu provo' ad avvertire il mondo nel 1986 quando portò di nascosto degli indizi che Israele stesse costruendo 200 testate nucleari. Contravvenendo alle risoluzioni delle Nazioni Unite, Israele oggi chiaramente non aspetta altro che attaccare l'Iran, temendo che una nuova amministrazione Americana potrebbe condurre delle genuine negoziazioni, con una nazione come l'Iran che l'Occidente diffama da quando il Gran Bretagna e l'America rovesciarono la democrazia Iraliana nel 1953.

Nel New York Times del 18 luglio, lo storico israeliano Benny Morris, una volta considerato liberale ma attualmente utilizzato come esperto dalla classe politica e militare del suo paese, minacciò l'insorgenza di “un Iran trasformato in un deserto nucleare”. Questo significa omicidio di massa. Assolutamente ironico che lo dica un ebreo.

La domanda è pressante: dobbiamo stare a guardare, dicendo, come i buoni tedeschi dissero, che 'noi non sapevamo'? Dobbiamo continuare a nasconderci dietro a quello che Richard Falk ha chiamato 'un bigotto, unilaterale paravento legale/morale con immagini positive di valori occidentali e la pretesa che la nostra innocenza sia stata minacciata, validando una campagna di violenza senza restrizioni?”
Acchiappare criminali di guerra è di nuovo di moda. Radovan Karadzic sta in tribunale, ma Sharon e Olmert, Bush e Blair no. Perchè no? La memoria di Hiroshima chiede una risposta.

www.jonhpilger.com

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mercoledì 18 giugno 2008

Trattato di Lisbona. La divaricazione tra governi e popoli

di Franco Russo



Ogniqualvolta i popoli sono chiamati a pronunciarsi sull'Europa dei governi, quella del neoliberismo e dei Trattati internazionali che hanno istituito una nuova "costituzione" fondata sul mercato al posto della democrazia e dei diritti della persona, ogni volta hanno detto "No". Ora sono stati i cittadini dell'Irlanda che nel referendum sull'approvazione del Trattato di Lisbona hanno respinto a maggioranza netta le scelte dei governi, interessati solo all'accrescimento dei propri poteri, quelle della tecnocrazia, dell'impresa e della finanza. Il Trattato di Lisbona non sana il deficit democratico che l'Unione europea si trascina fin dalla nascita, per questo ora i cittadini dell'Irlanda lo hanno bocciato, così come nel maggio-giugno del 2005 furono i francesi e gli olandesi a respingere il Trattato costituzionale, sempre deciso in una Conferenza intergovernativa.

E' stato detto "No" ai governi europei che agiscono come Signori dei Trattati, che escludono dai processi decisionali i cittadini e le loro rappresentanze democratiche.

Il Trattato di Lisbona istituisce la figura del Presidente del Consiglio europeo e quella del "ministro degli esteri", delega agli organi dell'Unione la competenza in campi delicatissimi come la politica estera, militare, della giustizia e dell'emigrazione. Non interviene per ampliare i poteri legislativi e di controllo del Parlamento europeo, relegato a organo con diritto di veto su ben definite materie o addirittura di mera consultazione come avviene proprio nei campi della politica estera e militare in cui i governi acquistano nuove prerogative cancellando le competenze degli stessi Parlamenti nazionali.

Il Trattato di Lisbona persevera nella linea di svuotamento della democrazia parlamentare mentre concentra i poteri nelle mani dei governi, che a Bruxelles fungono da organo legislativo. Sì, perché è bene sempre ricordare che, nonostante Montesquieu e l'articolo 16 della Dichiarazione dei diritti del lontano 1789, nell'Unione europea gli esecutivi sono organo legislativo, fanno le leggi - chiamati regolamenti - immediatamente applicabili ai cittadini senza neppure la mediazione dei Parlamenti nazionali; sì, nell'Europa del costituzionalismo, il Parlamento europeo non ha il potere di iniziativa legislativa che è di competenza esclusiva della Commissione.

Il Trattato di Lisbona non cambia in nulla lo Statuto della Banca centrale europea che decide la politica monetaria secondo i parametri di Maastricht tesi a controllare le politiche di bilancio e a garantire la stabilità dei prezzi, che fungono da sferza per la deregolamentazione del mercato del lavoro e per la ristrutturazione produttiva, cioè la delocalizzazione, e per i bassi salari.

Il Trattato di Lisbona non ha cambiato l'asse intorno a cui ruota la politica economica dell'Unione: la competitività nel mercato delle merci e dei servizi, le privatizzazioni dei beni pubblici. Un Consiglio dei ministri decide di innalzare a 65 ore il tempo di lavoro settimanale da contrattare per di più individualmente così da rompere il limite storico delle 48 ore ma dando anche una picconata al contratto collettivo di lavoro. Un Consiglio dei ministri decide la detenzione dei migranti fino a 18 mesi senza garanzie processuali. L'Unione europea è la punta di lancia del neoliberismo. Questa è l'Europa che i popoli non vogliono.

Le reazioni delle élites europee di fronte al voto irlandese sono assolutamente stupefacenti. Innanzitutto lo stile dell'argomentazione. L'Irlanda è l'1% della popolazione dell'Unione, dunque piccola cosa: la parità tra gli Stati, cardine del diritto internazionale, viene saltata a piè pari e si instaura una gerarchia tra Stati che contano e quelli che non contano. Si dimentica che a fondamento dell'Unione europea ci sono i Trattati che sono firmati dagli Stati e che essi entrano in vigore, secondo le regole del diritto internazionale, solo se tutti gli Stati li approvano secondo le loro rispettive norme costituzionali.

La Francia, per esempio, ha fatto in modo da evitare di nuovo la pronuncia popolare per timore di un rinnovato voto contrario. I governi temono i popoli: segno di decadimento della democrazia e di volontà di affermare il potere delle élites dirigenti. Queste hanno reagito con spocchia e disappunto: i popoli non accettano i Trattati decisi dai governi, cancelliamo i popoli - questa per esempio la risposta di Tommaso Padoa-Schioppa. La sua arroganza e presunzione sono ben note, non smentite neppure in questa occasione. Sul Corriere della Sera mette in dubbio le capacità intellettive dei cittadini e infatti afferma che per i Trattati internazionali lo strumento del referendum non è adatto: materie troppo difficili, da lasciare agli esperti, ai coltivatori dei misteri diplomatici e del mercato. Certo l'articolo 75 della Costituzione italiana sottrae la materia dei Trattati internazionali al referendum, a differenza di altri ordinamenti come quello irlandese o francese. Senza entrare nel merito della ragionevolezza dell'articolo 75, vorrei ricordare che nel 1989 il Parlamento italiano votò una legge costituzionale per consentire un referendum di indirizzo affinché il Parlamento europeo fosse investito del compito di elaborare una Costituzione; che i Trattati, secondo la giurisprudenza della stessa Corte del Lussemburgo, sono la "Costituzione" dell'Unione europea; che la Convenzione presieduta da Giscard d'Estaing elaborò un Trattato costituzionale perché avvertì l'esigenza di una qualche costituzione date le competenze ormai vastissime dell'Unione, sia pure enumerate dai Trattati. Sulla Costituzione non possono che decidere i popoli.

