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domenica 16 marzo 2008

L'eco 'balla' dei rifiuti campani

Cronaca di un disastro politico e della catena degli errori e delle responsabilità di due giunte regionali e del governo L'eco "balla" dei rifiuti campani di Giuseppe Morrone
Salerno

Emergenza rifiuti uguale a cumuli di spazzatura, roghi o discariche presidiate dalla polizia, cittadini inferociti... Ma qual è la catena di errori, incompetenze e malaffare che in un quindicennio di fallimenti commissariali e con un buco finanziario di 2 miliardi di euro ha prodotto il disastro?

L'emergenza in Campania è stata dichiarata fin dal 1994, per la cattiva gestione dei rifiuti urbani e per l'illecito sversamento di rifiuti tossici, soprattutto in terre comprese fra le province di Caserta e di Napoli, provenienti da tutta Europa spesso con l'aiuto spesso delle ecomafie, camorra in primis. Su questi aspetti la magistratura e gli inquirenti sono al lavoro da tempo e ci diranno, quello che conosciamo, invece, è la catena politica delle decisioni.

Sin dalla fine degli anni '90, con un'amministrazione regionale e commissariato governativo presiedute/i da Antonio Rastrelli (An), in Campania viene stabilito un piano per lo smaltimento dei rifiuti. Nonostante il decreto Ronchi (ministro dell'Ambiente, Verdi) predisponga già l'obbligo di realizzare in tempi brevi un 35% di raccolta differenziata sul totale, la Regione punta essenzialmente sul "ciclo integrato": raccolta, selezione meccanica del Cdr (combustibile da rifiuto), tritovagliato e compattato nelle cosiddette "ecoballe" (ossia con selezione, teoricamente non inquinante, del rifiuto da bruciare) e infine incenerimento di queste mediante un unico termovalorizzatore (in origine se ne prevedevano tre, indicazione recentemente ripresa con un'ordinanza da Romano Prodi). Viene già individuato il territorio per la costruzione del mega-inceneritore campano: Acerra (Na), zona già ampiamente inquinata, con una concentrazione di diossina considerevole, ed in attesa di bonifica.

La scelta della Regione non prende in considerazione strade alternative come ad esempio le quattro "r" dell'opzione "Rifiuti Zero" (riduzione a monte della produzione, raccolta differenziata, riciclaggio, riuso), gli impianti di compostaggio, l'impiantistica a freddo, perfino le discariche pubbliche e controllate, oppure - senza troppo sognare - una normativa severa che informasse e orientasse pesantemente le amministrazioni locali e cittadini alla raccolta differenziata "porta a porta". Tanto più che proprio in Campania e in particolare nel salernitano esistono esempi d'eccellenza nazionale in materia (basti citare Mercato San Severino o Atena Lucana, che toccano vette dell'80%). Niente di tutto ciò.

Tralasciando l'inganno insito nel termine "termovalorizzatore" (ovverosia convertitore in energia dei rifiuti via produzione di calore ovvero di combustione), in generale, dato che l'incenerimento dei rifiuti nonostante tutte le mediazioni positive produce emissioni inquinanti, e nello specifico di Acerra, posto in aperta campagna, mal collegato e col rischio di diventare una delle tanti cattedrali del non-sviluppo del Sud, ariviamo alla gara di appalto per l'assegnazione della costruzione dello stesso. Il bando della giunta Rastrelli e del 1999, i principali concorrenti che si presentanto sono Enel e Impregilo-Fibe di Cesare Romiti. Nonostante la compagnia semi-pubblica avesse presentato un progetto giudicato più avanzato a livello tecnico, è l'Impregilo-Fibe, più nota per la costruzione di ponti e strade, ad accaparrarsi il gruzzolo pubblico, proponendo una tariffa stracciata, 83 lire per chilogrammo di rifiuto smaltito. E' il mercato, bellezza.

La costruzione del termovalorizzatore parte e si giunge fino all'attuale 92% della sua struttura finale realizzata, Antonio Bassolino, nel frattempo subentrato a Rastrelli, a presidente della Regione e commissario per l'emergenza rifiuti, sostiene l'opera e - direttamente o meno, lo sta vagliando la magistratura - l'ambiguo operato della Impregilo-Fibe (i cui massimi dirigenti sono attualmente rinviati a giudizio per diversi reati inerenti alla commessa Acerra). Tutto procede liscio quindi? Non proprio, perché la popolazione di Acerra è in rivolta e le minuziose contro-inchieste svolte da Tommaso Sodano, attuale presidente della commissione parlamentare Ambiente, di Rifondazione Comunista, denunciano che molte cose nell'appalto, nel progetto, nella raccolta non vanno. Diventeranno materiale per i giudici. La politica non ha voluto ascoltarle.

L'esempio migliore, sono le "ecoballe" ovvero il punto centrale del piano del 1999, ormai giunte a contenere 7 milioni di tonnellate di rifiuti all'interno dei loro involucri plastificati, che continuano ad essere depositate nei 5-6 centri di raccolta della regione. Praticamente nessuna è stata ancora incenerita. E il motivo non è, banalmente, come i fans della termovalorizzazione (da Berlusconi a Veltroni, passando per Fini e Prodi, consigliati da quella che questo giornale ha più volte chiamato "lobby del Cip6") continuano a sostenere: l'entrata in funzione dell'impianto di Acerra bloccato dai "veti ideologici" dei nimby , degli "ambientalisti del no" ecc. ecc. Ma perché, molto più concretamente, come sostengono "gli oppositori", le "ecoballe" non sono compatibili con il termovalorizzatore in oggetto, e forse con nessun altro: infatti queste non sono neanche lontanamente "eco", in quanto composte, principalmente, da immondizia non dissezionata, né selezionata. In pratica, nelle "ecoballe" è mischiato di tutto, dai solidi indifferenziati all'umido, ecc., solamente compattato. Incenerirle equivarrebbe ad emettere nell'aria qualsiasi cosa. Con tutti i rischi del caso, spesso non prevedibili, essendo sconosciuto il contenuto del materiale da bruciare.

Morale: quelle "ecoballe" non sono combustibili, a meno di non volere creare una situazione catastrofica, e proprio su questa linea si attesta l'ultima, della fine di febbraio, ennesima e scellerata, ordinanza di Romano Prodi, la quale dichiara, senza mezzi termini, che le "ecoballe", seppure non a norma, come fra l'altro chiarisce uno studio del ministero dell'Ambiente di due anni fa, saranno bruciate, comunque, nell'impianto di Acerra e in sovrappiù - dato che i rifiuti si accumulano - in altri due inceneritori da costruire da zero a S. Maria la Fossa (Caserta) e Salerno. Giusto ieri, i comitati di Acerra hanno annunciato per il 15 marzo un corteo di protesta contro il governo e il decreto rilancia inceneritori.

Le "ecoballe", di proprietà, per forza di cose, della Impregilo-Fibe, diventano così l'esempio e il paradosso della catena di scelte poco ponderate, per non dire peggio, che hanno portato all'attuale drammatica situazione. Però si continua come se non fossero, appunto, una "balla", una bugia, ecologica.

Secondo paradosso: le discariche. Attualmente in Campania l'unica discarica, non a caso detta regionale, funzionante, e pubblica, è quella di Macchia Soprana, a Serre, in provincia di Salerno, capiente ma non infinita. Non si tratta della stessa area che scatenò le proteste dei cittadini, lo scorso anno, quando era in questione l'apertura di un altro sito poco distante, Valle della Masseria, a ridosso dell'oasi naturalistica di Persano, bensì appunto dell'alternativa a quest'ultima, indicata dalla Provincia di Salerno e caldeggiata dal ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio. A parte Serre, il resto dei rifiuti viene scaricato in centinaia di piccole discariche abusive, specie fra Napoli e Caserta, che hanno consentito che i territori in oggetto, il cosiddetto "triangolo della morte", fossero considerati come una delle zone a più alta incidenza tumorale d'Europa. Queste discariche sono per la grande maggioranza localizzate all'interno di cave dismesse controllate dalla camorra. E ancora, continuando con il confezionamento delle "ecoballe", i rifiuti vengono sparsi lungo l'intero territorio della regione in centri di raccolta. L'umido, dove esiste la raccolta differenziata vera, viene mandato, a prezzi altissimi, verso la Sicilia per mancanza di adeguati impianti di compostaggio.

L'individuazione delle discariche pubbliche, o per lo stoccaggio delle "ecoballe", è un altro mistero. Esistono due documenti: uno è la legge 87/07, che recepisce le direttive del piano Bertolaso (commissario per l'emergenza rifiuti all'epoca), disponendo per ognuna delle cinque province campane (in realtà ne vengono prese in considerazione soltanto quattro, perché Caserta è inspiegabilmente ignorata) una discarica unica entro cui far confluire i rifiuti del territorio di competenza. Di queste quattro zone indicate, tre (Savignano Irpino per Avellino, Sant'Arcangelo Trimonte per Benevento e Terzigno per Napoli) stanno subendo solo adesso i primi controlli valutativi, mentre Serre (Macchia Soprana), passata dallo status di "provinciale" a "regionale" per ovvi motivi, è attiva e sull'orlo dell'esaurimento, tanto è vero che ci si sta attrezzando per individuarne un'altra in sua sostituzione, entro i confini della provincia di Salerno (c'è un'indicazione, dell'amministrazione provinciale salernitana, in tal senso, per quanto concerne Serra Arenosa, una cava dismessa sita nel territorio di Caggiano, e posta a confine con la Basilicata, ma l'inidoneità geo-ambientale, sottolineata rumorosamente dai geologi e dalla locale popolazione, oltre alla comprensibile ira lucana per lo sconfinamento, sembrerebbero invalidarla come ipotesi).

