da www.rainews24.it
Randy Scheunemann, principale consigliere di politica estera del candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain, è stato a lungo, e fino allo scorso maggio, un lobbysta pagato dal governo georgiano per promuovere la causa di Tbilisi. Lo rivela oggi il Washington post, ponendo più di un dubbio etico su questa commistione d'interessi.
Ad esempio il 17 aprile scorso, Scheunemann organizzò una telefonata fra il senatore dell'Arizona e il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, aiutando poi McCain a scrivere una dichiarazione di sostegno alla repubblica caucasica. Quello stesso giorno la società di lobbying di cui Scheunemann era socio, la Orion Strategies, firmò un contratto da 200mila dollari per continuare a fornire consigli strategici al governo di Tbilisi.
Al momento della telefonata Scheunemann non lavorava più formalmente per la Georgia, ma faceva ancora parte della Orion strategies, dove è impegnato soltanto un altro lobbista, Mike Mitchell. Scheunemann si è poi dimesso dalla Orion il 15 maggio.
Ma fra il gennaio 2007 e il maggio 2008, il consigliere ha ricevuto circa 70mila dollari dalla campagna di McCain e ben 290mila dalla Georgia. In totale Scheunemann ha ricevuto, dal 2004 al maggio di quest'anno, 800mila dollari dal governo di Tbilisi.
"McCain sarebbe stato vicino alla Georgia comunque, ma il fatto che il suo principale consigliere sia stato lobbysta per la Georgia, pone degli interrogativi", nota Melanie Sloan, direttore del gruppo Citizens for responsability and ethics.
mercoledì 13 agosto 2008
Stati Uniti: il consigliere di politica estera di McCain, era un lobbysta di Tbilisi
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Le menzogne di Hiroshima sono le menzogne di oggi
da www.peacereporter.it
Di John Pilger*
Nell'anniversario del lancio della bomba atomica su Hiroshima il 6 Agosto 1945, John Pilger descrive la 'progressione di menzogne' dalla polvere di quella città dilaniata alle guerre di oggi, e la minaccia dell'attacco all'Iran.
Quando fui a Hiroshima la prima volta nel 1967, l'ombra sugli scalini era ancora li. Era un'impronta quasi perfetta di una persona a riposo: gambe distese, schiena piegata, una mano appoggiata a un fianco mentre aspettava l'apertura di una banca. Alle otto e un quarto della mattina del 6 Agosto 1945 lei e la sua silhouette furono bruciate e impresse nel granito. Stetti a guardare l'ombra per più di un'ora, e poi camminai giù fino al fiume e incontrai un uomo chiamato Yukio. Il suo petto era ancora segnato dal motivo della camicia che indossava quando la bomba fu lanciata.
Fungo atomicoYukio e la sua famiglia vivevano ancora in una baracca emersa dalla polvere di un deserto atomico. Descrisse un'enorme bagliore sulla città, “una luce bluastra, come un corto circuito”, dopo il quale un vento soffiò come un tornado e una pioggia nera cadde. “Fui scaraventato a terra e notai che erano rimasti solo i gambi dei miei fiori nelle mie mani. Tutto era tranquillo e immobile, e quando mi alzai, c'erano persone nude, che non dicevano niente. Alcune avevano perso i capelli o erano senza pelle. Ero certo di essere morto”.
Nove anni dopo, quando tornai a cercarlo, era morto di leucemia.
Immediatamente dopo la bomba, l'esercito di occupazione alleato bandì ogni menzione della sindrome di avvelenamento da radiazioni, e insistette che le persone erano state uccise o ferite esclusivamente dall'esplosione della bomba. Era la prima grande menzogna. “Nessuna radioattività nelle rovine di Hiroshima” titolava il New York Times in prima pagina, un classico di disinformazione e servilismo giornalistico, a cui il reporter australiano Wilfred Burchett rimediò con il suo scoop del secolo. “Scrivo un avvertimento al mondo”, scrisse Burchett nel Daily Express, dopo aver raggiunto Hiroshima dopo un pericoloso viaggio, essendo il primo corrispondente a osare una tale impresa. Descrisse corsie di ospedali piene di persone senza ferite visibili ma che stavano morendo a causa di quella che chiamo' “una piaga atomica”. Per aver detto la verità, il suo accreditamento da giornalista fu ritirato. Fu messo alla gogna, diffamato – e vendicato.
John PilgerIl bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki fu un atto criminale di dimensioni epiche. Fu un omicidio di massa premeditato tramite il quale venne liberata un'arma di natura intrinsicamente criminale. Per questa ragione i suoi apologeti hanno cercato rifugio nella mitologia della “guerra buona”, il cui “bagno etico”, come lo descrisse Richard Drayton, permise all'Occidente non solo di espiare il proprio sanguinario passato imperiale ma anche di promuovere 60 anni di guerra rapace, sempre sotto l'ombra della Bomba.
La più resistente menzogna è che la bomba atomica fu lanciata per terminare la guerra nel Pacifico e salvare delle vite. “Anche senza il bombardamento atomico”, concluse l'Indagine Strategica sulla Bomba degli Stati Uniti del 1946, “la supremazia dello spazio aereo sopra il Giappone avrebbe esercitato abbastanza pressione per ottenere la resa incondizionata ed eliminare la necessità dell'invasione. Basandosi su una investigazione dettagliata di tutti i fatti, e con il supporto delle testimonianze dei comandanti giapponesi sopravvissuti che erano coinvolti nelle azioni militari, è opinione degli autori dell'indagine che il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state lanciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra e anche se nessuna invasione fosse stata pianificata o contemplata”.