Spinelli nel 1984 e poi Herman nel 1994 fecero approvare dal Parlamento europeo due testi costituzionali, rimasti lettera morta a causa della sua non competenza che il referendum d'indirizzo italiano mirava a superare. Ciò che Padoa-Schioppa non vuole accettare è che i popoli possano decidere sui fondamenti dell'Europa, dimensione quotidiana del loro vivere associato, e, soprattutto, non vuole prendere atto che si è venuto formando un europeismo di sinistra che ha superato i ritardi culturali del PCI e anche del PSI degli anni '50, quando i gruppi dirigenti cattolici e liberali avviarono dall'alto la costruzione europea. Certo, esistono settori in Europa in cui sono vive tendenze al ritorno nei confini dello Stato-nazione o in cui prevale l'antieuropeismo, che si nutre dell'avversione a Bruxelles per le sue politiche neoliberiste e per le sue modalità decisionali chiuse, dove dominano i metodi della "comitologia" segreta e della governance.

Il "No" di Rifondazione comunista-Sinistra europea al Trattato di Lisbona è un "No" che si ispira al disegno politico di fondare un'altra Europa, quella pacifista e della cittadinanza democratica e sociale. Intorno ad esso è bene organizzare una campagna di opinione per premere affinché il Parlamento italiano riproponga il progetto sotteso al referendum di indirizzo del 1989 per giungere a una democrazia costituzionale europea.

Prevalente nel nostro tempo è un movimento popolare, di sinistra, convintamente europeista. Oggi si confrontano non l'europeismo delle classi dirigenti e l'antieuropeismo dei popoli; no, oggi si confrontano due visioni dell'Europa: quella dei governi che hanno accentrato il potere nelle proprie mani e in quelle della loro tecnocrazia, e la visione dei popoli che vogliono un'Europa democratica e sociale, aperta al mondo, basata sulla cittadinanza transnazionale. E' un nuovo europeismo, non più elitario ma democratico, condiviso da milioni di persone. Per questo Padoa-Schioppa sbaglia nel giudicare come retrivo, chiuso nella difesa identitaria, il voto irlandese, e prima quello dei francesi e degli olandesi.

Lo stesso Presidente della Repubblica è ingeneroso nel giudizio, lui così appassionato ed esperto europeista. Al centro della questione c'è il deficit democratico, per questo promuovere un disegno politico che spacca l'Unione, spingendo i paesi "volenterosi" a una sorta di "cooperazione costituzionale rafforzata", significa distruggere una visione democratica dell'Europa, l'unica che la può salvare dal naufragio dei governi.

Le classi dirigenti devono prendere atto che il metodo funzionalistico e intergovernativo, se è stato in grado di costruire il mercato unico, non ha la forza politica di fondare l'Europa dei cittadini: il disegno di Monnet in questo ha fallito - il mercato non fonderà l'Europa politica che ha bisogno di una Costituzione democraticamente fondata con la partecipazione dei popoli.

La strada è quella indicata da Spinelli: il Parlamento europeo diventi l'organo di elaborazione della Costituzione anche attraverso un dialogo con i Parlamenti nazionali e con la società civile, testo da sottoporre a referendum europeo. Serve un processo politico che coinvolga i popoli e i loro rappresentanti.
Si va formando un popolo europeo, sempre assente nei progetti delle élites liberali: è quello che si delinea nei Social forum europeo, da quello di Firenze nel 2002 a Malmoe nel prossimo settembre. Decine e decine di migliaia di persone dell'Est e dell'Ovest - migranti, donne, lavoratori, precari, giovani partecipano seminari, assemblee, iniziative e campagne sull'Europa vanno forgiando il popolo europeo, vero e unico soggetto della creazione dell'altra Europa.


17 Giugno 2008

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lunedì 31 marzo 2008

I fantasmi della Diaz e le complicità politiche

di Giuliano Pisapia

La richiesta di rinvio a giudizio di Gianni De Gennaro è l'ultima notizia che ci viene da Genova, dove, nel luglio 2001 come nel luglio del '60, vi è stata una mattanza nei confronti di chi si batteva per la pace, per la democrazia e per lo stato di diritto. Ma, al di là della vicenda giudiziaria, di cui doverosamente si occuperà la magistratura, la questione assume una rilevanza fortemente politica.

Ecco perché non ci si può esimere dal denunciare, con forza sempre maggiore, la responsabilità sia di coloro che, allora, guardarono dall'altra parte sia di chi - come, salvo poche eccezioni, gli esponenti dell'attuale Pd e dei loro alleati - abbandonò a se stessi le centinaia di migliaia di pacifisti, di non violenti, massacrati nel corpo e nella dignità.