L'altro documento, meno ufficiale ma non per questo meno rilevante, è stato stilato da due eminenti geologi della "Federico II" di Napoli, Giovanbattista De Medici e Franco Ortolani, per le Assise della Città di Napoli e del "Mezzogiorno d'Italia" (una libera associazione d'individui tesa ad interrogarsi seriamente, tramite continue assemblee ed un portentoso bollettino, sugli scandali, anzitutto di moralità, presenti nel Mezzogiorno), oltre che sottoposto ai vari commissari succedutisi durante l'ultimo anno in Campania, a Romano Prodi e ad Alfonso Pecoraro Scanio, senza mai ottenere uno straccio di risposta. Lo studio contiene una dettagliatissima, e dovutamente motivata, mappa circa l'indicazione di una serie di siti (5, tutti posizionati fra l'alta Irpinia ed il beneventano, i feudi cioè di Ciriaco De Mita e Clemente Mastella...) perfettamente idonei ad ospitare, ognuno, una possibile discarica, dal punto di vista logistico, tecnico e della sicurezza ambientale: zone non naturalisticamente protette, non localizzazione entro i perimetri di cave dismesse, spesso e volentieri in mano alla camorra, adeguata lontananza dai centri abitati, assenza pressoché totale di falde acquifere e quindi del rischio di infiltrazioni di percolato, viabilità ampia e poco trafficata, quindi pressoché ideale per i mezzi che effettuerebbero il trasporto dei rifiuti, ecc. E' vero che lo studio inficerebbe il principio della "provincializzazione", posto come esiziale dalla stessa legge 87/07, ma è altrettanto vero, allora, che bisognerebbe dar ragione subito, e non demonizzare, le legittime rimostranze degli abitanti di Terzigno, Sant'Arcangelo, Savignano, Caggiano e, ancor prima, Pianura. Anche quando le proteste locali sono più che altro sospinte dall'ingenua e banale sindrome nimby ( Not in my back yard ) piuttosto che dalla ricognizione precisa e puntuale dei problemi, ambientali, logistici e tecnici, che potrebbero sorgere dall'apertura di siti di smaltimento in posti inidonei. Ma si sa. Se manca la politica, non resta che la protesta.


(Liberazione, 13 Marzo 2008)

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sabato 15 marzo 2008

Vicenza. Disastro oleodotto, partono interrogazioni parlamentari Verdi

Dopo il disastro ambientale, scaturito dopo l’apetura della falla nell’oleodotto che trasporta il cherosene alla base militare di Aviano (Pordenone), sono partite varie interrogazioni dei Verdi veneti in Parlamento, in Regione e in Provincia a Padova. “A complicare la vicenda–osservano i Verdi–c’e’ il ritardo con cui sono partiti i lavori di tamponamento e di messa in sicurezza, la mancanza di un protocollo per questi tipi di eventi, la confusione determinatasi: insomma la mancanza di piani di sicurezza per strutture come queste”.

“L’incidente–si legge ancora nelle interrogazioni dei Verdi–e’ avvenuto in una zona di ricarica della falda acquifera vicentina che fornisce di acqua potabile oltre alla provincia di Vicenza anche quella di Padova: uno dei bacini idrici sotterranei piu’ grandi d’Europa. Quale grado di penetrazione avra’ avuto lo sversamento di kerosene nel sottosuolo e, quindi, quale impatto inquinante puo’ essersi determinato? Ad oggi non si conosce ancora l’entita’ dell’incidente ma chiediamo da subito che non si proceda come per l’incendio alla De Longhi di Treviso, tentando di minimizzare la gravita’ di quanto avvenuto. Informazioni chiare e veritiere alla popolazione e interventi immediati di messa in sicurezza e salvaguardia dei fiumi e della risorsa idrica”.

“Non dicevano che le installazioni militari sono sicure e non danneggiano il territorio–incalza il presidio No Dal Molin–piu’ di qualcuno deve delle spiegazioni ai cittadini; a partire dal commissario Costa, che ha lasciato Vicenza per le sue vacanze elettorali ribadendo che le installazioni militari Usa non hanno alcun impatto sul territorio. E ora, cosa ha da dire il primo sponsor della nuova base Usa al Dal Molin? E tutti coloro che hanno sempre sbeffeggiato le paure e le preoccupazioni dei vicentini? Nessuno venga piu’ a portarci rassicurazioni: le installazioni militari sono pericolose per l’ambiente e la salute pubblica”.

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domenica 13 gennaio 2008

AMICI DELLA BICICLETTA. La denuncia durante il convegno della Fiab

da L'Arena 13/1/2008

«Sulle reti ciclabili, l’Italia è in grave ritardo rispetto agli altri paesi europei».
La denuncia arriva dalla sala Eurostar della stazione di Porta Nuova dove ieri mattina si è svolto il vertice della Fiab, la Federazione italiana amici della bicicletta. Gli amanti delle due ruote, però, non si sono persi certo d’animo e, durante l’incontro, hanno elaborato le nuove strategie per il rilancio di Bicitalia, il progetto di rete ciclabile italiana, preparato dalla stessa organizzazione. È stato discusso, inoltre, il programma di «Bicitalia day», previsto per il prossimo maggio.
«Questa è un’occasione utile per aggiornare la lista delle buone pratiche in tema di reti ciclabili territoriali. Stiamo anche verificando la compatibilità di alcune recenti proposte di legge sull’istituzione di reti nazionali per la mobilità ciclistica con il progetto Bicitalia», ha dichiarato il presidente nazionale Fiab, Antonio Della Venezia. Ed ha aggiunto: «Non va trascurato il fatto che alcuni importanti itinerari di Bicitalia costituiscono la declinazione del progetto dell’Unione europea, "Eurovelo" nel territorio italiano. Il mancato riconoscimento costituisce un elemento di discontinuità di una rete di trasporto europea fortemente riconosciuta in ambito comunitario».
La nostra città sta assumendo, quindi, un ruolo molto importante all’interno della Fiab anche alla luce delle importanti prese di posizione del gruppo scaligero, guidato da Paolo Fabbri. Non bisogna dimenticare i risultati ottenuti per i "casi" di via Cesiolo e di San Pancrazio con la pista che doveva essere realizzata in via 28 Marzo.A.G.

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A Napoli servirebbe un "esercito" pacifico

La soluzione proposta dal governo per Napoli non è la più indicata. Sul merito della raccolta dei rifiuti sono già interventi esperti e tecnici (sul "Manifesto" e su "Liberazione", tra gli altri) che da anni propongono soluzioni radicali e nello stesso tempo equilibrate anche a livello europeo, e quindi mi aggiungo a loro, oltre che sottoscrivere la nota del Forum Ambientalista pubblicata su "Liberazione" del 10 gennaio.
Qui mi interessa sottolineare il carattere provocatorio della "imposizione" delle discariche, la militarizzazione del territorio e soprattutto della nomina del supercommisario De Gennaro, "parcheggiato" come capo di gabinetto del ministro Amato in attesa che "la nottata" di Genova cadesse nell'oblio, e quindi fosse lanciato verso incarichi prestigiosi. L'informazione televisiva ha presentato meritoriamente un flash in cui il super prefetto ammetteva "esagerazioni" nel comportamento di alcuni esponenti della Polizia a Genova e prometteva che tali comportamenti se accertati, sarebbero stati puniti.
Nell'attesa sono stati tutti promossi con onore a incarichi di responsabilità.
Sicuramente in questo caso il Prefetto non è stato di parola. La nomina di questo alto dirigente, che nel suo eccellente curriculum non ha esperienza di raccolta di rifiuti, di tutela del territorio e della salute dei suoi abitanti, ma invece meriti per lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo, mira ad avviso mio (ma non solo mio) a suggerire l'interpretazione che fra i manifestanti ci siano solo esponenti della malavita, "terroristi" (eco-anarchici o eco-comunisti?) e ultras dello stato.
Il buon senso ci consiglia di credere che non è così.
Di fronte ai gravi errori dei governi regionali di centrosinistra, c'è in Campania una società civile che va ascoltata, consultata non convinta con la forza (e magari con i ricatti) ad accettare discariche in luoghi già martoriati e inquinati per decenni.
L'unico elemento positivo della proposta del governo, l'"imposizione" della raccolta differenziata avrebbe bisogno di un "esercito" pacifico di "consiglieri" che, in accordo con le amministrazioni locali e i comitati di cittadini, diffondano la cultura (e la necessità) della raccolta differenziata, la riduzione delle confezioni e buste di plastica, con le relative strutture diffuse nei quartieri.
Le municipalità potrebbero essere i soggetti, vicini alla popolazione e più adatti a questa "riscossa" civile e partecipata" della splendida città di Napoli, del suo territorio, della sua popolazione dotata di antica civiltà.
Le scuole, le comunità, le parrocchie dovrebbero essere consultate, chiamate, coinvolte.
Se ne vuole fare un problema di ordine pubblico?
Certo, in questo clima di pacchetti sicurezza, la scelta dell'uomo forte è più che adatta.

*Resposabile area nuovi diritti e poteri costituzionali - Segr. nazionale Prc-Se
12 Gennaio 2008

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venerdì 4 gennaio 2008

Campania, girone infernale dei rifiuti. Discariche, roghi, nessuna via d'uscita

Il 2007 si era chiuso anche con la decisione (nient'affatto unanimemente condivisa) del Cdm di prorogare lo stato di emergenza


Antonella Palermo
Napoli
Anno che va, emergenza che resta. Proteste di popolo e rifiuti in strada chiudono il 2007, un altro anno è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Ne ha parlato anche Giorgio Napolitano nel suo intervento di fine anno: l'emergenza rifiuti si fa sempre più critica. Per il Capo dello Stato «paure irragionevoli e particolarismi, politici o localistici, che emergono in troppi casi». E questo atteggiamento, ha aggiunto, impedisce «la soluzione del problema con grave danno per le condizioni e per l'immagine di una città e di una regione nelle quali invece non mancano energie positive, realtà nuove e iniziative di qualità».