Gli archivi nazionali a Washington contengono documenti del governo Usa che mostrano che il Giappone aveva avviato discussioni sulla pace già nel 1943. Nessuna delle discussioni fu portata a termine. Un messaggio mandato il 5 Maggio 1945 dall'ambasciatore tedesco a Tokyo e intercettato dagli Usa dissipa ogni dubbio che i giapponesi volessero la pace disperatamente, compresa "la capitolazione anche se i termini fossero duri". Invece, il segretario della guerra Usa, Henry Stimson, disse al presidente Truman di essere “timoroso” che l'aviazione USA bombardasse il Giappone “cosi' duramente” che la nuova arma non avrebbe avuto la possibilità “di mostrare la sua forza”. Stimson più avanti dovette ammettere che “non si fece nessuno sforzo, e nessuna possibilità fu seriamente considerata, per ottenere la resa senza dover utilizzare la bomba”. I suoi colleghi responsabili della politica estera erano desiderosi di “intimidire i Russi con la bomba in bella mostra, con fare piuttosto pomposo”. Il generale Leslie Groves, direttore del Manhattan Project che produsse la bomba, testimoniò: “Non ci fu mai l'illusione da parte mia che la Russia fosse il nostro nemico, e che il progetto fosse orientato in quella direzione”. Il giorno dopo che Hiroshima fu cancellata, il presidente Truman espresse la sua soddisfazione per “il sucesso schiacciante di quell' “esperimento”.
AhmadinejadDal 1945, si pensa che gli Stati Uniti siano stati sul punto di usare armi nucleari almeno tre volte. Nell'aver intrapreso la loro falsa 'guerra al terrore', i governi di Washington e Londra hanno dichiarato di essere preparati a sferrare 'attacchi preventivi' con armi nucleari contro stati non-nuclearizzati. Con ogni ticchettio verso l'ora X di un giorno del giudizio nucleare, le menzogne per giustificarlo diventano sempre piu' oltraggiose. L'Iran è la 'minaccia' corrente. Ma l'Iran non ha nessuna arma nucleare e la scorretta informazione che sta preparando un arsenale nucleare è stata diffusa principalmente dal Mek, un gruppo di opposizione Iraniana screditato ma sponsorizzato dalla Cia – proprio come le bugie sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein furono originate dal Congresso Nazionele Iracheno, istituito da Washington.
Il ruolo del giornalismo occidentale nell'aver creato questo spettro è di importanza fondamentale. Il fatto che l'America Intelligence Estimate dica ”con grande sicurezza” che l'Iran ha lasciato perdere il programma nucleare nel 2003 è caduto in un buco della memoria. Che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non abbia mai detto di voler “spazzare Israele via dalla mappa” non interessa a nessuno. Ma questo è stato il mantra dei media – tanto che Gordon Brown, nella sua recente, ossequiosa performance al cospetto del parlamento Israeliano, ha alluso alle dichiarazioni di Ahmadinejad come per minacciare l'Iran, ancora una volta.
Questa progressione di menzogne ci ha portato a una delle crisi nucleari più pericolose dal 1945, perchè la vera minaccia rimane quasi completamente taciuta nei circoli Occidentali e dunque nei media. C'e' una sola potenza nucleare dilagante in Medio Oriente ed è Israele. L'eroico Mordechai Vanunu provo' ad avvertire il mondo nel 1986 quando portò di nascosto degli indizi che Israele stesse costruendo 200 testate nucleari. Contravvenendo alle risoluzioni delle Nazioni Unite, Israele oggi chiaramente non aspetta altro che attaccare l'Iran, temendo che una nuova amministrazione Americana potrebbe condurre delle genuine negoziazioni, con una nazione come l'Iran che l'Occidente diffama da quando il Gran Bretagna e l'America rovesciarono la democrazia Iraliana nel 1953.
Nel New York Times del 18 luglio, lo storico israeliano Benny Morris, una volta considerato liberale ma attualmente utilizzato come esperto dalla classe politica e militare del suo paese, minacciò l'insorgenza di “un Iran trasformato in un deserto nucleare”. Questo significa omicidio di massa. Assolutamente ironico che lo dica un ebreo.
La domanda è pressante: dobbiamo stare a guardare, dicendo, come i buoni tedeschi dissero, che 'noi non sapevamo'? Dobbiamo continuare a nasconderci dietro a quello che Richard Falk ha chiamato 'un bigotto, unilaterale paravento legale/morale con immagini positive di valori occidentali e la pretesa che la nostra innocenza sia stata minacciata, validando una campagna di violenza senza restrizioni?”
Acchiappare criminali di guerra è di nuovo di moda. Radovan Karadzic sta in tribunale, ma Sharon e Olmert, Bush e Blair no. Perchè no? La memoria di Hiroshima chiede una risposta.
www.jonhpilger.com
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lunedì 30 giugno 2008
In sei mesi morti settecento civili in Afghanistan, uccisi da talebani e Isaf
da www.rainews24.it
Dall'inizio dell'anno, in Afghanistan sono stati uccisi quasi 700 civili, cioe' il 50% in piu' rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
Lo ha denunciato oggi il vice segretario generale agli affari umanitari e coordinatore dei soccorsi delle Nazioni Unite, John Holmes.