E cercò, successivamente, di far calare un colpevole silenzio sulla macelleria cilena nei giorni del G8. Nel 2001 quello che allora si chiamava Ulivo, e che fino all'aprile governava il Paese, non solo non fece nulla per impedire i massacri della Diaz e di Bolzaneto ma fu direttamente responsabile di altri episodi, analoghi anche se meno eclatanti (basti pensare ai fatti, impuniti, di Napoli, che, come ormai è assodato, altro non furono che una prova generale per Genova). Un evento come il G8 non si organizza in pochi mesi: dunque fu preparato, in ogni suo aspetto (compresa la trasformazione provvisoria in struttura carceraria della caserma di Bolzaneto), ben prima che Berlusconi vincesse le elezioni. Ecco, allora, che si spiega il doloso silenzio in tutti questi anni e la colposa indifferenza alle denunce di chi, a sinistra, aveva vissuto quelle giornate e aveva provato, sulla propria pelle, le violenze, le torture e la cancellazione di ogni diritto costituzionale. È a dir poco stupefacente, allora, leggere le parole del ministro Amato, che si è svegliato pochi giorni fa - guarda caso in piena campagna elettorale - per denunciare, a parole, in una focosa intervista, i fatti di Bolzaneto. Dimenticandosi, però - nel tentativo addossare ogni colpa alla polizia penitenziaria - dei fatti della Diaz e delle ormai evidenti responsabilità dei vertici della polizia di stato che hanno avuto plauso, promozioni e protezioni dai ministri degli interni sia del centrodestra che del centrosinistra. Ma è mai possibile che, prima dell'intervista, l'attuale ministro degli interni non si fosse accorto di nulla? Così come, pur essendone ai vertici, non si era, a suo tempo, accorto di quanto accadeva nel «glorioso» partito socialista! E, allora, diciamolo senza reticenze: in questi lunghi, lunghissimi 80 mesi - dal luglio 2001 ad oggi - il comportamento del centrodestra, dell'Italia dei Valori e di tanti che sono accorsi nel grande, accogliente Partito Democratico, è stato sostanzialmente identico. Sono state fatte promozioni; si è impedita la commissione parlamentare d'inchiesta; sono state bloccate le leggi sull'identificazione delle forze dell'ordine, sulla creazione di un organismo indipendente per la promozione e la protezione dei diritti umani e sull'istituzione di un'autorità di controllo e garanzia nei luoghi di privazione della liberà personale (pure previsti da convenzioni internazionali e la cui esistenza avrebbe potuto impedire i fatti di Bolzaneto e tanti episodi di violenza nelle celle di sicurezza, nei Cpt e nelle carceri). Proprio il progressivo aumento degli abusi e delle violenze - nei confronti soprattutto di giovani, di migranti e di emarginati - da parte di singoli appartenenti alle forze dell'ordine (raramente denunciati per paura di ritorsioni) è una delle conseguenze più nefaste del clima che si è creato, anche per le reticenze e per il comportamento dei ministri che dovrebbero occuparsi di «ordine pubblico». Non voglio, e non intendo, generalizzare, ma non si può ignorare che quanto avvenuto in questi anni ha determinato anche la progressiva emarginazione di chi si è battuto in passato, e continua a battersi oggi, per la democratizzazione delle forze dell'ordine. L'aver creato un simile clima di impunità e di omertà, che sarà sempre più difficile scalfire e contrastare, è una delle numerose responsabilità politiche degli ultimi ministri degli interni del centrosinistra. Se è indubbio che da questa spirale perversa non ci farà uscire il centrodestra, è purtroppo da escludere che possa farlo il Pd, prigioniero delle sue contraddizioni e del tentativo fallimentare di conciliare gli opposti in ogni campo, compreso quello dei diritti e della garanzie. Se non vi sarà quella «verità e giustizia», per la quale solo la sinistra si è battuta in questi anni, sarà imposssibile spezzare la spirale perversa che sta trasformando uno stato di diritto in uno stato dove i diritti possono, e potranno anche in futuro, essere impunemente ignorati o cancellati.

da "il Manifesto" 30/03/2008

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giovedì 27 marzo 2008

Usa, annullata la condanna a morte per Abu-Jamal

da www.rainews24.it
Abu-Jamal (foto da Wikipedia)

Una corte federale americana ha commutato nel carcere a vita la condanna a morte per Mumia Abu Jamal, l'attivista delle Pantere Nere condannato nel 1982 alla pena capitale per l'omicidio di un poliziotto, avvenuto un anno prima.

La decisione della Corte d'Appello di Filadelfia ha l'effetto di costringere l'accusa a presentare di nuovo il suo caso davanti ad una giuria per ottenere una condanna a morte. In caso contrario la condanna a morte contro Abu-JKamal è automaticamente commutata nel carcere a vita.

Mumia Abu-Jamal (Wikipedia)

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sabato 15 marzo 2008

Torture a Bolzaneto: chiesti dal pm 76 anni per 44 imputati

«Bolzaneto - torturato N° 38 straniero. Insultato con "abile arruolato" "pronti per la gabbia" "benzinaio". Offeso mentre era nudo rivolgendogli domande sulla sua vita sentimentale e sessuale, veniva costretto a spogliarsi nudo e a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania costretto con la minaccia di percosse con la cintura presa ad altro detenuto...Proveniente dalla scuola Diaz».

Abbiamo preso un torturato a caso, nel lungo, interminabile elenco dei giovani che nel luglio del 2001, a Bolzaneto furono percossi, offesi, umiliati, da un nugolo di esaltati con la divisa addosso (poliziotti e medici). Furono iinterrogati, quei giovani, con "trattamenti inumani e degradanti" secondo la definizione della Corte Europea sui diritti dell'Uomo. Uno degli episodi più bassi della nostra democrazia sta per giungere ad una fine. Se le richieste del pubblico ministero saranno accettate e se veramente i 44 imputati saranno puniti almeno un briciolo di giustizia sarà stato fatto e la verità ristabilita. La condanna è quantomeno pubblica e riconosciuta. Non ci interessa la galera in quanto tale: neanche la reclusione riuscirebbe ad insegnare niente ai vari Gugliotta, Perugini, Poggi, Toccafondi. Niente che abbia a che fare con la dignità e con la cultura. Chissà se l'allora ministro Castelli, che si trovava a Bolzaneto in quelle ore, ha qualcosa da dire, oggi.

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venerdì 29 febbraio 2008

Negli Stati Uniti si registra il piu' alto numero di detenuti del mondo

da www.rainews24.it

Sono più di due milioni e trecentomila i detenuti rinchiusi nelle carceri americane e sono molti di più che in altri paesi del mondo come la Cina che ne ha un milione e mezzo), la Russia con 890mila e l'Iran. In pratica più dell'1% della popolazione adulta americana vive dietro le sbarre.

Secondo lo studio realizzato dal Pew Center l'aumento degli arresti non corrisponde a un aumento del crimine, bens' a un irrigidimento delle misure di sicurezza. Alcuni stati come il Texas e il Kansas hanno visto un aumento minimo della popolazione carceraria, grazie all'introduzione di misure di prevenzione e all'uso di sanzioni per i crimini minori.

Troppi i neri dietro le sbarre
La discriminazione razziale diventa evidente in carcere. Se un uomo su 30 in età compresa tra i 20 e i 34 anni si trova dietro le sbarre, per la popolazione nera della stessa età la proporzione è di uno su nove.

Oltre al danno sociale il rapporto del Pew Center registra anche un danno economico. Con 750 detenuti ogni centomila persone il costo delle carceri l'anno scorso è stato pari a 49 milioni di dollari. 20 anni fa era meno di 11 miliardi. Un incremento di sei volte superiore alle spese per l'istruzione.