Protesta che va, protesta che viene. Con lo stop del sito di Taverna del Re a Giugliano, ora si punta a riaprire la discarica del quartiere Pianura di Napoli, chiusa oltre dieci anni fa. Il commissariato straordinario per l'emergenza rifiuti ha vagliato l'ipotesi di Pianura come tra le migliori per far fronte alla crisi di questi giorni. La sindaca Rosa Russo Iervolino ha già detto di non essere d'accordo. I cittadini del quartiere hanno occupato i binari della Circumflegrea che collega Napoli con il litorale domitio e le strade di via Pisani (dove dovrebbe aprire il sito) e la vicina via Montagna Spaccata. Contro la discarica di Pianura si sono espressi anche i cittadini di Pozzuoli che, in un appello alle istituzioni hanno ricordato: «Oggi a pochi metri da dove si intende riaprire la discarica ci sono tre campi di equitazione, vigne, frutteti, insediamenti residenziali, scuola, una piscina aperta al pubblico per tutta la stazione, un centro commerciale, insediamenti produttivi che danno lavoro a centinaia di famiglie, campi archeologici. Si immaginava che le istituzioni proseguissero il loro impegno per la sempre maggiore valorizzazione di un'area a spiccata vocazione turistica per la sua felice posizione geografica». Brindisi di speranza e di lotta, invece, accanto ai falò accesi nella località Carabottoli di Carinola ed in prossimità dell'area dei Cinque moggi di Pignataro Maggiore, entrambe in provincia di Caserta. Anche qui si protesta per la difesa del territorio e da ormai settimane continua il presidio di cittadini contrari all'insediamento di un sito di stoccaggio di ecoballe e di una discarica. Ad Aversa, sempre nel casertano, i cittadini di diversi comuni del comprensorio hanno protestato contro l'ipotesi di riaprire il sito di stoccaggio temporaneo di Marruzzella a San Tammaro e qualcuno ha portato rifiuti, rigorosamente differenziati, sotto casa di un sindaco troppo scettico sulla possibilità che la differenziata attecchisse nella coscienza dei suoi concittadini.

Commissario che va, commissario che viene. Il 2007 si era chiuso anche con la decisione (nient'affatto unanimemente condivisa) del Consiglio dei Ministri di prorogare lo stato di emergenza per i rifiuti e con esso il commissariamento in Campania. Il primo gennaio del nuovo anno vede l'arrivo del neocommissario Umberto Cimmino, che prende il posto del prefetto di Napoli Alessandro Pansa. Nei buoni propositi per il nuovo anno del nuovo vertice del commissariato straordinario, c'è quello di ascoltare più di quanto sia stato fatto in passato, le popolazioni locali. «C'è sempre la possibilità di mediare - ha detto Cimmino - è quello che cercherò di fare: mediare con i cittadini, con le istituzioni perché ognuno deve fare la sua parte». E a Pianura? Per il nuovo commissario straordinario è «consistente» l'ipotesi di riaprire il sito, ma resta comunque un'ipotesi per la quale, però, chiede che sia l'amministrazione comunale - che si è già espressa negativamente - a mediare con la popolazione. «Certo - ha aggiunto pure - se le cose continueranno ad andare avanti così, ci potrebbe essere un peggioramento». Tra i prossimi obiettivi c'è anche quella di fare in modo che tutte le province della Campania gestiscano i propri rifiuti. La provincializzazione ed il ritorno ad una gestione ordinaria sono il pallino di molti amministratori locali, soprattutto di quanti hanno contestato la scelta di prorogare lo stato di emergenza e la struttura commissariale.

Roghi che vanno, pompieri che vengono. I fuochi d'artificio per salutare il nuovo anno sono sempre stati una delle più grosse passioni campane. Lo sa bene anche il sindaco di Caserta che ha tentato inutilmente di vietarne vendita e utilizzo nella notte del veglione. L'ordinanza era stata emessa in considerazione degli enormi cumuli di rifiuti che si erano accatastati nelle strade nei giorni scorsi e che si temeva potessero essere trasformati in falò dai botti del Capodanno con il rischio di un'emergenza nell'emergenza. Ma i commercianti sono insorti, il sindaco ha revocato nel giro di due ore l'ordinanza e i botti sono stati sparati. I rifiuti, poi, sono andati a fuoco comunque, segno chi li ha bruciati, evidentemente, era intenzionato a farlo e l'avrebbe fatto ugualmente anche senza botti e fuochi d'artificio. A Caserta come a Napoli, i roghi di spazzatura nella notte di Capodanno - dolosi o conseguenza dei festeggiamenti "esplosivi" - sono stati centinaia, nonostante già da diverse ore prima, i vigili del fuoco di entrambe le province avevano provveduto ad innaffiare l'immondizia con una pioggia di acqua e calce così da renderli meno infiammabili.


(Liberazione, 2 Gennaio 2008)

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martedì 20 novembre 2007

Si fa presto a dire «nucleare»

di Massimo Zucchetti *
su Il Manifesto del 18/11/2007

* Massimo Zucchetti, è docente di impianti nucleari al Politecnico di Torino e collabora con numerosi istituti internazionali. Tra le sue ricerche spiccano le analisi sugli effetti dell'uso dell'uranio impoverito sui teatri di guerra. Su questo e altri temi collegati ha pubblicato diversi articoli sul nostro giornale.

***
Si è recentemente molto parlato, in Italia, del ritorno all'energia nucleare, anche a breve termine: gli ultimi risultati degli studi sui cambiamenti climatici e la corsa del prezzo del petrolio hanno pesantemente soffiato sul fuoco di chi ripone nel nucleare qualche speranza come fonte energetica del prossimo futuro. Questa fonte - affermano i suoi sostenitori - potrebbe rappresentare, nel breve termine, una possibile soluzione al problema energetico mondiale, soprattutto in considerazione della sua bassissima emissione di gas serra e dell'esaurimento delle fonti energetiche fossili. Come minimo, l'energia nucleare potrebbe secondo costor essere una soluzione-ponte, in attesa del pieno sviluppo delle energie rinnovabili, ancora afflitte da molti problemi di crescita.
Se però guardiamo alla situazione italiana, vediamo che il know-how sul nucleare nel nostro paese è in uno stato semi-comatoso, dopo gli esiti del referendum del 1987, che segnò di fatto l'uscita dal nucleare dell'Italia. Molte università italiane hanno da allora riconvertito il loro corso di laurea in Ingegneria Nucleare in altre specializzazioni, quali ad esempio l'Ingegneria Energetica.
I problemi che affliggevano in passato l'energia da fissione nucleare permangono anche oggi: a partire dal problema delle scorie e del loro smaltimento, che lascia un'eredità pesante alle future generazioni. Non meno importante è il problema della sicurezza, sebbene la distanza fra un reattore della prossima generazione e un impianto tipo Chernobyl sia indubbiamente molto marcata.
Le ragioni del fallimento del nucleare e delle grandi difficoltà a livello di accettazione da parte dell'opinione pubblica non sono soltanto queste: oltre ai problemi deldi scorie e sicurezza vi è la pesante parentela fra nucleare civile e nucleare militare. Molte delle tecnologie indispensabili per il nucleare civile hanno infatti un dual use, sono cioè utilizzabili anche a scopi militari: parliamo del processo di arricchimento del combustibile - dal quale si può ricavare l'Uranio-235 per una bomba atomica stile Hiroshima - e della fase di riprocessamento del combustibile esaurito, dalla quale è possibile ricavare del plutonio, per una bomba stile Nagasaki. L'Agenzia Atomica Internazionale (Aie) vigila contro il pericolo della proliferazione nucleare, cioè l'acquisizione di tecnologie nucleari militari da parte di nuovi paesi: tuttavia gli esempi di India, Pakistan e Corea del Nord indicano come questo pericolo sia sempre attuale.
Anche per quanto riguarda l'uso militare dell'«uranio impoverito» l'industria nucleare non è davvero esente da colpe. L'uranio impoverito è infatti disponibile in grandi quantità e a costi praticamente nulli, in quanto è un sottoprodotto del ciclo del combustibile nucleare civile, ed in particolare del processo di arricchimento. Il suo concorrente diretto, il tungsteno, ha le stesse proprietà balistiche, ma costa cento volte di più: di qui la preferenza verso un materiale radioattivo per questo tipo di armi, in spregio a qualsiasi norma di sicurezza (che prevede sempre il ricorso a valide alternative prive di radioattività ogni volta che ciò sia possibile).
Ma sappiamo che le spinte alla riapertura del discorso sull'energia nucleare, già fortissime, cresceranno. Le crescenti difficoltà di rifornimento energetico sul fronte dei combustibili fossili (petrolio e gas) potrebbero presto diventare la facile occasione per imporre in modo irresistibile all'opinione pubblica - basterebbero forse due o tre giorni di blackout - una revisione delle scelte imposte col referendum. In tal caso, sarebbe bene sapere che non esiste un solo tipo di nucleare. E che, almeno a sinistra, si riuscisse a distinguere tra l'attuale nucleare a fissione, basato sull'uranio, e i reattori a fusione termonucleare, in cui viene riprodotta in laboratorio la stessa fonte energetica che si trova sul sole.
Anche in questo campo c'è una differenza sostanziale fra reattori a fusione più o meno puliti e quei progetti in corso che prevedono l'utilizzo ed il bruciamento di trizio, un isotopo radioattivo rilevante anche per la proliferazione nucleare. Esiste infatti - fra quelli a fusione - un reattore che brucia combustibile non radioattivo, ovvero del tipo a deuterio-elio-tre. Si tratta di macchine che, opportunamente regolate, produrrebbero piccolissime quantità di scorie radioattive, tutte a vita media particolarmente breve e pertanto molto meno pericolose di quelle dei reattori a fissione. Contrariamente a questi ultimi, poi, avrebbero delle doti di sicurezza intrinseca e passiva che dovrebbero scongiurare incidenti con rilascio di materiale radioattivo nell'ambiente. Infine, i reattori a deuterio-elio-tre utilizzerebbero tecnologie non rilevanti ai fini della proliferazione nucleare, cioè non utilizzabili per fabbricare bombe atomiche.
Uno studioso italiano, ora professore al Mit di Boston, il prof. Bruno Coppi, ha proposto da alcuni anni un esperimento chiamato Ignitor, che potrebbe costituire un primo passo verso lo sviluppo della fusione nucleare pulita: si tratta di una macchina ad alto campo magnetico e dalle dimensioni contenute, del tipo «tokamak»; ovvero un'evoluzione di macchine sperimentali già in funzione sia presso il Mit di Boston che l'Enea di Frascati. E' un esperimento dal costo relativamente limitato, che permetterebbe all'Italia di porsi all'avanguardia nel mondo per gli studi sulla fusione nucleare pulita. Su progetti come questo - a nostro parere - avrebbe senso concentrare gli sforzi di una futura ricerca nucleare di segno diametralmente opposto a quelle militari-conservatrici.