"Circa 698 civili sono stati uccisi dall'inizio dell'anno in Afghanistan. L'anno scorso nello stesso periodo, 430 persone erano morte a causa delle violenze - ha precisato Holmes - Circa 255 civili sono stati uccisi in operazioni militari delle forze afghane, dell'Isaf (Forza internazionale di assistenza alla sicurezza) e della coalizione guidata dagli Usa, mentre 422 sono state uccise in attacchi compiuti dai ribelli contro i filo-governativi".
Per i restanti 21 non si e' potuto capire da chi siano stati uccisi. La maggior parte delle vittime, secondo Holmes, abitavano nel sud dell'Afghanistan, roccaforte dei taleban.
Anche oggi comunque sono stati segnalati scontri anche nell'ovest e nel centro del paese. Secondo un portavoce del ministero dell'Interno, nei combattimenti hanno perso la vita 13 poliziotti e 10 taleban.
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sabato 21 giugno 2008
BASE USA VICENZA SENTENZA TAR: SMASCHERATI GLI ILLEGALI
Movimento vigilerà su osservanza sentenza
Un bando di gara illegittimo; il consenso del Governo definito 'extra ordinem'; «gravi dubbi sulla
Vinca», la valutazione di incidenza ambientale; la mancata espressione popolare, quindi l’assenza
di democrazia: le motivazioni con le quali il Tar si è espresso sulla vicenda Dal Molin , accogliendo il
ricorso di Codacons e Coordinamento Comitati e inibendo il territorio alle ruspe a stelle e strisce,
smascherano gli illegali. Sono coloro che vorrebbero cementificare la città del Palladio per
realizzare un nuovo avamposto di guerra.
La sentenza dimostra quanto fondate sono le tesi dei cittadini che da due anni si oppongono alla
realizzazione dei progetti statunitensi; il Tar, infatti, riconosce i pericoli ambientali e urbanistici legati
alla realizzazione dell’opera. Chi ha tentato di prendere in giro la cittadinanza, ora, è stato
smascherato.
Vigileremo sull’osservanza di questa sentenza per difendere la legalità che più volte hanno tentato
di calpestare i promotori dell’opera: chi vorrebbe imporre la realizzazione della nuova base Usa ha
già dimostrato il proprio disprezzo per la democrazia e i beni comuni. Ma la determinazione di tante
donne e uomini di Vicenza ha portato a questo primo, importante, risultato. Noi manteniamo gli
appuntamenti che già avevamo fissato: la giornata di banchetti del 21 giugno, la presenza in P.za
dei Signori il 26 giugno (in contemporanea al dibattito del Consiglio comunale sul tema) e la
mobilitazione del 30 giugno.
Presidio Permanente, Vicenza, 20 giugno 2008
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Presidio Permanente No Dal Molin
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giovedì 17 gennaio 2008
Vicenza. I No Dal Molin occupano la prefettura
Una trentina di persone del Presidio No Dal Molin ha occupato per qualche ore, oggi pomeriggio, la Prefettura di Vicenza nell’anniversario dell’editto di Prodi: il 16 gennaio di un anno fa, infatti, il Presidente del Consiglio annunciava dall’estero di “non opporsi” ai progetti statunitensi per la realizzazione di una nuova base Usa. «L’occupazione è iniziata negli stessi minuti in cui Prodi, l’anno scorso, pronunciò il suo via libera agli statunitensi–raccontano dal Presidio–contemporaneamente, all’esterno hanno iniziato ad affluire altre persone a sostegno dell’iniziativa. Donne e uomini del Presidio si sono incatenati all’interno della Prefettura per dare un segnale chiaro al Governo: la vicenda vicentina non è chiusa e la maggioranza della comunità locale continua ad opporsi alla militarizzazione, nonostante il silenzio che ha avvolto la città berica. L’occupazione è anche una risposta alla ripresa delle bonifiche belliche propedeutiche alla realizzazione della base Usa e si inserisce all’interno di una campagna di lungo periodo: il 26 gennaio parteciperemo alla giornata nazionale di mobilitazione contro le basi indetta dal Patto contro la guerra mentre nelle prossime settimane torneremo a contestare Prodi–a Bologna come a Roma–e a costruire iniziative di blocco e boicottaggio dei lavori di bonifica».
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domenica 16 dicembre 2007
Manifestazione conclusa a Vicenza.
Vicenza. Il corteo si dirige al tendone del Presidio per concludere la giornata
Un nuovo corteo formato dai vicentini a da quanti si fermeranno in città per la serata. ma anche per partecipare ai workshop di domani, si sta dirigendo alla volta del tendone che ospita il Presidio Permanente No Dal Molin.
E’ proprio qui, al tendone di Ponte Marchese, luogo simbolo del No Dal Molin e metafora della determinazione dei vicentini, che si concluderà la giornata di oggi, con musica dal vivo, interventi e anche con una cena calda.