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domenica 3 febbraio 2008

In Europa ogni anno venduti 600mila schiavi

Piero Sansonetti
da Liberazione 02/02/2008

In Europa ogni anno vengono messi in vendita 600 mila schiavi. Questo dato è stato fornito non da una associazione politica o da una organizzazione di carità - le quali sono sempre sospettabili di faziosità - ma dalle autorità competenti dell'Unione Europea. Per essere precisi, dal segretario generale del Consiglio d'Europa Terry Davis, con il massimo possibile di ufficialità. Davis non ci ha detto quale sia la cifra complessiva degli schiavi che circolano o transitano nei nostri paesi. Non è difficile immaginare che se ogni anno avvengono 600.000 "vendite", la cifra complessiva degli schiavi deve essere di alcuni milioni. Non so quanti schiavi ci fossero in Europa prima della rivoluzione francese, o in America prima di Lincoln, ma non credo che il numero fosse molto più alto. L'ottanta per cento di queste persone sono donne. Le forme principali della schiavitù sono la schiavitù sessuale e i lavori forzati. Una parte minore del traffico di esseri umani è destinato al commercio di organi da trapiantare e alle adozioni illegali. Secondo le autorità europee la compravendita degli schiavi è diventata, insieme al commercio di armi e di droga, la principale fonte di ricchezza per la malavita internazionale. E' una attività che porta a fortissimi movimenti di denaro, che incidono profondamente e interferiscono con il normale funzionamento delle economie dei paesi europei. Spostando, e dominando, ricchezze e forza lavoro.
Non riesco a capire in che modo si potrebbe considerare questa notizia meno che sconvolgente. Naturalmente sapevamo che la schiavitù è un fenomeno tutt'altro che cancellato nel mondo. Però non potete negare che trovarsi di fronte a queste cifre e scoprire che nell'occidente moderno e civilissimo esista un numero così forte di schiavi e che la schiavitù abbia ancora un peso così significativo nelle relazioni economiche, trovarsi di fronte a una realtà così cruda, fornita da fonti assolutamente autorevoli, provoca una specie di shock.
Quale riflessione si può fare? E' inevitabile ragionare sulla struttura dei nostri sistemi politici e sociali. Si può discutere finché si vuole sugli aspetti positivi e liberali del capitalismo e dell'ideologia neoliberista; si può affermare, saggiamente, che la libertà (valore principe del capitalismo) è ancora più importante dell'uguaglianza (valore principe del socialismo e della sinistra); ma di fronte a queste cifre bisognerà prendere atto che nel sistema liberista moderno la "quota" di liberalità è sempre più ridotta. Il suo sviluppo non sta portando ad un aumento del grado di libertà a disposizione della collettività, ma ad una drastica riduzione, che oltretutto sembra inarrestabile.
Vedete, quando si parla di un problema come quello della schiavitù, la questione della libertà e quella dell'uguaglianza si mescolano e diventano indistinguibili. La schiavitù è la massima negazione dell'uguaglianza, perché stabilisce un legame di possesso di una persona su un'altra; ma è anche - nel suo termine stesso - la totale negazione della libertà. E quando la schiavitù, da fenomeno marginale - drammatico ma storicamente ininfluente - assume queste dimensioni, è chiaro che tutto il modello politico viene messo in discussione. Non perché non assicuri uguaglianza, anzi sia basato sull'aumento delle disuguaglianze. Ma perché produce drammatici fenomeni "illiberali". Toatlemnte illiberali. Nel liberismo moderno il mercato ha del tutto soppiantato la libertà, facendo perdere a quel modello ogni sua forza moderna e trainante, ogni qualità ideale o culturale.
Non è questo un problema che dovrebbe investire in pieno non solo le sinistre - per le quali la condanna e l'indignazione è automatica - ma anche le correnti cristiane e liberali del pensiero europeo? Invece non è così. A differenza di vent'anni fa, le espressioni politiche del centrismo liberale e cristiano e - in parte - persino del riformismo socialdemocratico, si sono fatte completamente assorbire dal'ideologia liberista, ne sono subalterne, e hanno rinunciato ad ogni possibilità di critica e di rivolta.
Il segretario generale del Consiglio di Europa Terry Davis ha fatto notare che l'Europa, per fronteggiare questa situazione tragica e incivile, ha preso delle contromisure. Ha varato una Convenzione, che certo non risolerà il problema, ma che almeno fornisce alcuni strumenti per combattere la piaga della schiavitù, specie della schiavitù sessuale. Per esempio delle misure che garantiscono agli schiavi, una volta che vengono liberati, un piccolo risarcimento: la non espulsione immediata (visto che quasi tutti gli schiavi sono clandestini, e le leggi che impongono loro la clandestinità sono il principale strumento di potere degli schiavisti). Questa convenzione, per diventare legge, ed essere applicata, ha bisogno dell'approvazione dei Parlamenti. Molti parlamenti europei l'hanno approvata. C'è un paese però che finora ha rinviato la decisione. Sapete qual è? L'Italia. Non vi sembra che sia una vergogna?

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giovedì 31 gennaio 2008

Intervista su Praga '68 Luciano Antonetti: «40 anni fa Dubcek fu eletto segretario del Pcc»