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mercoledì 14 novembre 2007

Petroliera nel Mar Nero. Il Wwf: 30 mila uccelli morti

da il Manifesto 13/11/2007
Marina Della Croce

Ci vorranno ancora due giorni per quantificare il disastro, ma per capire che una petroliera spezzata in mezzo al Mar Nero significa disastro ecologico non occorre aspettare dati empirici. Tanto più che - come ha rilevato ieri il Wwf - l'Ucraina «non sembra avere gli strumenti adeguati per affrontare e tamponare incidenti di questa portata. Il recupero del petrolio fuoriuscito è iniziata, ma la situazione meteorologica, con forte vento e tempeste persistenti, rende difficile ogni intervento». Intanto, secondo l'associazione ambientalista, c'è già chi ha perso la vita: 30 mila uccelli sarebbero morti a causa del ribaltamento della petroliera «Volganeft-139» e di quattro navi mercantili contenenti zolfo e materiali ferrosi. ma sono stati recuperati anche cinque cadaveri umani, ieri dalle autorità russe impegnate nell'azione di bonifica. Probabilmente, è stato riferito, si tratta di membri dell'equipaggio del mercantile Najichevan, recuperati, ancora con il giubbotto salvagente addosso, vicino alla penisola di Tuzla.
Intanto, sempre secondo il Wwf, sarebbero già 12 i chilometri di costa russa interessati dalle chiazze di petrolio. «Il recupero del petrolio fuoriuscito è iniziata, ma la situazione meteorologica, con forte vento e tempeste persistenti, rende difficile ogni intervento», fa sapere l'associazione. «Questo devastante incidente rischia di aggravare un' emergenza ambientale già conclamata nel Mar Nero, uno dei mari più inquinati e a rischio - dichiara Michele Candotti, segretario generale del Wwf Italia - si tratta di un incidente che invita ancora una volta ad aprire gli occhi sui rischi del commercio del petrolio, di cui il mare, nonostante decenni di gravissimi disastri ambientali, rimane come sempre la vittima sacrificale».
Ma ciò che è accaduto poteva essere evitato? Si tratta davvero semplicemente di un tragico incidente dovuto alle pessime condizioni metereologiche riscontrate domenica sul Mar Nero? Venti che soffiavano fino a 100 chilometri all'ora e onde alte più di cinque metri hanno trasformato in un inferno la zona del porto russo di Kavkaz, uno dei principali nello stretto di Kerch, che collega il Mare di Azov e il Mar Nero. Insomma, una situazione impossibile da governare, che ha portato al disastro. Ma l'associazione ambientalista richiama a responsabilità precise: «Tutti erano stati avvertiti del sopraggiungere di una tempesta entro l'11 novembre, ma nessuno ha dato l'ordine di trasferire in posti sicuri le navi con carichi velenosi», sottolinea Oleg Tsaruk, responsabile del Wwf Russia/Caucaso. Mentre Alexey Knizhnikov, responsabile del Programma Petrolio e gas, spiega: «L'incidente è una conseguenza naturale quando navi costruite per i fiumi vengono fatte navigare in mare. le navi da mare, infatti, non possono entrare nei fiumi Don e Volga a causa della scarsa portata d'acqua, e nello Stretto di Kerch trasferiscono i loro carichi su navi da fiume. Queste ultime, però, non sono in grado di sostenere la forza delle tempeste marine».

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martedì 13 novembre 2007

Forum mondiale sull'energia : Crescita infinita? Non su questa Terra

da Il Manifesto 11/11/2007

Domanda crescente e risorse limitate: intervista all'astrofisico Alberto Di Fazio
L'umanità deve rientrare in parametri di consumo inferiori a quelli permessi della natura. E' «sostenibile» solo quella società che consuma risorse e produce rifiuti in una quantità che la Terra, la biosfera, può tollerare. L'idrogeno? Un imbroglio
Francesco Piccioni

Su energia, modelli di sviluppo ed esauribilità delle risorse, è inevitabile che l'informazione venga deformata dagli enormi interessi in campo. Per avere un quadro il più possibile scientifico - ma non neutrale - della situazione, abbiamo sentito Alberto Di Fazio, astrofisico, specialista nell'evoluzione dei sistemi complessi, membro della Commissione nazionale del Cnr e del International Geosphere-Biosphere Programme (IGBP), programma di ricerche interdisciplinari sui cambiamenti globali (anche climatici). Tra i politici che collaborano con l'Igbp il più noto è il neopremio Nobel, Al Gore.
Il Wec pone al centro del suo convegno il concetto di «sviluppo sostenibile».
E' un ossimoro. Sviluppo, anche solo «qualitativo», significa crescita. In qualche piccolo caso - per esempio il telelavoro, evitando l'uso dell'automobile - è anche possibile. Ma sulla scala dell'intera economia non si può fare. Lo sviluppo qualitativo presuppone quello quantitativo. Se bisogna garantire cibo sufficiente per tutti, l'agricoltura ha bisogno di fertilizzanti, pesticidi, ecc. Industria, insomma. «Sostenibile» è una pessima traduzione del termine inglese «sustainable», che significa però «durevole», senza fine. In francese è più chiaro: durable. E purtroppo non esiste. L'umanità deve rientrare in parametri di consumo inferiori a quelli permessi della natura.
Eppure dicono che basterebbero pannelli solari su un quadrato di 400 km di lato per esaudire tutta l'attuale domanda energetica.
E' un calcolo tutto matematico, e neppure esatto; dovrebbe essere molto più grande. Dal sole arriva una quantità di energia molto superiore alle necessità dell'umanità, ma per fare tutti quei pannelli solari ci vuole una quantità di silicio (oltre che di alluminio) che non esiste. Mancano le materie prime per fare una cosa del genere. «Sviluppo sostenibile» è la deformazione di un concetto di Herman Daly, ex economista della Banca mondiale, che parlava di «società sostenibile» indicando però un modello stazionario, non in perenne crescita. E' «sostenibile» quella società che consuma risorse e produce rifiuti in una quantità che la Terra, la biosfera, può tollerare. Una società in equilibrio con la natura. Mentre tutti hanno in mente l'idea della «crescita», che è tipica solo del capitalismo, ovvero degli ultimi 150 anni. Una cosa impossibile - a lungo andare - per motivi fisici, chimici e biologici. Viviamo dentro una «pellicola» molto sottile che garantisce la vita biologica.
Sono i «limiti dello sviluppo» già illustrati ai tempi del Club di Roma, che poi vennero definiti «sbagliati»...
Quei calcoli furono effettuati da una task force di centinaia di scienziati con al centro il Mit. Fin da allora ci fu una mistificazione, che attribuiva a quello scenario la «previsione» che nel 2000 le risorse si sarebbero esaurite. Cosa che poi non si sarebbe verificata. Basta prendere quei dati per accorgersi che lì si sosteneva che nel 2000 sarebbe stato consumato il 25% delle risorse non riproducibili (il petrolio, innanzitutto); mentre prevedevano una crisi economica, industriale, agricola e della popolazione tra il 2020 e il 2030, quando si sarebbe giunti a consumare circa la metà di queste risorse. Se hanno sbagliato è per eccesso di ottimismo.
Quella ricerca è stata aggiornata. Cosa dicono i nuovi dati?
Se prendiamo quelli sul petrolio, già il Corriere della sera di alcuni giorni fa constatava che negli ultimi tre anni l'estrazione di greggio resta ferma intorno agli 85-86 milioni di barili al giorno. Nonostante l'aumento della domanda di Cina, Russia e India, la produzione non aumenta. Per mantenere nel 2007 la quota degli ultimi anni, bisognerebbe aumentare l'estrazione di mezzo milione di barili da qui alla fine dell'anno. Se non quest'anno, al massimo nel corso dei prossimi due, il tasso di estrazione del greggio sarà inferiore. Può anche essere un «picco» temporaneo. Ma le previsioni più conservative - quelle dell'International Energy Agency - collocano il picco nel 2013. La curva della produzione sta rallentando. Non siamo ancora al picco, perché i prezzi sarebbe aumentati molto di più. Ma ci stiamo arrivando: l'offerta di greggio sale molto lentamente, mentre la domanda corre più velocemente. Basta guardare i trend sull'arco di 30 anni per capirlo.
Cosa ti aspetti allora dal convegno del Wec?
Verranno fuori delle buone proposte per quanto riguarda l'utilizzo del solare. Però sarà un ibrido. Verranno fuori anche degli imbrogli, come quello dell'idrogeno. C'è un'enorme industria che si sta lanciando su questo fronte, ma la produzione di idrogeno chiede più energia di quanta non ne renda disponibile. L'auto a idrogeno si può fare, ma peggiora la situazione. Poi si calcherà molto la mano su cose che si possono fare su piccola scala, ma non su quella globale. Per esempio i biocombustibili. I km quadri necessari per mandare avanti la produzione sarebbero molte volte di più di quelli fin qui destinate all'agricoltura alimentare. Già ora ci sono proteste in Brasile perché terreni coltivabili vengono destinati ai biocombustibili, anziché al cibo.