I commenti a caldo da Vicenza
Mancini (Cgil): "Estendere la mobilitazione all'intero Paese": “Dopo la grande e serena manifestazione di oggi la mobilitazione deve proseguire ed estendersi all’intero Paese. L’appello lanciato da autorevoli dirigenti nazionali della Cgil e dell’Arci deve essere raccolto. Obiettivo cento piazze d’Italia. Cento gazebo a sostegno della moratoria. Centinaia di migliaia di firme da raccogliere nelle piazze, nei luoghi di lavoro e nelle scuole per sostenere l’iniziativa parlamentare a sostegno della moratoria e del diritto della popolazione vicentina di decidere il proprio futuro. E’ questo l’impegno della Cgil nelle prossime settimane”. Ad annunciarlo Oscar Mancini, segretario generale della Cgil vicentina, al termine della manifestazione di oggi Dario Fo: "Governanti ciechi e sordi":’Una manifestazione come questa dovrebbe fare impressione ai governanti, ma sono ciechi, sordi. Non sentono, non seguono, non vedono, non si rendono conto delle cose. Anche la gente della sinistra, i dirigenti della sinistra non si rendono conto dell’importanza che hanno queste manifestazioni, della costanza, della voglia assoluta di sentirsi cittadini di queste persone e non un insieme di gente che non conta niente’’. Ha detto Dario Fo ancora al corteo di Vicenza.Russo Spena: "Serve la moratoria sulla base": “Oggi Vicenza e i pacifisti tornano a dire che la seconda base Usa non deve essere costruita, è una bellissima manifestazione, tranquilla e colorata ed è emozionante vedere i vicentini che entrano nel corteo mentre si snoda per la città”. Il capogruppo Prc al Senato Russo Spena lo dichiara in una nota dalla città veneta mobilitata dal comitato No Dal Molin.
“Rifondazione non ha mai accettato–sottolinea l’esponente di Rifondazione–la scelta di ampliare la base di Vicenza contro la volontà della popolazione locale e continuerà la battaglia perché il governo rispetti gli impegni assunti con gli elettori. Con questo voglio dire–aggiunge Russo Spena–che sulla base deve essere stabilita una moratoria fino a che non verrà fatta la conferenza nazionale sulle servitù militari, un punto del programma dell’Unione sul quale ci sentiamo traditi dagli alleati. E questo è uno degli argomenti della verifica di gennaio”. “Voglio aggiungere che sono rimasto davvero sconcertato per la presa di posizione su Vicenza del presidente Napolitano. Non me l’aspettavo–conclude–da un uomo della sua sensibilità democratica”.Cento: "Caro Prodi, questa base non s'ha da fare": Da Vicenza viene un bel segnale di ‘non violenza’, civiltà, pacifismo ed un messaggio chiaro al Governo: caro Prodi, questa base non s’ha da fare, ci vuole una moratoria". A parlare è Paolo Cento, sottosegretario all’Economia della ‘Sinistra Arcobaleno’ presente al corteo, si parla di 40-50 mila persone, contro la base militare.
“Hanno ragione i vicentini a dirsi ‘invisibili’ e lo sono per le istituzioni e per la politica–spiega Cento–sorde alle loro richieste: ma deve esser chiaro che sulla base il Governo Prodi si gioca gran parte della sua credibilità: ci vuole un moratoria come chiede la pacifica e civile comunità di Vicenza”.
Cento taglia corto sulle affermazioni del Presidente della Repubblica, “la piu’ alta carica della Repubblica deve star fuori dalla polemica” ma prende di petto il Governo di centro-sinistra che, avverte, “deve rispondere alla richiesta di moratoria che viene dalla comunità vicentina” e lancia infine un monito: “Guai ad inviare le forze dell’ordine a Vicenza contro una popolazione che sta facendo resistenza passiva, non violenta e pacifica: una cosa del genere sarebbe l’apertura immediata della crisi”.
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giovedì 6 dicembre 2007
15 dicembre Manifestazione Europea NO dal Molin
Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani,
Verdi e Sinistra Democratica
Sabato 15 dicembre a Vicenza grande manifestazione europea
NO DAL MOLIN
Viaggio in pullman con partenza alle 12,30
presso il parcheggio dell’Ospedale di Borgo Roma.
Quota di 8 €, offerta libera per studenti e disoccupati.
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312 militari ammalati di tumore maligno di cui 77 morti, Parisi parla dell'uranio impoverito
Sono 312 i militari italiani che si sono ammalati di tumore maligno negli ultimi 11 anni (1996-2006) nei Balcani, in Iraq, Afghanistan e Libano; 77 di questi sono morti.
Il numero complessivo dei militari malati di tumore, tra impiegati in missione e non, e' invece di 1.703. Sono questi gli ultimi dati in possesso della Difesa: il ministro Parisi li ha comunicati oggi al Senato, davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito. Ma c'e' gia' chi parla di dati "al ribasso".
Guarda l'inchiesta di Rainews24 sugli effetti dell'uranio impoverito
Il risultato di questo lavoro (in attesa di creare una "organizzazione centralizzata e informatizzata") e' un bilancio di soldati morti o ammalati piu' pesante di quello fornito in precedenza dallo stesso Parisi, che davanti alla Commissione aveva parlato di 255 casi, con 37 morti, tra i militari in missione - contro i 312 e 77 di oggi - e di 1.682 malati in totale (1.703).
"Difformita' - ha spiegato il ministro, con particolare riferimento alle missioni - dovuta soprattutto al fatto che alcune decine di malati o morti per tumore allora indicati nell'elenco dei militari che non avevano preso parte alle missioni, invece vi avevano partecipato".