da il Manifesto 30/01/2008

La primavera cominciò a gennaio

Tommaso Di Francesco

La Primavera di Praga è stata tra i più significativi avvenimenti del 1968. Fu un vasto movimento di rinnovamento delle forme del socialismo realizzato ad est, del partito e dello stato, per un «socialismo dal volto umano» che il leader comunista di quella stagione, Alexander Dubcek, voleva affermare con un «nuovo corso». E che fu stroncato il 21 agosto del 1968 dall'intervento militare del Patto di Varsavia. Un avvenimento decisivo anche per la sinistra italiana e per la storia di questo giornale. Infatti fu per l'editoriale «Praga è sola» uscito sul numero 4 della rivista Il Manifesto del settembre 1969 - che denunciava l'omertà e il silenzio del Partito comunista italiano sul dramma cecoslovacco a un anno dall'invasione - che il gruppo che aveva dato vita a quell'esperienza ancora interna al Pci, venne radiato con molti altri comunisti che a quella rivista facevano riferimento. A quarant' anni da quell'esperienza, ci saranno commemorazioni ufficiali e strumentali, del resto anche Berlusconi nel 2004 è andato a portare fiori sulla tomba di Jan Palach - un giovane che si era dato fuoco in piazza Venceslao per protestare contro Breznev per l'invasione e anche contro la guerra in Vietnam. A chi appartiene la memoria e insieme l'eredità della Primavera di Praga del 1968? A quel che resta della Sinistra che dovrebbe rivendicarne le ragioni, o al circo della politica, dal Partito democratico che ha messo in soffitta il socialismo, alle forze della destra, anche estrema? Di questo abbiamo voluto parlare con Luciano Antonetti, biografo di Dubcek, storico e traduttore di autori cechi e slovacchi tra i quali Karol Bartosek, Jiri e Milos Hajek, Michal Reiman, Josef Macek, Karel Kaplan (questi ultimi due usciti in Italia in prima mondiale). Ha curato e tradotto l'autobiografia di Dubcek, che conobbe direttamente negli anni Sessanta e che ebbe il privilegio di accompagnare all'Università di Bologna nel 1988 a ricevere la laurea honoris causa che lo riabilitò ufficialmente nel mondo.
Nell'intervista del gennaio 1988 su l'Unità, Alexandr Dubcek raccontò che tra i motivi che fecero maturare quella scelta c'era l'insopportabile surroga di ogni potere statale da parte del partito. Quella Primavera in realtà si affermò a gennaio. Che accadde e quanto era popolare la voglia di cambiare questa subalternità della vita reale e istituzionale del paese a quella del partito, anzi del solo partito comunista cecoslovacco?
Si capì rapidamente che non era una semplice sostituzione di uomini la decisione del Comitato centrale dei comunisti cecoslovacchi presa il 5 gennaio 1968, di separare le cariche di presidente della Repubblica e di primo segretario del partito, funzione alla quale fu eletto Alexander Dubcek, mentre Antonin Novotny restava - ma soltanto per un paio di mesi ancora - alla testa dello Stato. Una serie di provvedimenti che seguirono a ruota (ingresso di volti nuovi negli organismi dirigenti di partito a ogni livello, sostituzioni nelle cariche direttive delle istituzioni e delle organizzazioni di massa compresi i sindacati, avvio dell'elaborazione di un Programma d'azione che fu reso pubblico in aprile, quasi contemporaneamente alla costituzione di un nuovo governo) fecero dire a molti che in Cecoslovacchia quell'anno la primavera era cominciata in gennaio. Sembrava ormai alle spalle il lungo periodo di crisi che era cominciato subito dopo il 1960, dapprima sul terreno economico, con l'esaurimento del modello estensivo di sviluppo, con il fallimento della pianificazione centralizzata e totale, che si era poi ampliato, investendo la cultura e il rapporto tra gli intellettuali e il partito e la società tutta. Quanto la voglia di cambiamento fosse diffusa lo dimostrano le grandi assemblee popolari che si svolsero nei grandi e nei piccoli centri, le riunioni e i documenti votati nelle assemblee in fabbrica e in ogni luogo di lavoro. I cittadini interrogavano deputati, esponenti di partito, scrittori, filosofi, cineasti, chiedevano la riabilitazione delle vittime dei tanti processi politici che per lunghi anni avevano distrutto vite e fiaccato coscienze. Particolarmente attivi furono i giornali, la radio, la televisione, tanto che ben presto si dovette abolire la censura. Il senso del mutamento era quello espresso, del resto, nel Programma d'azione: maggiore democrazia e libertà proprio per rafforzare il socialismo e far riconquistare al paese, anche in politica estera, la funzione che gli spettava nei rapporti internazionali. Non fu per caso che crebbe costantemente il numero degli iscritti al partito comunista e agli altri partiti fino ad allora formalmente esistenti. Com'era naturale, i giovani erano in prima fila, dappertutto, nei partiti come nelle organizzazioni già esistenti e in quelle che si costituivano o che si voleva far nascere o rinascere. A migliaia affollavano le assemblee che si tennero a Praga, a Bratislava e altrove, erano loro gli animatori dei capannelli che la sera si riunivano per discutere nelle strade e nelle piazze delle città e dei paesi del presente, del passato, del futuro. È sufficiente gettare uno sguardo sulle foto uscite anche in Occidente del corteo del 1° maggio per vedere con quanto entusiasmo e con quale allegria i giovani in particolare respiravano l'aria nuova che circolava nel paese.
Il 21 agosto '68 la Primavera venne repressa dai carri armati del Patto di Varsavia. Quanto pesarono anche l'isolamento internazionale e i limiti interni?
Anzitutto va detto che senza l'intervento di ben cinque eserciti dei paesi invasori - Unione sovietica, Polonia, Ungheria, Bulgaria e Germania dell'Est - la Primavera cecoslovacca non sarebbe finita in quel modo. Cinque «alleati» del Patto di Varsavia, contraddicendo la lettera e lo spirito del patto di alleanza, misero in campo 600.000 uomini, artiglieria a non finire, migliaia di aerei e di carri armati: l'esercito più imponente mai visto dalla fine della seconda guerra mondiale. Imposero, con la permanenza di forti contingenti armati, con una nuova direzione del partito e dello Stato la fine di qualsiasi tentativo di riforma e svuotarono di senso le modifiche già apportate come, per esempio, la federalizzazione della repubblica e la parità di diritti tra cechi e slovacchi, e il riconoscimento di diritti alle altre minoranze nazionali, la riabilitazione delle vittime dei processi celebrati negli anni 1948-1954. Vi fu isolamento internazionale? Senz'altro. L'ambasciatore sovietico a Washington avvertì gli Stati uniti dell'invasione, ma a parte la convocazione del Consiglio nazionale di sicurezza e qualche lacrima versata in sede Onu, con i loro alleati, sulla «libertà calpestata» gli americani non si spinsero oltre. Tra i partiti comunisti del mondo, tra gli oppositori più decisi si trovarono l'italiano e il francese, ma se questo mutò presto opinione, il primo non poteva fare altro che chiedere, inascoltato, la fine della presenza militare e il ristabilimento della sovranità cecoslovacca. Circolava la voce di un giudizio sprezzante, che sarebbe stato espresso da Breznev. A chi gli faceva notare come l'invasione pregiudicasse la lotta dei comunisti italiani per il socialismo, avrebbe risposto: «Ne riparleremo fra cinquant'anni; quando ci sarà il socialismo in Italia». Non si può dimenticare che quasi da subito ebbe inizio l'opposizione aperta di una serie di dirigenti comunisti dei paesi futuri invasori. Cominciò Breznev, in febbraio, con la censura imposta a un discorso di Dubcek per il XX anniversario del febbraio 1948. In marzo i cecoslovacchi furono invitati a Dresda e qui messi sotto accusa perché incapaci di contrastare la «controrivoluzione strisciante» che a loro giudizio avanzava nel paese. La stampa sovietica e degli altri paesi che poi intervennero a strangolare la «Primavera» pubblicò articoli su articoli di critica al Programma d'azione, ma non una parola di quel documento. Mosca, infine, organizzò il complotto che sfociò nella lettera d'invito firmata da Bilak, Indra e pochi altri esponenti, spacciata poi dai sovietici come «invito a intervenire militarmente per impedire il ritorno della Cecoslovacchia» alla repubblica d'anteguerra. Certo vi furono limiti interni, come hanno riconosciuto gli stessi protagonisti, a cominciare da Dubcek. Si trattò, sostanzialmente, di un processo che avviato dall'alto fu poi sollecitato a procedere con maggiore speditezza da ampi strati di popolazione. Vi furono - ma era normale dialettica democratica - confronti accesi ed estremismi. Ma a giudizio degli attori principali e della maggioranza degli osservatori erano fenomeni dovuti alla quantità e gravità dei guasti da riparare e al grande ritardo con il quale ci si era messi su quella strada. Un limite che si rivelò invalicabile, infine, fu la spaccatura avutasi nel gruppo che, all'unanimità, aveva avviato le trasformazioni. Non ci furono solo le preoccupazioni di quanti temevano per i loro posti e privilegi; non mancarono tentativi di presentarsi come «salvatori della patria». Un esempio: Gustav Husak, nei giorni dell'invasione aveva dichiarato di essere con Dubcek e disposto a cadere con lui, nell'aprile 1969 accettò l'investitura dei sovietici a sostituirlo e ad avviare il paese su una «normalizzazione» che significò ritorno alla passività politica dei cittadini e scadimento della moralità generale.
Dopo l'89 e la caduta della speranza di Gorbaciov per una trasformazione positiva dell'Urss, ora che non esiste più l'esperienza originale della Cecoslovacchia, tagliata in due paesi, è attuale quella stagione di trasformazioni, pure fallite, o no?
Sull'attualità di quella stagione la risposta non può essere univoca. Abbiamoa bisogno dell'utopia, per non scadere nella demoralizzazione, nello sconforto assoluto. Ma il sogno deve essere sognato con gli occhi aperti: che le società odierne vanno cambiate nessuno ne dubita, la qualità del cambiamento deve essere imposta da una volontà diffusa, la necessità deve essere brandita da chi ha la capacità di rifarsi ai migliori esempi del passato - e la Primavera cecoslovacca del '68 è tra questi - e di additare una strada percorribile alle nuove generazioni.