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sabato 10 novembre 2007

Verona: Polveri sottili, i limiti superati 113 volte

da L'Arena 9/11/2007

Ma a Verona, complice il clima sempre più asciutto e mite, l’assenza di venti e piogge, com’è la qualità dell’aria? Secondo i rilevamenti resi noti da Legambiente su fonte Arpav, quest’anno i giorni di superamento dei livelli di Pm10 sono stati 113 e manca ancora buona parte di novembre e tutto dicembre quando ci sarà il grande traffico delle festività. Nell’intero 2006 i superamenti erano stati 205; nel 2005 invece erano stati 224 e nel 2004 i superamenti erano stati 162.
Al di là delle misure previste dal tavolo tecnico che si tiene oggi in Provincia, secondo Legambiente il decalogo antismog nelle città dovrebbe cominciare dal favorire i mezzi pubblici «con corsie preferenziali e percorsi in sede protetta su tutte le vie di accesso alle città: l’obiettivo», spiega Michele Bertucco, «deve essere quello di trasformare in corsia preferenziale almeno il 50% della rete di trasporto pubblico cittadino». Nel contempo, «va diversificata la tariffa dei parcheggi a pagamento, aumentando i ticket nelle zone meglio servite dai mezzi pubblici». Legambiente vorrebbe il «road pricing» come a Londra, cioè l’introduzione di un sistema di pedaggio per l’ingresso nelle aree più congestionate».
Un capitolo a parte andrebbe sviluppato per le «politiche di trasporto collettivo: l’uso di taxi collettivi, car-sharing, bus a chiamata, car-pooling; promuovere la mobilità ciclabile realizzando piste non solo per lo svago; aumentare il numero dei convogli ferroviari che collegano i paesi limitrofi alle città capoluogo e incentivare il loro utilizzo con agevolazioni».
Tutto questo allargando «la zona a traffico limitato fino ad abbracciare integralmente il centro storico e realizzare un’isola pedonale in ogni quartiere».
Infine, «attuare una corretta pianificazione territoriale, armonizzando tutte le modalità di trasporto: auto, ferrovie locali, taxi, bus, biciclette».

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lunedì 29 ottobre 2007

Passa al Senato la moratoria sull'acqua

Riceviamo e pubblichiamo dai compagni del Forum Italiano dei movimenti per l'acquaDaniele
Care/i tutte/i del popolo dell’acqua,
ad un anno esatto dal deposito del testo della nostra legge d’iniziativa popolare, che ha dato il via alla straordinaria campagna di raccolta firme, il movimento per l’acqua ottiene una prima importantissima vittoria : ieri il Senato ha approvato, all’interno del Decreto Fiscale collegato alla Legge Finanziaria, l’articolo 26-bis che introduce la moratoria.
Arriva a compimento il primo degli obiettivi del movimento per l’acqua, richiesto con forza sin dalla manifestazione nazionale del 10 marzo scorso a Palermo, approvato in prima istanza alla Camera, ma che sembrava essersi definitivamente arenato al Senato.
La costante mobilitazione dei territori di questi mesi e l’incessante lavoro di pressione sulle istituzioni a livello nazionale, hanno invece consentito di rimettere al centro dell’agenda politica l’istanza della moratoria e di giungere alla sua approvazione.
Di seguito il testo approvato, cui seguono alcune annotazioni e commenti:
Art. 26-bis.
(Disposizioni in materia di servizi idrici)
1. Al fine di assicurare la razionalizzazione e la solidarietà nell'uso delle acque, fino all'emanazione delle disposizioni adottate in attuazione della legge 15 dicembre 2004, n. 308, integrative e correttive del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, contenenti la revisione della disciplina della gestione delle risorse idriche e dei servizi idrici integrati, e comunque entro e non oltre dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto non possono essere disposti nuovi affidamenti ai sensi dell'articolo 150 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152. La titolarità delle concessioni di derivazione delle acque pubbliche è assegnata ad enti pubblici.
2. Nell'ambito delle procedure di affidamento di cui al comma 1 sono ricomprese anche le procedure in corso alla data di entrata in vigore della presente legge fatte salve le concessioni già affidate.
3. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministro per gli affari regionali e le autonomie locali, predispone e trasmette alle Camere una relazione sullo stato delle gestioni esistenti circa il rispetto dei parametri di salvaguardia del patrimonio idrico e in particolare riguardo all'effettiva garanzia di controllo pubblico sulla misura delle tariffe, alla conservazione dell'equilibrio biologico, alla politica del risparmio idrico e dell'eliminazione delle dispersioni, alla priorità nel rinnovo delle risorse idriche e per il consumo umano".
Alcune annotazioni :
a) il decreto, per sua natura giuridica ha validità immediata; questo significa che, a partire dalla sua approvazione e per un periodo di 12 mesi, non sono possibili nuovi affidamenti;
b) sono vietati tutti i nuovi affidamenti a SpA di qualsiasi tipo; questo significa che non si possono fare affidamenti a SpA a capitale interamente privato, a SpA a capitale misto pubblico-privato e anche ad SpA a totale capitale pubblico;
c) sono bloccati anche tutti i procedimenti in corso di affidamento a qualsiasi tipo di SpA, che non siano già stati conclusi; questo significa che anche quegli ATO che hanno già deliberato la forma di gestione ma non hanno proceduto ad aggiudicazione diretta o attraverso gara non possono procedere.
Il provvedimento non interviene – e non poteva farlo- sugli affidamenti già conclusi.
Il provvedimento non interviene –e non poteva farlo- sulle aggregazioni fra società.
Per ribaltare queste situazioni, lo strumento è la nostra legge d’iniziativa popolare e la mobilitazione costante dei territori e a livello nazionale per riuscire a determinarne l’approvazione.
Il risultato fondamentale dell’approvazione della moratoria risiede nell’aver finalmente imposto un “bocce ferme” in attesa della nuova legge quadro e comunque per almeno 12 mesi.
Bocce ferme per chi stava spingendo sull’acceleratore delle privatizzazioni, terreno aperto perché la parola d’ordine del superamento delle SpA e della totale ripubblicizzazione dell’acqua si affermi come inderogabile.
Per questo diventa ancor più importante che tutte e tutti assieme lavoriamo con le menti e con i cuori per una grande riuscita della manifestazione nazionale a Roma del prossimo 1 dicembre.
IL COORDINAMENTO NAZIONALE DEL FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA
Infine un’ultima annotazione.
Poiché non abbiamo mai lesinato critiche –e continueremo a farlo ogni volta che sarà necessario- a chi ricopre ruoli istituzionali, pensiamo sia doveroso riconoscere il ruolo fondamentale che i senatori della “sinistra radicale” hanno tenuto in questa occasione, mantenendo ferma la barra sull’obiettivo richiesto dai movimenti, nonostante il contesto di estrema fragilità politica e parlamentare in cui l’approvazione della moratoria è avvenuta.
E un apprezzamento particolare anche a Walter Mancini che ha imbastito tenacemente e per due interi giorni un rapporto di confronto costante, quasi in diretta, tra i senatori e il Forum dei Movimenti per l’Acqua.

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domenica 21 ottobre 2007

EMERGENZA ARIA. Ottobre preoccupante, Venezia ha adottato le targhe alterne

Giorgia Cozzolino da L'Arena 21/10/2007

E l’assessore Sboarina: «Fermeremo le no-kat solo se lo fanno anche le altre città»
Inquinamento, scatta già l’allarme
Legambiente: «Nel 2007 111 giorni oltre i limiti di Pm10, record in Veneto. Colpevole non adottare provvedimenti tampone»