E comunque - ha aggiunto Parisi, facendo per la prima volta questo raffronto - la percentuale dei militari che si e' ammalata di tumore dopo aver partecipato a missioni e' inferiore a quella della popolazione maschile italiana. Si tratta di "dati e comparazioni molto grezzi", ha premesso il ministro, ma e' un dato di fatto che nel quinquennio 2002-2006 sono stati 216 su 56.600 i militari italiani impiegati all'estero che si sono ammalati, "con una incidenza di 380 casi ogni 100.000".
Uno studio effettuato in base ai dati dell'Airt (Associazione italiana registri tumori) sul totale della popolazione maschile italiana per il quinquennio 1998-2002, indica invece che "in media vengono ogni anno diagnosticati nel nostro Paese 754 casi ogni 100.000 abitanti".
L'informativa di Parisi non ha soddisfatto Falco Accame, presidente di una delle associazioni piu' attive su questo fronte, secondo cui "non si tiene conto dei casi di morte e malattia nella guerra del Golfo del '91, in Somalia nel 1993, nei poligoni di tiro a partire dal 1977, dei civili e del personale in congedo e delle altre gravi malattie diverse dai tumori".
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sabato 1 dicembre 2007
Vicenza verso il 15 dicembre... Se non ora quando?
di Presidio Permanente di Vicenza
su Liberazione del 29/11/2007
Non lo nascondiamo: siamo dei sognatori; vorremmo impedire alla più grande potenza militare mondiale di mettere casa nel nostro cortile. E' vero, siamo anche un po' testardi; ce lo hanno detto in tutte le salse: «Cari vicentini, mettetevela via, gli interessi della guerra saranno più forti dei vostri presidi». Pazzi? Può darsi: del resto, chi avrebbe montato un Festival-campeggio di 10 giorni?
Eppure, siamo ancora qui. In questi giorni raddoppiamo il nostro presidio permanente; tutto intorno, un silenzio assordante, fatto di quotidiani e telegiornali che, dopo aver assediato Vicenza in concomitanza con il grande corteo del 17 febbraio, ora non hanno più nulla da dire su un movimento che ha continuato a vivere di passione e determinazione. Un movimento che si esprime tra e con la gente di Vicenza, attraverso iniziative e manifestazioni continue: abbiamo tagliato i cavidotti funzionali alla nuova base Usa, occupato la Basilica Palladiana, piantato 150 alberi all'interno del Dal Molin; abbiamo bloccato, per tre giorni e tre notti, le bonifiche belliche - iniziate un mese fa - necessarie per iniziare la costruzione dell'installazione militare, e le donne del Presidio sono andate a Firenze per boicottare l'Abc - azienda incaricata delle bonifiche - e proseguire la campagna dei blocchi.
Con i primi blocchi dei lavori abbiamo imparato, ancor di più, ad essere una comunità; e abbiamo sentito, da tante parti d'Italia, la solidarietà e la condivisione che tante donne e tanti uomini esprimono per la lotta vicentina.
Abbiamo chiesto, anche, che i 170 parlamentari che si sono dichiarati contrari alla realizzazione della nuova base Usa mantengano la propria promessa: portare subito in Parlamento la moratoria sui lavori in attesa dello svolgimento della Seconda Conferenza sulle servitù militari e chiedere la desecretazione degli accordi militari bilaterali. Questo, ad oggi, non è avvenuto: abbiamo già visto il governo promettere di ascoltare la comunità vicentina e poi tradirla: c'è qualcuno che vuol seguire il solco tracciato da Prodi? Non portare subito in Parlamento la moratoria, infatti, significa comportarsi nello stesso modo del Presidente del Consiglio che, dopo aver promesso di voler considerare la vicenda alla luce della volontà della comunità locale, dichiarò dall'estero di non opporsi alle richieste statunitensi svendendo la nostra città.
Lo scorso 17 febbraio, insieme, abbiamo dimostrato quanto grande è il movimento che vuol battersi contro la guerra e la militarizzazione del territorio, per la difesa della terra e la costruzione di nuove pratiche di democrazia; ma Vicenza, da sola, è insufficiente a sostenere questa lotta che, pure, accomuna gran parte della popolazione locale: Vicenza è solo un villaggio nella grande comunità che crede in un altro mondo possibile. Abbiamo bisogno, ancora una volta, della vostra condivisione, della vostra partecipazione, della vostra solidarietà.
Abbiamo convocato, a dicembre, una tre giorni europea di confronto, contaminazione, approfondimento; vogliamo allargare i nostri orizzonti, conoscere nuove comunità, condividere altre lotte. Ma vogliamo, anche, dimostrare che la vicenda del Dal Molin è ancora aperta: per questo il 15 dicembre un grande corteo attraverserà le strade della nostra città. Abbiamo sempre detto che "se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia": vi chiediamo di condividere il nostro sogno, ancora una volta, perché una terra senza basi di guerra possa diventare realtà.
Se non ora, quando? Vicenza chiama, ancora una volta: e noi siamo sicuri che risponderete in tanti. Perché Vicenza vive già al di fuori dei suoi confini.
Presidio Permanente di Vicenza
Per leggere l'appello della tre giorni europea: www.nodalmolin.it
Per informazioni e adesioni: comunicazione@nodalmolin.it
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venerdì 16 novembre 2007
Il triangolo nero
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne.