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martedì 22 gennaio 2008

Nell'agenda NATO la proposta shock: si' ad attacchi nucleari preventivi

da www.rainews24.it 22/01/2008

Fanatismo politico e fondamentalismo religioso, terrorismo e criminalità organizzata; proliferazione di armi di sterminio, cambiamenti climatici e sicurezza dell'approvvigionamento energetico, migrazioni 'ambientali' su scala massiccia, indebolimento degli stati nazionali. Tutti questi fattori suggeriscono, secondo cinque ex capi di stato maggiore delle forze armate di altrettanti Paesi alleati, una redifinizione della dottrina militare della NATO. Che deve includere la possibilità di attacchi nucleari preventivi per fermare l' "imminente" proliferazione di armi di distruzione di massa.

Il documento è stato presentato in questi giorni al segretario generale dell'Alleanza atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, e al Pentagono. E secondo quanto scrive il Guardian, sarà discusso al vertice Nato di Bucarest il prossimo aprile.

A firmare la proposta per una nuova "grande strategia" da parte di Stati Uniti, Unione europea, e Nato, sono gli ex strateghi di Gran Bretagna, Francia, Olanda e Germania,i generali John Shalikashvili, Klaus Naumann, Henk van den Breemen, l'ammiraglio Jacques Lanxade e Lord Inge, dopo averne discusso con analisti, militari di alto grado in servizio e politici.

Il "primo colpo" nucleare è "uno strumento indispensabile" perche' "semplicemente non vi è alcuna prospettiva realistica per un mondo libero da armamenti nucleari". "Il rischio di una ulteriore proliferazione è imminente e, con questo, il pericolo di conflitto nucleare, anche se in ambito limitato, può attuarsi", si legge nel documento di 150 pagine.

"Il primo uso di armi nucleari deve rimanere ai margini dell'escalation, come ultimo strumento per prevenire l'impiego di armi di sterminio", si legge inoltre. Fra le misure suggerite, la fine del consenso come principio decisionale interno all'Alleanza, da sostituire con un voto a maggioranza, e l'abolizione dei 'caveat' che consentono a ogni nazione di ritagliarsi limiti operativi alla partecipazione a missioni internazionali

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lunedì 24 dicembre 2007

Piano Condor, un arresto a Salerno per i desaparecidos italiani

da www.repubblica.it

ROMA - Un arresto già eseguito e altre 139 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei responsabili delle Giunte militari e dei servizi di sicurezza cileni, argentini, uruguaiani e brasiliani. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Roma Luisanna Figliolia su richiesta del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, che indaga da tempo sui crimini delle dittature latinoamericane negli anni '70-'80. In quel decennio infatti i governi dittatoriali latinoamericani avevano concluso un accordo, il cosiddetto "Piano Condor", per reprimere gli oppositori dei rispettivi regimi. Tra le vittime molti italiani: per far luce sulla loro morte e perseguirne gli autori è stata avviata l'inchiesta romana.

A Salerno, dove vive da qualche anno, è stato arrestato Nestor Jorge Fernandez Troccoli, uruguaiano di 60 anni già esponente dei servizi segreti della marina di Montevideo. Gli altri destinatari delle ordinanze di custodia cautelare firmate riguardano, fra gli altri, Jorge Rafael Videla, già dittatore argentino, l'ammiraglio Emilio Eduardo Massera, ex responsabile della marina argentina, già sottoprocedimento a Roma in una delle inchieste sui desaparecidos di origine italiana e Jorge Maria Bordaberry, ex capo della Giunta militare uruguaiana.

Le accuse, a seconda delle singole posizioni processuali delle persone raggiunte dalle ordinanze di custodia cautelare, vanno dalla strage al sequestro di persona fino all'omicidio plurimo aggravato. L'inchiesta della magistratura romana era partita alla fine degli anni '90 sulla base di alcune denunce presentate dai familiari di cittadini di origine italiana in Sudamerica negli anni delle dittature militari. I casi finiti al vaglio dei Capaldo sono una ventina.


Troccoli, che sarà trasferito a breve in un carcere romano per essere interrogato nei prossimi giorni, è accusato della scomparsa e della morte di quattro italiani. Nei confronti di Troccoli, comunque, pendeva già da alcuni mesi un ordine di arresto internazionale emesso dall'autorità giudiziaria dell'Uruguay nell'ambito di una inchiesta denominata "El Goyo" relativa alla scomparsa di una trentina di cittadini uruguaiani riparati in Argentina nel 1978. Indagine che, recentemente, è culminata nell'arresto dell'ex dittatore Gregorio Alvarez.

Gli altri 139 destinatari delle misure cautelari firmate dal gip Figliolia si trovano attualmente in Sudamerica e nei prossimi giorni il procuratore aggiunto Capaldo chiederà al ministero della Giustizia di avviare le procedure di ricerca degli indagati al fine di sollecitare la loro estradizione in Italia. Alcuni di loro sono già in carcere nei rispettivi paesi. Nell'inchiesta romana sono stati coinvolti anche altri personaggi poi deceduti nel tempo, come l'ex dittatore argentino Augusto Pinochet.

(24 dicembre 2007)

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martedì 4 dicembre 2007

Il ritorno al passato del Papa

Bendetto XVI, l'Onu e la cooperazione di Raffaele K. Salinari*

Merita una attenta riflessione l'attacco del papa al "relativismo morale" del quale sarebbero intrise le Nazioni Unite e, più in generale, le Istituzioni multilaterali.