La sezione scaligera di Legambiente lancia un nuovo allarme sui pericoli derivanti dall’alta concentrazione di polveri sottili (Pm10) presenti nell’atmosfera cittadina e chiede provvedimenti d’urgenza. Il presidente Michele Bertucco spiega: «Siamo solo alla metà del mese, ma questo ottobre si è già dimostrato tra i più inquinati da Pm10 degli ultimi tre anni. L’ultimo rilevamento Arpav del 18 ottobre indica che i superamenti del limite di legge di cinquanta microgrammi sono nove, contro i nove dell’ottobre 2006 e i sette del 2005». E aggiunge: «Si profila quindi uno dei mesi di ottobre più inquinati degli ultimi anni e la situazione peggiorerà in inverno». Legambiente auspica quindi che il Comune adotti delle limitazioni del traffico perché, spiega Bertucco, «anche se siamo consapevoli che si tratta di provvedimenti che non risolvono la situazione, facendo diminuire anche solo di pochi microgrammi il Pm10 che respiriamo, il gioco vale la candela e il sacrificio chiesto ai cittadini è ripagato da una maggiore salute per tutti». Ma avverte: «È chiaro che la soluzione definitiva non può essere questa, ma sta in una nuova politica della mobilità che metta le briglie al traffico privato e aumenti le piste ciclabili. Ma nel frattempo non adottare provvedimenti tampone sarebbe colpevole». Intanto Verona si aggiudica la maglia nera della regione in quanto al numero di giornate dall’inizio dell’anno in cui il limite massimo di polveri sottili presenti nell’aria è stato superato: sono 111 dal primo gennaio 2007 e a ruota viene Venezia con 109 giornate. Ma mentre il capoluogo regionale è già partito con le targhe alterne (giovedì scorso, e d’ora in poi ogni giovedì) per porre un freno all’emergenza, il Comune di Verona non cambia la propria posizione ritenendo inutile questo provvedimento e ogni altro intervento. L’assessore all’Ambiente Federico Sboarina spiega: «La nostra linea non è mutata, fare le targhe alterne non serve ad abbassare il livello di Pm10 nell’aria. E infatti, a parte Venezia, anche tutte le altre città del Veneto non adotteranno queste limitazioni, semplicemente perché non servono». E chiarisce: «Ritengo che l’inquinamento atmosferico non si combatta con soli provvedimenti locali, ma con interventi coordinati che coinvolgano tutto il territorio regionale. Sono pronte bozze di delibera che nei prossimi giorni saranno votate in tutti i capoluoghi della regione e noi a quei provvedimenti ci adegueremo, inutile fare il bollino Verona». Secondo Sboarina, le delibere che i Comuni adotteranno prevedono il blocco delle auto non catalizzate, Euro 0 ed Euro 1. Per ora, però, non sono previste azioni mirate per contrastare l’emergenza, nemmeno a Verona: «È un’emergenza che non nasce adesso», replica Sboarina, «infatti dei 111 giorni di superamento del limite di Pm10 quasi tutti cadono all’interno dello scorso inverno. Non è un problema che si può risolvere da un giorno all’altro, attueremo una serie di iniziative che daranno risultati nel medio e lungo periodo». Ma quali sono queste iniziative? Sboarina spiega che bloccare il traffico al Comune non costa nulla, ma al contrario si sta lavorando per reperire, attraverso una variazione di bilancio di ben 500 mila euro, finanziamenti per combattere l’inquinamento con piantumazione di nuovi alberi, lavaggio delle strade, risparmio energetico e servizio pubblico di biciclette. A queste si aggiungono campagne di sensibilizzazione nelle scuole, incentivi all’utilizzo del bus, all’acquisto di bici elettriche e per la conversione a metano o gpl delle auto. È previsto anche un pacchetto «sperimentazioni» con l’utilizzo di asfalto e tinture per esterni trattate con additivi che riducono gli inquinanti. Inoltre Sboarina dice che il Comune ha realizzato una mappatura, «mai fatta finora, delle strutture e aziende che pur essendo localizzate in aree metanizzate, usano gasolio». E chiude: «Questo ci consentirà di incidere sui non virtuosi con azioni molto più utili di interventi a spot, in voga negli anni passati, che ci hanno lasciato una pesante eredità».

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sabato 13 ottobre 2007

La Casa Bianca: il Nobel ad al Gore non cambiera' la politica Usa sull'ambiente

da www.rainews24.it

"Il premio Nobel ad Al Gore non farà cambiare la posizione del governo di Washington in materia di ambiente". Lo ha detto un portavoce della Casa Bianca commentando il prestigioso riconoscimento conferito oggi allo sfidante del presidente George W. Bush alle presidenziali del 2000.
Bush, per anni scettico sull'urgenza di intervenire sul problema dei gas serra, è ora favorevole a una politica coordinata a livello internazionale a difesa dell'ambiente, ma resta contrario all'imposizione di qualsiasi tetto alle emissioni delle industrie.

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martedì 9 ottobre 2007

"Tra i soldati all'estero 255 casi di tumore"

da www.repubblica.it

Arturo Parisi
ROMA - Sono 255 i malati di cancro, tra i militari italiani che negli ultimi dieci anni hanno partecipato a missioni all'estero, 37 sono deceduti. Almeno stando ai dati ufficiali. A rivelarlo è il ministro della Difesa, Arturo Parisi, nel corso di un'audizione davanti alla commissione d'inchiesta sull'Uranio impoverito del Senato. Numeri, questi, assai inferiori rispetto a quelli forniti dall'Osservatorio militare che, infatti, li contesta frontalmente e parla di almeno 2.500 malati e 150 morti.

Secondo i dati della Direzione di sanità militare, spiega il ministro, "sono in totale 255 i militari che hanno contratto malattie tumorali e che risultano essere stati impegnati all'estero nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq e in Libano nel periodo 1996-2006. Di questi militari, 37 sono morti". Nello stesso periodo i militari malati per tumore, e non impiegati all'estero, sono stati 1.427.

Parisi assicura anche che nell'impiego di soldati "in zone critiche", la Difesa "sta applicando ogni misura precauzionale. Non intendiamo in alcun modo sottovalutare il fenomeno e tantomeno dissimularlo". Un'ammissione comunque importante, da parte di un ministro. Che comunque aggiunge: l'Italia "non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, nè risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri, a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare".

Ma Domenico Leggiero, dell'Osservatorio militare, l'associazione che assiste gli appartenenti alle forze armate e i loro familiari, sostiene che i dati sono molto diversi: "Ci dispiace, ma così anche Parisi perde credibilità. Avevamo riposto speranze in lui, ma queste cifre sono troppo lontane dalla verità".

Leggiero è pronto a mostrare "altri dati ufficiali della Difesa che parlano di un numero di malati quasi decuplicati e di un numero delle vittime da moltiplicare per tre: "Proprio oggi, in Sicilia, si stanno svolgendo i funerali del carabiniere Giuseppe Bongiovanni, morto l'altro ieri per un tumore contratto durante una missione all'estero. Se andate a vedere, questa morte non risulta al ministero".

(9 ottobre 2007)

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sabato 6 ottobre 2007

220 km di gallerie, il nuovo fronte Tav

da il Manifesto 5/10/2007

L'alta velocità dal Veneto all'Austria, passando per il Trentino, potrebbe avere un impatto ambientale addirittura maggiore di quello in val di Susa. Ambientalisti e comitati si oppongono, ma gli appalti proseguono Ecco il progetto della nuova linea ad alta velocità che collegherà Verona con Innsbruck. Un'opera faraonica e costosissima che prevede ben 220 km su 240 sottoterra. Per eliminare il traffico dei tir
Stefano Ischia
Trento

Duecentoventi chilometri di gallerie: la Tav prevista tra Verona e Innsbruck è un'opera ciclopica. Sono circa 240 i chilometri che separano la città scaligera dal capoluogo del tirolo austriaco: la nuova linea ferroviaria per l'alta capacità e l'alta velocità scorrerà a cielo aperto solo per una ventina di chilometri, il resto, 220, tutti in tunnel. I 240 km, su asse nord-sud, costituiscono la parte centrale del corridoio numero 1, Palermo-Berlino, della rete transeuropea dei trasporti. Sono divisi in 8 segmenti: partendo da Innsbruck e scendendo verso meridione ci sono i 57 km del tunnel di base del Brennero e poi tra Fortezza (Bz) e Verona (e Bolzano, Trento e Rovereto) ci sono 4 tratte prioritarie di 80 km e 3 di completamento di 100 km.

13,8 miliardi di euro
Una serie infinita di gallerie, dunque, per un costo faraonico: 13,8 miliardi di euro, esclusi oneri finanziari e svalutazione. Una manovra finanziaria, insomma. Che peserà sulle spalle della collettività in termini di debito pubblico (mutui), di tariffe (autostradali, visto che A22 finanzierà probabilmente parte dell'opera) e di costi sociali. E tutto ciò a fronte di benefici dubbi. L'enorme investimento, infatti, non garantirebbe i risultati.

Obiettivi incerti
L'obiettivo dichiarato è togliere i tir, inquinanti e rumorosi, dalla trafficatissima autostrada del Brennero (saranno 2 milioni i mezzi pesanti transitati a fine 2007) per metterli su rotaia. Lo si potrà però raggiungere solo quando tutta la linea Tav-Tac sarà completata, da Innsbruck a Verona. In altre parole nel 2022 per il tunnel di base e le 4 tratte prioritarie. Ma per quelle complementari si deve aspettare il 2032. Calcoli ottimistici secondo il verde Riccardo Dello Sbarba, presidente del consiglio provinciale di Bolzano. «Il rinomato studio Vierreg Rössler - spiega - ha confrontato il traforo del Brennero con altri analoghi: per il Gottardo gli svizzeri impiegheranno 23 anni; per noi ne sono previsti solo 12 (l'inizio dei lavori è fissato al 2010, ndr). Com'è possibile? Due milioni di tir circolano adesso e la soluzione deve arrivare ora. Vanno attuate politiche tariffarie che penalizzino il transito. In Italia i pedaggi sono fino a quattro volte più bassi che altrove, tanto che un terzo dei camion dell'A22 viaggia sull'Autobrennero perché è conveniente. La linea ferroviaria attuale poi ha ancora un'enorme capacità inutilizzata. Perché non servirsene?»

Ok a due tratte
In ogni caso l'iter procede. Il 30 agosto il Comitato interministeriale per la Programmazione economica, il Cipe, ha approvato il progetto preliminare di due lotti prioritari dell'Accesso sud e ne ha finanziato la progettazione definitiva (53 milioni). L'Alto Adige dal secondo dopoguerra si affida quasi ciecamente alla Südtiroler Volkspartei (alleata con il centrosinistra), che vede di buon grado la Tav. Il mondo imprenditoriale e finanziario sudtirolese, trentino e veronese è già pronto, in cordate, per sedersi al banchetto degli appalti.

Segni d'insofferenza
Ad ogni modo qualche segno d'insofferenza c'è. A Verona ci sono problemi con i comuni per individuare il tracciato del quarto lotto prioritario (snodo di Verona); nella piana sudtirolese le municipalità non vogliono 400 treni al giorno attraverso i loro paesini. La giunta provinciale ricorda con terrore il referendum minacciato nel 2005 dal piccolo comune di Magrè. Il 10 marzo scorso a Bolzano si è svolta una prima manifestazione anti-Bbt (Brenner basis tunnel), con un migliaio di persone in strada, di lingua italiana e tedesca. Il 12 maggio si è replicato a Bressanone e il 28 luglio sul primo cantiere a Mules. E poi c'è stata Prati, frazione di Val di Vizze-Pfitsch, dove il governatore Luis Durnwalder, andato l'11 giugno a spiegare la bontà dell'intervento, è stato sonoramente fischiato. Un fatto senza precedenti.