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
Puoi aderire qui all'appello!
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domenica 11 novembre 2007
AGGIORNAMENTI DA VICENZA: ABBIAMO VINTO!
La ditta incaricata di eseguire la bonifica al Dal Molin ha deciso di ritirarsi dall'appalto e non proseguire i lavori!
Lo ha dichiarato il direttore dell'ABC di Firenze-la ditta in questione-in un'intervista sul Sole 24Ore.
I blocchi sono serviti! Fermare la costruzione della nuova base Usa a Vicenza è possibile! Il direttore ha dichiarato che queste contestazioni creano troppe difficoltà e la ditta non vuole dare di se un'immagine negativa, essendo impegnata in operazioni umanitarie e non vogliono essere associati alla realizzazione di una nuova base di guerra.
Gli sforzi di tutti gli uomini e donne che per tre giorni e due notti hanno presidiato i due ingressi dell’aeroporto civile sono serviti, stasera grande festa all’ingresso civile del Dal molin per la fine dei blocchi ed il ritiro dell’impresa incaricata!!
Gianni Turcato-coordinatore provinciale GC Vicenza
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mercoledì 7 novembre 2007
Aggiornamenti da Vicenza
Ieri sera, dalle 22.30 circa, sono iniziati ufficialmente i blocchi delle bonifiche al Dalmolin: dal presidio permanente circa 500 persone si sono disposte lungo i 2 cancelli, l’ingresso civile e l’ingresso militare dell’aereoporto. Da alcune settimane infatti all’interno dell’area sono cominciate le bonifiche belliche funzionali alla costruzione della nuova base USA. Ieri sera, dalle 22.30 circa, sono iniziati ufficialmente i blocchi delle bonifiche al Dalmolin: dal presidio permanente circa 500 persone si sono disposte lungo i 2 cancelli, l’ingresso civile e l’ingresso militare dell’aereoporto. Da alcune settimane infatti all’interno dell’area sono cominciate le bonifiche belliche funzionali alla costruzione della nuova base USA.
L’inizio dei blocchi è stato segnato da un episodio gravissimo: un militare italiano, già identificato durante la notte, ha investito deliberatamente Francesco Pavin, uno dei portavoce della protesta no base. Francesco stava infatti iniziando i blocchi e rallentando l’auto quando questa, dopo aver accennatoa fermarsi, ha accelerato colpendolo in pieno ed entrando poi nella caserma dell’aeronautica.
Ora Francesco è ricoverato all’ospedale di Vicenza per eseguire ulteriori accertamenti alla colonna vertebrale. Gli avvocati configurano il reato di tentato omicidio ed omissione di soccorso.
Condanniamo con forza questo avvenimento, come tutti gli episodi di violenza contro una protesta pacifica che si batte quotidianamente per impedire la militarizzazione del territorio vicentino, sosteniamo fermamente la prosecuzione dei blocchi, ora dopo ora e giorno dopo giorno, anche con la nostra presenza fisica, con la messa in gioco dei nostri corpi.
G.C. Vicenza
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giovedì 11 ottobre 2007
Dopo il successo della marcia, le richieste dei pacifisti: meno spese militari e rivedere la missione in Afghanistan
«Il ministro però si è detto disponibile a un confronto sui temi della nostra agenda», spiega Flavio Lotti all'uscita dall'incontro. «Un'attenzione importante, anche se credo di poter dire che in gran parte questo si deve all'effetto della Perugia-Assisi. Abbiamo trovato un uomo poco ideologico e consapevole delle sue responsabilità politiche. E forse anche delle gravi difficoltà di alcuni scenari, come quello afgano su cui abbiamo molto insistito». Per ora un nuovo appuntamento ancora non c'è ma, dice Lotti, dall'incontro «esce rafforzata l'idea che dobbiamo insistere sui temi al centro della marcia, come la riduzione del gap tra spesa militare e aiuto alla ricostruzione o riformulazione della missione. Nonché sull'intera agenda della Difesa italiana».
Fa parte della delegazione anche Tonio Dall'Olio di Libera, l'associazione contro le mafie che tanta parte ha avuto durante la Perugia-Assisi. Dall'Olio è tra i fondatori della Tavola e c'è il tempo, a due giorni dalla marcia umbra, di fare un primo bilancio. I numeri innanzi tutto, che nessuno si aspettava. «La marcia è un animale strano - dice - ma anche il frutto di un lavoro distribuito nell'anno e che non per forza si lega a un evento particolare». Molte le scuole dove si è lavorato sul tema della pace e la sola Agesci, l'associazione nazionale scout, ne ha portati 8mila di marciatori. Ma 200mila resta comunque un bel numero, «fatto - aggiunge - dalla gente che si autorganizza. Questa è una manifestazione che ormai un colore non ce l'ha. Ha semmai il colore che preferisco, quello dell'autonomia della società civile che chiede un incontro leale con la politica». Una risposta al «grillismo»? Dall'Olio risponde in maniera indiretta: «Direi che forse anziché continuare a parlare di crisi della politica si dovrebbe capire che c'è sete di politica. Ci saranno state le stesse persone del V-day? In parte forse, ma non sono due momenti che si identificano, anche se in entrambi c'è il desiderio di contestare».