Il messaggio papale, indirizzato ad un gruppo selezionato di Ong cattoliche accreditate presso le Nazioni Unite, lancia una crociata contro la visione laica dei rapporto tra nazioni e popoli, faticosamente e fragilmente costruita negli anni del secondo dopo guerra all'interno dell'Onu. In nome della "verità sull'uomo" necessariamente di matrice cattolica ed ispirata da una etica della trascendenza, il Papa invita le "sue" Ong a fare lobby affinché si esca da un uso strumentale dei diritti umani e si torni ad una gestione dei rapporti internazionali informati dalla "morale naturale". Il momento, come in altre occasioni ed esternazioni, è stato scelto con cura data la contemporanea giornata di lotta all'Aids che vede la Santa Sede ancora ufficialmente schierata "in difesa della vita" ma decisamente contraria all'uso del profilattico per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Ed è proprio sul delicatissimo terreno della cooperazione internazionale allo sviluppo, a partire dall'implementazione degli Obiettivi del Millennio, tra i quali figurano notoriamente non solo il contrasto all'Aids ma, più in generale i temi della salute riproduttiva e del principio di autodeterminazione delle donne, che il Papa ha infine portato le implicazioni del suo discorso. Il pontefice ha indicato una certa visione della cooperazione internazionale allo sviluppo, intesa non come promozione di una dignità umana informata dai criteri della laicità e del multiculturalismo, quanto una impostazione della stessa che trae la sua verità e legittimazione da una trascendenza interpretabile solo da chi è titolato a farlo, nello specifico le gerarchie ecclesiali vaticane. Si tratterebbe, nel caso questo invito fosse accolto dalle Ong cattoliche, di un preoccupante ritorno indietro ai tempi del " laicato missionario" che intendeva chiaramente sottoporre le Ong alla gerarchia ecclesiale e ridurle così ad un ruolo chiaramente strumentale. Ma, ancora più preoccupante almeno per le Ong che, come quella presieduta dal sottoscritto hanno un ruolo consultivo all'Onu, si riaprirebbero delle fratture di difficile gestione all'interno del ripensamento delle Nazioni Unite e delle loro attività di cooperazione, basti pensare al ruolo crescente delle Ong mussulmane e dei gruppi di associazioni del Sud del mondo che rivendicano valori ancorati all'interno di visioni della dignità umana certamente diverse da quelle della morale cattolica. Nessuno di noi nega le difficoltà delle Nazioni Unite, ne tantomeno i loro limiti costitutivi, ma il fatto che la Santa Sede si metta a "sparare sulla Croce Rossa" come da qualche tempo è politica dell'attuale amministrazione americana, prefigura una attacco ulteriore all'unico luogo del multilateralismo ancora in piedi.


In realtà le parole del Papa sul disprezzo per i Diritti umani e per il Diritto umanitario rispecchiano una realtà che tanti di noi denunciano quotidianamente, il problema è che le soluzioni che il Vaticano propone non fanno avanzare il dibattito ma lo avocano ad una componente, tra l'altro oramai minoritaria, che dovrebbe convincere tutti gli altri ad adeguarsi ad una visione definita e definitiva sia dell'umana dignità che della "verità sull'uomo". Non sono le Nazioni Unite che stracciano i Diritti dell'Uomo e ne calpestano la dignità, sono le nazioni che hanno ridotto l'Onu ad una macchina imbelle che sono responsabili, le nazioni che non hanno mai ratificato la Convenzione contro la Tortura, per i Diritti dei Minori, che rifiutano al Corte Penale Internazionale che, infine, si oppongono alla cancellazione della pena di morte. Sono le stesse nazioni che, oggi, vengono guidate da uomini che "piangono ogni notte sulla spalla di Dio", e che scatenano guerre negando al contempo i fondi per gli Obiettivi del Millennio. Contro queste violazioni della dignità umana vorremmo si levasse forte la voce del Papa, come ogni giorno fanno nel mondo Ong di varia fede o laicamente ispirate, come fanno tante Ong cattoliche anche nel nostro paese, attente più all'etica delle responsabilità che a quella dei principi.

*Presidente Terre des Hommes International

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sabato 1 dicembre 2007

Il mistero della più grande base americana all’estero

di Toni Fontana
su l'Unità del 29/11/2007

Correva l'anno 1999, le armate di Milosevic si stavano ritirando disordinatamente dal Kosovo; la notte tra il 12 ed il 13 giugno gli italiani varcarono il confine
con la Macedonia. Urosevac fu la prima città che il lungo serpente formato dai bersaglieri della brigata Garibaldi attraversò. In quelle ore drammatiche, mentre la popolazione usciva impaurita dai rifugi, nessuno notò la presenza in città di un manipolo di 007, ben camuffati. Era la «discreta» avanguardia delle forze Usa che, si impossessarono di 1000 acri di terra situati sulla rotta del petrolio, nei pressi di importanti oleodotti.
In tre anni gli americani hanno realizzato su quelle terre al confine tra Macedonia e Kosovo, la più grande base Usa all’estero dai tempi della guerra del Vietnam. Camp Bondsteel, nei tre anni successivi, è diventato un insediamento iper-tecnologico. Qualche dato aiuta a capire le dimensioni della presenza Usa: 25 chilometri di strade interne, 300 edifici, 14 km di barriere di cemento, 84 chilometri di filo spinati, 11 torrette di avvistamento. Non mancano negozi, palestre, luoghi di culto, ospedali. Secondo i più recenti aggiornamenti la base ospita almeno 55 elicotteri da combattimento Apache e Black Hawk. La realizzazione dell’insediamento ha rappresentato un colossale affare per la Brown and Root Service, società affiliata alla Halliburton Oil, il colosso che, grazie ai buoni auspici del vice-presidente Cheney (che ne fu direttore tra il 1995 ed il 2000) si è assicurata la fetta più appetitosa nella «ricostruzione» dell’Iraq.
Brown and Root service è il maggior datore di lavoro dell’intero Kosovo. Ogni giorno fornisce 600mila galloni di acqua, corrente elettrica sufficiente per illuminare una città di 25mila abitanti, 18mila pasti per sfamare i 7-9mila soldati Usa alloggiati a Camp Bondsteel. Oltre 5mila kosovari sono alle dipendenze degli americani ed altri 15mila sono a libro paga. Questi i dati della base Usa in Kosovo che, entro il 2011 (la data è stata annunciata lunedì alla caserma Ederle) diverrà la «gemella» di quella in via di costruzione a Vicenza.
Molti e fondati sospetti aleggiano come nubi sinistre sopra il cielo di Camp Bondsteel fin da quando sono state scavate le fondamenta. Nel 2002 il commissario per i diritti umani del consiglio d’Europa, Alvaro Gil Robles, visitò la base che descrisse come «una ricostruzione più in piccolo di Guantanamo». Il quotidiano Le Monde, nel 2005, rievoca le osservazioni di Gil Robles: «Vedemmo piccole baracche di legno circondate da altre recinzioni di filo spinato e 15 o 20 prigionieri richiusi in queste casupole; erano vestiti con le stesse divise arancioni di Guantanamo». È possibile che Camp Bondsteel sia stato utilizzato come sito per le «detenzioni segrete nel quadro della lotta contro il terrorismo»? Il sospetto è più che fondato. Almeno fino al 2004 il campo è stato utilizzato per le “renditions”, i sequestri, simili a quello che ha visto protagonista l’egiziano Abu Omar (Milano 17 febbraio 2003), attuati dalla Cia. Anche in questi casi, come accadde in Italia, ciò solleva delicate questioni che riguardano anche il nostro Paese. Gil Robles afferma infatti di aver parlato con quattro prigionieri nordafricani e che i carcerieri mostrarono i documenti che giustificavano le detenzione sui quali era stata apposto il titolo «risoluzione 1244» , quella che definisce l’attuale status del Kosovo e venne approvata alla fine della guerra. Da allora il Kosovo è amministrato dall’Onu che ha dunque la giurisdizione anche sulla basi e le prigioni. In molte occasioni i dirigenti delle Nazioni Unite hanno però preso le distanze dalla pratiche in vigore nelle segrete prigioni Usa del Kosovo affermando che Unmik (missione Onu nella regione Ndr) non controlla le basi militari che sono sotto la responsabilità delle singole nazioni». Ma questa interpretazione è molto controversa ed, ad esempio, secondo fonti Osce «la prigione di Camp Bondsteel dipende formalmente da Kfor», cioè dal comando militare al cui vertice vi è stato più volte un ufficiale italiano. Le «renditions», i voli segreti, i sequestri appartengono ormai al passato? La domanda chiede una risposta nel momento un cui nuovi rischi di violenza tornano ad affacciarsi in Kosovo.