Sorgenti a rischio
Cantieri eterni, infinito via vai di camion ma soprattutto, sorgenti, terme e falde acquifere che scompariranno o verranno inquinate (la Tav nel Mugello lasciò pozzi prosciugati, sorgenti secche e paesi senz'acqua). Questi i timori. «A Prati di Vizze - spiega Sabrina Valle del No Tav-Kein Bbt di Bolzano - la gente è preoccupatissima per un futuro fatto di scempio paesaggistico, di un decennio d'intenso traffico di camion e di montagne di materiale di scavo. Il comitato Stop Bbt di Vizze ha raccolto 900 firme in un paese di poco più di 1500 abitanti». In calendario ci sono nuove manifestazioni.

I costi
Secondo le ultime previsioni, i 57 km del tunnel di base del Brennero costeranno 6 miliardi di euro. Tutto il tratto di Accesso sud 7,8 miliardi. Calcoli sottostimati, secondo Dello Sbarba. L'Unione europea dovrebbe coprire il 30%. Bbt-se, la società europea italo-austriaca che coordina l'opera-traforo, e Rete ferroviaria italiana, Rfi, che gestisce l'Accesso sud, attendono per ottobre, da Bruxelles, la risposta sul periodo 2007-13. Bbt-se sta valutando ipotesi di partnership pubblico-privata. Sostenere, poi, l'investimento con fondi provenienti da A22 (2,5 miliardi entro il 2050) «permetterebbe - dice Ezio Facchin, amministratore di Bbt-se - di ridurre l'intervento privato. Decideremo nel 2008». Il ministro Antonio Di Pietro, intanto, ha chiesto un chiarimento a Bruxelles sull'ipotesi di anticipare la gara di concessione per l'A22 (che scade nel 2014) per proporre un bando di concessione fino al 2050 che preveda il finanziamento della Tav.
I costi della galleria (a due canne) che collegherà Fortezza a Innsbruck sono divisi tra Austria e Italia. Entro il 2007 dovrebbe esser pronta la progettazione definitiva (costa 90 milioni). Inizio lavori nel 2010 e termine nel 2022. Ben oltre, quindi, il 2015, pronosticato solo tre anni fa. Il percorso di Accesso sud, gestito da Rfi, misura 180 km da Fortezza a Verona. Il tracciato, quasi tutto in galleria, è suddiviso in 4 lotti prioritari (3,8 miliardi per 80 km circa) e 3 di completamento (4 miliardi per 100 km circa).

Il cunicolo pilota
Si sviluppa per 52 km lungo il tracciato del tunnel di base. Costa 0,520 miliardi. Il cunicolo dovrebbe servire a conoscere, tra l'altro, la conformazione geologica e idrogeologica prima della realizzazione del traforo. Sull'incongruenza tra la funzione del cunicolo (completamento nel 2012) e la realizzazione del tunnel (inizio nel 2010), Facchin spiega che «lo scavo del cunicolo precede di un anno e mezzo quello del traforo per verificare la presenza di acqua e per la classificazione della roccia rispetto a un contratto quadro dove i costi di avanzamento sono legati alle caratteristiche della roccia». Insomma, roccia più problematica, costi maggiori.

I lavori iniziati
I lotti del cunicolo sono sei. Tre per la parte italiana. Per quello di Aica, 10,5 km, i lavori sono stati assegnati alla cordata Pizzarotti (38%), Condotte d'acqua (38%), Bilfinger Berger, Seli, Alpine-Mayrederbau, Jägerbau, Beton und Monierbau e Collini. L'importo è di 78,884 milioni. Sul rischio di compromettere le falde acquifere Facchin cerca di garantire: «Abbiamo sotto osservazione circa 500 sorgenti. Lo studio idrogeologico è molto circostanziato e la costruzione del cunicolo ci darà conferma di questo. Alle profondità alle quali scaveremo riteniamo di non avere grossissimi problemi». Difficile non immaginare una situazione ad alto rischio per sorgenti e reti idriche.

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domenica 30 settembre 2007

«Porteremo in piazza le ragioni dell'acqua»

dal Manifesto 29/07/2007
Hanno rinviato una manifestazione prevista proprio il 20 ottobre per partecipare al corteo di Roma. Ma torneranno comunque in pista il primo dicembre per chiedere che le risorse idriche non finiscano in mani private. Sono i movimenti che hanno raccolto 400 mila firme a sostegno dell'acqua pubblica. E che ora chiedono all'Unione la moratoria delle privatizzazioni

Guglielmo Ragozzino

Per il primo dicembre è stata convocata a Roma una manifestazione «per l'acqua pubblica e gli altri beni comuni, a sostegno della legge d'iniziativa popolare e della gestione democratica e partecipativa». La decisione è del Forum italiano dei movimenti per l'acqua. In un primo tempo la data prescelta era quella del 20 ottobre, ma poi si è preferito spostare la data. «Il Forum, conseguentemente alle caratteristiche che da sempre si è dato, ha invitato quanti sono intenzionati a partecipare (alla manifestazione del 20 ottobre) e a immettere in quella mobilitazione i contenuti della nostra campagna».
Il movimento per l'acqua e per i beni comuni coincide solo in parte con quello, contro i mali della precarietà, che si esprimerà il 20 ottobre. Entrambi hanno, per così dire, obiettivi forti ed è importante che si conoscano a fondo e che possano reciprocamente appoggiarsi, rilanciare i temi, diffondere le informazioni.
Le lotte per l'acqua pubblica si sono svolte quest'anno in decine di situazioni; questo ha consentito la raccolta di 400 mila firme in calce alla proposta di legge d'iniziativa parlamentare. Le scatole di firme sono state portate il 7 luglio al presidente della camera dei deputati, Fausto Bertinotti, per ottenere un rapido avvio di una procedura parlamentare. Bertinotti ha trasmesso lettere e incarico alla Commissione Ambiente e al suo presidente Ermete Realacci, capo storico di Legambiente e deputato della Margherita. Dopo aver sollecitato la calendarizzazione da parte di Realacci con una bellissima lettera in cui scrivono che «l'inserimento della proposta di legge d'iniziativa popolare sull'acqua tra le priorità di discussione nei lavori della Commissione da Lei presieduta sarebbe una prima risposta positiva alle aspettative non solo del Forum italiano dei movimenti per l'acqua che l'ha promosso, bensì delle oltre 400 mila cittadine e cittadini che, apponendo la propria firma a sostegno, hanno dimostrato di credere ancora nella possibilità di partecipazione in prima persona per cambiare la realtà circostante», il Forum ha ottenuto la prima discussione per il 3 ottobre. Ora occorre che tutti i deputati favorevoli alla sorte dell'acqua, a quella che si può chiamare la democrazia idrica, si diano da fare. Sono un bel numero, come ricorda Emilio Molinari in questa pagina; potrebbero diventare una forza considerevole, quasi imbattibile.
I parlamentari che hanno interesse per l'acqua pubblica si sono spesso riuniti in una associazione al tempo stesso informale e importante; ora potrebbero assumere una scaletta programmatica di pochi gradini e che viene proposta dall'ultima riunione-conferenza stampa dei portavoce del Forum che si è tenuta giovedì a Roma.
Uno dei partecipanti, Corrado Oddi della Funzione pubblica nazionale della Cgil, riassume così i punti essenziali. In primo luogo la manifestazione romana del primo dicembre «con corteo». Sarà l'occasione per tenere all'ordine del giorno dei movimenti (e nell'agenda della politica) un problema concreto che rischia in ogni momento di essere accantonato. Per esempio sarà l'occasione per un primo controllo sull'andamento della discussione in Parlamento, dopo l'apertura del 3 ottobre. Un secondo aspetto riguarda la moratoria. Era stata assicurata perfino nel disegno di legge Lanzillotta sui beni pubblici da spubblicizzare. Sotto la spinta delle propaggini parlamentari e governative del movimento per l'acqua, era entrata a far parte della terza «lenzuolata» messa a punto da Pierluigi Bersani, il ministro per lo sviluppo economico. La lenzuolata ha poi perduto il vento, nella bonaccia del Senato, e si è fermata, con tutta l'acqua dentro. Dice Oddi che deve essere ritirata fuori subito, senza rimanere impastoiata nel lenzuolone.
Stralciata dal decreto Bersani, l'acqua pubblica deve entrare nella finanziaria, con tematiche decisive, quali il risparmio idrico, la gestione delle riserve in rapporto all'agricoltura. Sembra indispensabile anche un fondo nazionale per la ristrutturazione idrica, gestito in un piano poliennale di recupero degli acquedotti, di cui tutti lamentano le perdite enormi, in molte regioni italiane, senza fare niente per porvi rimedio. Oddi ricorda anche che già nel Dpef era previsto un intervento per la riabilitazione del sistema idrico nazionale, ma senza indicazione di spesa, era poco più di una raccomandazione. Questi sono dunque i tre punti centrali del movimento dell'acqua. Poi le richieste essenziali che da molte parti arriveranno alla grande manifestazione del 20 ottobre, saranno tantissime, forti, rigorose, allegre, creative. Saranno un diluvio.