Dall'Olio fa notare che l'adesione è riuscita ad andare oltre quella che («tutti i diritti per tutti») poteva sembrare solo una dichiarazione di principio. Dov'è il segreto? «Nel lavoro dell'Onu dei popoli e della settimana per la pace che prepara la marcia. Succede che gli enti locali - la loro partecipazione è l'altra grande chiave di volta della marcia - "adottano" un popolo. Lo fanno venire nelle città, nelle scuole e la gente identifica un problema, un diritto con un volto. Vedi che quel bisogno di diritti è una voce, la faccia, il racconto, la storia personale di una persona. E questo, credo, fa da traino al desiderio di aderire. Dà gambe insomma al progetto della marcia».
E le mafie? Il tema è stato trattato ampiamente nella marcia che viene percepita di solito come un desiderio di pace fuori dai confini: Libano, Afghanistan, Birmania: «E' stata una scelta strategica - dice Dall'Olio - perché pace vuol anche dire politiche sociali, legalità e sicurezza - declinata in altro modo di come viene fatto di questi tempi. Potremmo parlare di pace nel mondo ignorando che abbiamo da secoli una guerra in casa?». Pensa che la marcia farà da traino alla manifestazione del 20 ottobre? «Nell'ultimo appello di Polo, Sansonetti e Sullo il riferimento era esplicito. Si diceva che l'appuntamento del 20 passava anche dalla Perugia-Assisi». Vedremo quanta strada farà fare anche a quelle gambe.
* Lettera22
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giovedì 4 ottobre 2007
Tavola della Pace: Caro Prodi: le prime spese da tagliare sono quelle militari
In vista del varo della legge finanziaria, alla vigilia della Marcia Perugia-Assisi, la Tavola della pace lancia un appello al governo
“Caro Prodi: le prime spese da tagliare sono quelle militari”
Quelle risorse servono innanzitutto per la lotta alla povertà e alla mafia, per la salute, per la scuola e la cultura. E per mettere a posto i conti dello stato.
Perugia, 24 settembre - In vista del varo della legge finanziaria, Flavio Lotti e Grazia Bellini, coordinatori della Tavola della pace, rilanciano un appello al governo perché vengano investite maggiori risorse nella lotta alla povertà e alla mafia, per la salute, per la scuola e la cultura della pace.
“I soldi ci sono, ma stanno tutti in quel pozzo senza fondo che è il bilancio del Ministero della Difesa”, hanno dichiarato Flavio Lotti e Grazia Bellini. Non ci possiamo permettere di continuare a sprecare tanti miliardi di euro mentre c’è tanta gente che vive nella povertà e nell’insicurezza, mentre si negano i soldi per la lotta alla mafia, per assicurare il diritto alla salute, per costruire una scuola al passo con i tempi e per diffondere la cultura della pace. O per mettere a posto i conti dello stato.
L’Italia deve rispettare gli impegni internazionali per la lotta alla povertà e deve aumentare le risorse per la cooperazione allo sviluppo, definendo un chiaro calendario di impegni finanziari per raggiungere l’obiettivo dello 0,51% APS/PIL entro il 2010 e lo 0,7% entro il 2015. E deve versare subito i fondi promessi per la lotta all´Aids, alla malaria e alla tubercolosi.
Non possiamo continuare a lasciar morire di stenti la gente. Tagliare le spese è giusto soprattutto se sono quelle militari che ci vedono al settimo posto della graduatoria mondiale. Spendere meglio si può mettendo le persone al centro, la loro dignità, i loro diritti fondamentali e la loro sicurezza.
Il prossimo 7 ottobre, alla Marcia per la pace Perugia-Assisi ci auguriamo di poter applaudire il primo governo italiano che taglia le spese militari e investe sulla costruzione della pace, dentro e fuori il nostro paese.”
www.perlapace.it
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domenica 30 settembre 2007
Vicenza-base Usa
Costa: tra due mesi l'ok al progetto
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venerdì 21 settembre 2007
MARCIA PERUGIA-ASSISI DA VERONA,PER TUTTI I DIRITTI UMANI PER TUTTI
07.10.2007
MARCIA PERUGIA-ASSISI
DA VERONA,PER TUTTI I DIRITTI UMANI PER TUTTI
NO alla Guerra Infinita!
ola Pace deve essere il modo per risolvere le questioni internazionali: rispetto del diritto di tutti gli uomini alla vita
oRitiro immediato delle truppe italiane impegnate in missioni di guerra all’estero, per fare il primo passo per una politica globale di pace
oTutela, da parte dei politici italiani, delle condizioni di TUTTI gli italiani, perchè i diritti degli “invisibili” del nostro paese siano rispettati.
una Marcia contro la miseria, la guerra, la violazione dei diritti dell’uomo, per cancellare le politica delle armi e creare una giovane e nuova politica di pace.
“Un altro mondo è possibile”
Partenza da Verona sabato 6 ottobre ore 16, pernottamento a Perugia (sacco a pelo) ritorno domenica in serata
Giovani Comuniste/i Federazione Giovanile Comunisti Italini
Unione degli Studenti Unione degli Universitari
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lunedì 17 settembre 2007
Vicenza. Gli anti-base piantano alberi. “Se diventasse uno spazio pubblico?”