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La campagna di Putin: obiettivo, vincere tutto e di più

da il Manifesto 29/11/2007

Astrit Dakli
A tre giorni dal voto, la campagna elettorale per il rinnovo della Duma ha già lasciato il posto a quella per le elezioni presidenziali del 2 marzo. Un modo per consentire a Vladimir Putin di esternare a raffica anche durante le 48 ore di «pausa di riflessione»; ma anche per segnalare ai cittadini che i due voti, quello del 2 dicembre e quello del 2 marzo, sono strettamente legati e se si vuole che Putin resti «leader nazionale», come da tante parti si chiede, occorre premiare adesso il «suo» partito.
In effetti, se la campagna elettorale ordinaria è praticamente finita, sono entrati nella fase più acuta gli sforzi «sotto il tavolo» per ottenere il risultato voluto, cioè un trionfo di Russia Unita, il partito che ha Putin (pur non iscritto) come capolista e al quale appartengono peraltro la grandissima maggioranza dei governatori, dei sindaci e dei funzionari statali. Da tutte gli angoli della grande Russia giungono segnalazioni - anonime, naturalmente, ma una parte della stampa le raccoglie e le fa proprie perché in effetti sono credibili - di sistematiche operazioni per portare la gente a votare «in modo giusto»; con promesse e minacce si chiede a direttori e capiufficio di obbligare i propri dipendenti a recarsi alle urne; per non parlare di quel che accade dentro istituzioni di massa come le forze armate o le università, dove militari e studenti sono minacciati di gravi conseguenze se il voto nei rispettivi seggi non rispecchierà «le necessità del paese». Nelle aree più povere si promettono aiuti e regali (carbone, salame, zucchero) in cambio di un voto massiccio.
Ovunque, Russia Unita chiede (pare anche organizzando falsificazioni dei registri elettorali, ma queste sono notizie ovviamente non provate) un voto totalizzante, che le dia almeno la maggioranza dei due terzi nella prossima Duma, se non il suo controllo totale. Soprattutto, si chiede un voto che rappresenti, tre mesi prima delle presidenziali cui Putin non potrà partecipare per non contravvenire alla Costituzione che vieta più di due mandati consecutivi, un plebiscito assoluto e incontestabile a favore del presidente. Forte di questo plebiscito, Putin potrà poi decidere come comportarsi.
Ieri il presidente ha ripreso - parlando agli ambasciatori di tutti i paesi, riuniti nella magnifica sala di San Giorgio al Cremlino - il tema dei rapporti fra la Russia e l'Occidente, affermando con grande durezza che «non lasceremo che il processo di sviluppo della Russia venga influenzato e alterato dall'esterno»: con chiaro riferimento alle polemiche sollevate dall'organismo di verifica elettorale dell'Osce e da alcuni governi occidentali, Usa in testa, circa la scarsa democraticità e ancor più scarsa trasparenza della campagna elettorale in corso.
In questa luce, anche la continua, brutale repressione dei piccoli movimenti di opposizione e dei loro leader - ieri a Mosca sono stati picchiati e fermati anche dei giornalisti di alcune testate «liberal», che insieme a dei militanti protestavano per la detenzione dello scacchista e oppositore Garry Kasparov - assume un senso diverso: non si teme tanto che essi possano davvero innescare una «rivoluzione» più o meno colorata in Russia, quanto piuttosto si vuole mostrare platealmente alla massa dei bravi cittadini-elettori putiniani che un pericolo (di ingerenza straniera attraverso l'opposizione liberale) c'è e che solo con il pugno duro lo si può affrontare e sventare. Un altro argomento di propaganda elettorale, insomma: per il voto di domenica ma soprattutto in vista dell'ancora misterioso showdown del 2 marzo, la cui scenografia forse non è ancora del tutto chiara nemmeno al padrone del Cremlino.

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mercoledì 7 novembre 2007

Genova libera. Ancora. Manifestazione nazionale 17 novembre

Entro dicembre verranno chiusi due procedimenti giudiziari che riguardano la nostra storia e la stagione dei movimenti che abbiamo conosciuto e animato in questi anni. Verranno pronunciate le sentenze per i processi ai 25 manifestanti indagati per le vicende del G8 e per gli inquisiti di Cosenza per il "sud ribelle".
Le richieste di condanne sono pesantissime, così come il reato che viene contestato: devastazione e saccheggio.
Non possiamo accettare che la nostra storia, la storia di quelle giornate venga riscritta in tribunale, ricostruita ad hoc dalla magistratura e dalla destra per coprire le responsabilità delle forze dell'ordine che picchiarono, torturarono, spararono e uccisero.
Rivendicare la nostra storia vuol dire non accettare che 25 persone finiscano in carcere per un totale di 225 anni.
Rivendicare la nostra storia, via tolemaide e le giornate di Genova, vuol dire tornare a chiedere verità a giustizia e ribadire la necessità della commissione d'inchiesta.
Lo faremo, a Genova, il 17 novembre.
Stiamo costruendo, insieme a tanti soggetti della sinistra, una manifestazione nazionale per impedire che venga processata e riscritta in un'aula di tribunale una pagina di storia così importante e drammatica per la nostra generazione, per tutti.
Non accetteremo che l'assurda accusa di devastazione e saccheggio segni la fine delle pratiche di opposizione ai potenti e limiti la libertà di movimento per gli anni a venire.

Il corteo partirà alle ore 16 dalla comunità di Don Gallo di San Benedetto, a pochi metri dalla stazione Fs di Genova Principe.

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