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lunedì 17 settembre 2007

"Resoconto Manifestazione NO Autodromo"

da L'Arena 17/09/2007

«Diciamo no perché i rumori e il traffico non sono di moda. No all’autodromo».
È telegrafico il giudizio negativo di Concetta Tosini, pensionata di Roncolevà, presente in bici alla manifestazione. Ma tra i protestatori sventolavano anche le bandiere dei comitati «No Tav», del comitato «No Dal Molin» contro l’ampliamento della base americana di Vicenza. Nel coacervo della protesta si è inserito anche un nuovo «Comitato contro l’autostrada Nogara-Adria» che, con striscione e volantini, diceva anche «no alla Transpolesana a pagamento». Insomma, il popolo del no s’è dato appuntamento a Trevenzuolo.
Dove la protesta ha portato cittadini di Villafranca, Povegliano, Isola della Scala, Erbè, Trevenzuolo, Vigasio, Sorgà, Castelbelforte, dal mantovano. Ma anche da San Giovanni Lupatoto, Verona città, da dove sono arrivati anche alcuni esponenti della «Chimica» per portare solidarietà ai manifestanti. Solidarietà che è giunta anche da alcuni politici veronesi come Fiorenzo Fasoli, segretario provinciale di Rifondazione comunista, e dal consigliere provinciale dello stesso partito, Paolo Andreoli. Non mancavano amministratori mantovani come il sindaco di Castel d’Ario e l’assessore all'ambiente di Roncoferraro. Dai Verdi mantovani, con il portavoce Mario Pavesi, agli amici di Grillo. A proposito, gli organizzatori della manifestazione stanno trattando con lo staff di Beppe Grillo per ottenere una piccola apparizione, durante lo spettacolo del comico genovese di questa sera a Villafranca, per esporre il problema dell’autodromo.

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domenica 16 settembre 2007

«Il traforo è solo un bel favore agli industriali»

IL COMITATO CONTRO LA GALLERIA. Sperotto: «Spiace che i politici non sentano noi cittadini»

da L'Arena 16/09/2007

Se da un lato Regione, Provincia e Comuni della Lessinia e Palazzo Barbieri insistono nel dire che il traforo delle Torricelle è indispensabile, dall’altro il comitato contro il tunnel non cede e taccia di «antidemocratici» industriali e politici che hanno organizzato l’incontro di Grezzana.
«Non sono sorpreso che chi vuole privilegiare i propri interessi economici - la serata era organizzata dagli industriali della Valpantena - non voglia ascoltarci, ma sono stupito che il "veto" al dibattito sia arrivato anche dal mondo politico presente che dovrebbe in realtà ascoltare i cittadini e invitarli a partecipare a scelte così importanti che andranno a ipotecare in maniera irreversibile il futuro di una città patrimonio dell’umanità», dice Alberto Sperotto, portavoce del comitato contro il traforo. «Rimango basito invece di fronte al fatto che la nostra realtà politica continui a prestare attenzione a chi sostiene che il traffico pesante commerciale debba passare tra quartieri densamente popolati: a un solo chilometro dall’ospedale di Borgo Trento e a due da piazza Bra. È evidente che non si vuole dare ascolto a quei 14.000 cittadini che hanno sottoscritto e presentato al sindaco di Verona una petizione contro quella che riteniamo un’opera insensata. Si vogliono ascoltare gli industriali ma non i pareri degli urbanisti secono i quali il traforo non toglierà una sola auto dal traffico urbano di regaste Redentore e via Mameli. E soprattutto non si vuole fare chiarezza: sarà lungo, corto, lunghissimo, a due canne, a una canna e due corsie larghe, in trincea, prevede uno o due ponti sull’Adige? Sbucherà a nord di Avesa e Quinzano o a sudest della frazione o in galleria artificiale per "salvare" San Rocco? E chi penserà a come tutelare le decine di migliaia di persone dei quartieri attraversati?»
Sperotto poi sottolinea anche il problema della tangenziale sud che diventerà un’autostrada a due corsie. «Non si dice ai cittadini che la tangenziale sud diventerà un raddoppio autostradale. Chi crede di risolvere tutti i problemi di viabilità con la creazione dell’anello circonvallatorio si troverà deluso anche dal traforo: l’anello rimarrà aperto a sud. Il buco sarà un grande affare per chi parteciperà al project financing: incasserà i ricavi del pedaggio delle tangenziali di Verona e provincia pari a 1,25 euro e il "dazio ombra" dei caselli autostradali che si affacciano sul nostro territorio, un altro euro e 25».A.Z.

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venerdì 14 settembre 2007

Ambiente. Riccardo Petrella:«L'acqua è scarsa. Il tempo è scaduto, la politica agisca»

Intervista al presidente del contratto mondiale

da Liberazione, 13 settembre 2007
di Castalda Musacchio

L'acqua scarseggia; se i governi non si convincono che si deve optare per uno sviluppo diverso, le risorse della terra sono destinate ad esaurirsi. Nel 2020 il rischio è che nel 60% del pianeta non si troverà più acqua potabile. Non è solo allarme, la prima conferenza nazionale dei Cambiamenti climatici promossa dal ministero dell'Ambiente e organizzata dall'Apat, apertasi ieri a Roma presso la sede della Fao lancia una vera emergenza. Una conferenza attesa che ha avuto anche un successo imprevisto, con ben oltre 20mila persone che l'hanno seguito ieri in diretta on line. A testimonianza che la questione dei cambiamenti climatici non può davvero che essere ai primi posti dell'agenda politica. Perché il tempo è finito. Anzi siamo oltre quello massimo. O perlomeno è questo il parere degli esperti, numerosi, che si sono susseguiti dal palco della "red room" del palazzo nella prima parte della sessione dedicata appunto alle "Risorse idriche". Le parole chiave sono note: limitare i consumi anche domestici attraverso interventi istituzionali, riconvertire lo sviluppo, rieducare i governi a considerare pubblico ciò che è un bene comune che sta per esaurirsi, come l'acqua appunto. E lo stesso Riccardo Petrella (presidente del comitato internazionale per il contratto mondiale dell'acqua) in uno degli interventi più applauditi della conferenza è tornato a dirlo con nettezza. «Le soluzioni tecniche? Ci sono. E' ora che la politica agisca».

Professor Petrella siamo al capolinea?
Se non si interviene direi proprio di sì. E' dagli anni '50 che sosteniamo che le soluzioni per uno sviluppo sostenibile ci sono. Esistono e sono note. Il che significa molto mi sembra. Il cambiamento climatico è dovuto a fattori antropici. Il punto, ora, è che occorre agire. Puntare su progetti concreti.

Il problema insomma è solo politico?
Esattamente, il nodo è tutto politico. Le cifre parlano chiaro. Nel 2020 più di 3 miliardi di persone non avranno accesso all'acqua perché è noto che il 60% della popolazione mondiale incapperà nella scarsezza di risorse idriche.

Allora?
Allora ribadisco le soluzioni tecnologiche esistono. Ma non si può pensare di continuare a dissimulare. Gli americani consumano circa 117 litri di acqua al giorno per persona. I belgi solo 106 e mi consenta la battuta non è che non si lavino. Come si vede il punto è un altro.

Quale?
Il punto è che occorre rieducare il pubblico. Occorre invertire una tendenza, altrimenti è chiaro che la finanza privata mondiale tra venti anni sarà la padrona assoluta delle risorse terrestri.

Ma quali azioni concrete si potranno realizzare?
Per esempio in agricoltura si possono modificare i sistema di irrigazione e far sì che da qui al 2012 vengano utilizzati sistemi a tutti noti che consumano certamente meno acqua di ciò che oggi si fa. Così come si deve assolutamente proibire la produzione di colture per le energie. Tutti sanno che per ogni litro di biocarburante si consumano 3mila litri di acqua dolce. Sono proprio questi i parametri. Così ancora come non si può pensare ormai di ridurre il flusso dei pesticidi del 50%? Insomma tutto si può fare e le soluzioni per evitare gli effetti dannosi dei cambiamenti climatici nel pianeta ci sono. Si conoscono perfettamente. E' ora che i governi si sveglino. Ritengo poi che vi siano anche azioni simboliche ma molto efficaci.

Per esempio?
Per esempio il governo italiano potrebbe tranquillamente riformare il settore delle acque minerali e impedire che si imbottigli nella plastica. E' noto che questa inquina o no? In definitiva ciò che voglio dire è che il tempo è scaduto. Se non si interviene ora non si potrà più agire.


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Comitato GENIUS LOCI: 16 settembre NO al progetto Motor City

La Bassa Veronese è in pericolo!
Su di essa incombe un progetto devastante, principalmente dal punto di vista ambientale ma anche da quello economico e sociale.

Questo progetto si chiama 'Motor City', la città del motore (a scoppio). Un tempio innalzato tra i comuni di Vigasio e Trevenzuolo in adorazione a quella tecnologia che nel 2007 dovrebbe iniziare ad appartenere al passato.
Un tempio che con i suoi 4.560.000 mq (!) di cemento unirà i due comuni sopra citati che tuttora distano poco più di 6 km!!

Questo tempio è stato anche definito il 'mostro a quattro teste' perchè si suddividerà in più aree:
1. un autodromo
2. un centro commerciale (l'ennesimo nella provincia di Verona)
3. un parco divertimenti tematico
4. una zona industriale

Tutto questo a danno delle piccole attività commerciali ed artigianali della zona, a danno di un'aria già irrespirabile (a metà strada tra Mantova e Verona, le due città più inquinate d'Italia) e a danno del terreno e dell'acqua che nella zona producono il rinomato riso Vialone Nano.

Per questo diciamo NO al progetto Motor City - Autodromo del Veneto!
Portato avanti senza nè consultare nè informare adeguatamente la cittadinanza!
Ideato e finanziato anche dalla Regione Veneto, per darlo in gestione interamente a società private.

Domenica 16 settembre 2007 manifesteremo il nostro dissenso

PROGRAMMA:

ore 10.00: in contemporanea dalla piazza della chiesa di Povegliano, Vigasio, Isola della Scala, Erbè e Castelbelforte confluire in bicicletta a Trevenzuolo nella piazza della chiesa

ore 11.00: partenza da Trevenzuolo per arrivare in località Campagnamagra di Vigasio

ore 13.00: pranzo

pomeriggio: possibilità di passeggiate nei dintorni

ore 17.00: incontro-dibattito

ore 19.00: cena e intrattenimento musicale

info.e-mail: iltiglio@altervista.org
info.cell: 3493699316

Comitato GENIUS LOCI

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