I No Dal Molin discutono anche sulla partecipazione alla manifestazione del 20 ottobre
da Liberazione, 16 settembre 2007
Checchino Antonini
Un corteo di alberi, «come nel Signore degli anelli, con gli Ent che si incazzano con gli umani», dice Olol Jackson, del Presidio permanente No Base. E c'è chi scomoda il Macbeth di Shakespeare per questa "foresta che cammina" tra il campeggio-festival di Rettorgole fino all'aeroporto Dal Molin, ancora civile, sebbene gli Usa e il governo italiano vogliano tramutarlo in sede della 173ma Brigata, la prima a piombare dal cielo sui teatri della guerra permanente. Aceri, carpini - «il legno più duro» - roveri, faggi - 150 in tutto, acconto del parco pubblico che tanti vicentini vorrebbero al posto dell'ennesimo sito militare così vorace di acqua, terra e cemento. Gli arbusti vengono portati in processione al ritmo di tamburi mentre dalla stazione sale un corteo di studenti in sciopero da tutto il Veneto. Il festival-campeggio chiude così, in bellezza, trascinando di nuovo 3-4mila persone a ridosso della rete dell'aeroclub popolato già all'alba di uomini e mezzi di polizia. Ma è una settimana che si tratta tenacemente col questore Rotondi e in 125 riescono a entrare per la cerimonia della semina. Le donne cantano come se andassero in campagna. Entrano anche le zappe, le vanghe e gli innaffiatoi. Non la spuntano i forconi a quattro denti sebbene siano i più adatti alla faccenda. E' l'ultima delle azioni incubate e condivise in otto giorni intensi di vita comune sotto i tendoni del festival dove s'è discusso di crisi della rappresentanza, servitù militari, di mezzi e fini del mutuo soccorso tra le resistenze popolari, coinvolgendo migliaia di persone che, magari, non avevano mai messo piede al presidio della Lobbia spuntato, a 700 metri dal campeggio, la sera di gennaio che Prodi annunciò il sì alla base.
Sono le donne del presidio ad aver fatto evaporare una diffidenza verso i pacifisti costruita ad arte da chi controlla i media. Alla partenza contestano le telecamere del Tg regionale che si occupano di loro solo quando si fanno azioni clamorose, e neanche sempre visto che la sonora fischiata di massa a Rutelli, del giorno prima, è stata snobbata dal servizio pubblico. La stampa locale dà molto spazio alle rassicurazioni del leader della Margherita che se la prende con gli «esagerati» No Base e promette risarcimenti e varianti al progetto. Ma quello che lui chiama risarcimento, la tangenziale Nord, è devastante quanto la base e le varianti non mutano il senso di una base di morte. Questo lo sanno anche quei vicentini, non molti, che si lamentano sia degli elicotteri sia dei manifestanti e sbottano nel più classico "andate a lavorare", questa sì che è antipolitica. La maggioranza di destra a Palazzo Trissino rimanda ripetutamente il consiglio prendendo per scusa la minaccia dei No Dal Molin ma c'è chi pensa che il sindaco Hullweck non abbia fretta di spiegare il bilancio in rosso della municipalizzata che fornisce acqua e gas. «La cassaforte del comune - la definisce Franca Equizi, consigliera espulsa dalla Lega perché intransigente sul No alla Base - ha chiuso in perdita per via di operazioni su cui indagano guardia di finanza e magistrati».
Ma torniamo in corteo dove, mescolato a studenti e saccoapelisti, c'è un buon numero di giovani comunisti di varie città. Il responsabile nazionale Gc degli studenti, Domenico Ragozzino, spiega che la questione Dal Molin è ancora «troppo marginale» nel dibattito politico che dovrebbe «irrompere anche nella costruzione della manifestazione del 20 ottobre». «La gente ci chiede che succeda qualcosa a Roma, in Parlamento - dice il segretario provinciale Prc, Ezio Lovato - è la prima volta in vita mia che vengo percepito come uno che sta dall'altra parte della barricata». «Se si parla di mancato rispetto del programma, questo di Vicenza è un punto cruciale», dice Tiziana Valpiana, senatrice veneta di Rifondazione, una dei 150 parlamentari ad aver spedito a Prodi una proposta di moratoria dei lavori fino alla conferenza sulle servitù militari promessa dal programma dell'Unione. «Beh, Prodi non ci ha nemmeno risposto». E, se Franco Turigliatto, senatore di Sinistra critica, è scettico sull'ipotesi che i promotori del 20 mettano in agenda Vicenza («Nemmeno chiedono il ritiro dell'accordo su welfare e pensioni»), c'è Paolo Cacciari che azzarda il «sogno» che quella giornata sia addirittura aperta dai No Dal Molin «in tutta la loro autonomia - spiega - perché è una vertenza che racchiude valori costituenti (pace, beni comuni, democrazia partecipata) di tutta la coalizione». Cacciari e Valpiana sperano che a Washington possa cambiare presto qualcosa. Che si avveri quello che pensa David Anthony Scalia, meccanico ciclista italo-americano che vorrebbe trasferirsi nel Vermont ed è contro la Base: «Perché buttarci dei soldi quando 40 milioni di statunitensi sono senza assicurazione medica?».
E i vicentini cosa faranno? Intanto per tre giorni, a dicembre, si confronteranno con vertenze simili in Europa. Sì, ma il 20 ottobre? «Ne parleremo in assemblea», dice Cinzia Bottene, una delle portavoci del presidio.
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