venerdì 24 ottobre 2008

NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!

NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!

universit.jpgDi Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc


manifestazione 17 ottobre - foto Flavia Fasano

«Noi la crisi non la paghiamo!» Questo slogan, che caratterizza le manifestazioni del movimento, mi pare rappresenti al meglio la piena politicità di questa stagione di lotte. La controriforma della Gelmini è stato l'elemento di innesco della protesta e il suo ritiro è l'obiettivo principale. Il movimento esprime però una capacità di "leggere la fase" che mette in discussione non solo il berlusconismo ma l'intera stagione neoliberista e l'egemonia dell'impresa sui disegni di riforma sociale.
Un movimento di tutta la scuola, dagli studenti agli insegnanti ai genitori, dove la comunicazione politica passa in primo luogo all'interno stesso del movimento, tra i diversi soggetti e le diverse generazioni che lo compongono. Un movimento radicalmente non violento che nel suo "non ci rappresenta nessuno" pone - a noi in primo luogo - un problema di riforma dell'agire politico che parta dalla capacità di costruzione sociale, dalla critica della rappresentanza come forma separata della politica.

Non è un caso che le mobilitazioni nelle scuole, nelle università, negli enti pubblici di ricerca dilagano assumendo le forme di un movimento ampio e generalizzato che non solo si oppone ai disegni regressivi del governo Berlusconi, ma mette in discussione, nel complesso la passivizzazione e il conformismo.

Inoltre, oggi, in una fase in cui la produzione di conoscenza è diventata un nodo centrale dello sviluppo e delle contraddizioni capitalistiche, questo movimento mette in scena una grande capacità di lettura, di andare alla radice, di cogliere i nessi tra la gestione governativa della crisi e i tagli all'istruzione pubblica («noi la crisi non la paghiamo» appunto), tra i tagli occupazionali e i tagli alla qualità della conoscenza e alla qualità del futuro («non tagliateci il futuro»), tra l'impoverimento dei processi formativi e la riduzione degli spazi di agibilità democratica, tra recessione e repressione.

Il carattere espansivo di questo movimento sembra essere basato, dunque, sulla capacità di dare una risposta complessiva all'attacco sistemico (dalle elementari agli enti di ricerca) portato avanti da questo governo: la definitiva messa in discussione della funzione sociale della formazione e della ricerca pubblica.

L'impressione è che si stia configurando un processo ampio che unisce le generazioni attorno all'idea che il bene pubblico della conoscenza sia garantito a tutte e tutti. Genitori, studenti medi e universitari, dottorandi, ricercatori precari, lavoratori tecnici e amministrativi, docenti di ogni ordine e grado sono oggi uniti nella lotta contro l'obiettivo del governo di dismettere la struttura pubblica della formazione andando a ledere i principi basilari della nostra Costituzione repubblicana.

E' un movimento che nasce
nelle scuole e nelle università ma parla alla società tutta, che occupa non solo le strade, ma le città. Il mondo è scosso dalla crisi dei mercati finanziari e da un modo capitalistico di produzione che dimostra di non essere compatibile con lo sviluppo umano e con l'aspirazione a una società democratica dove sviluppo economico e benessere sociale si muovano all'unisono. Il Governo Berlusconi invece di portare avanti una politica seria di sostegno alla domanda, aumentando da un lato il potere d'acquisto delle famiglie e allargando dall'altro gli spazi di accesso alla conoscenza, risorsa fondamentale per produrre uno sviluppo qualitativo delle società contemporanee, risponde alla crisi in modo regressivo, mostrando a pieno il suo volto reazionario.
Il sistema bancario vacilla e il governo gli corre in soccorso mettendo a disposizione dei responsabili della crisi fiumi di risorse sottratte alle famiglie. Non si tagliano gli armamenti, non si bloccano progetti inutili e dannosi come la Tav o il ponte sullo Stretto di Messina, ma si riduce la spesa sociale e si massacrano ricerca e istruzione pubblica. Se il progetto del governo andrà in porto, a breve 85mila insegnanti e 45mila lavoratori tecnici e amministrativi delle scuole verranno mandati a casa. Con il taglio di circa 1.500 milioni di euro alle Università a cui si aggiunge il blocco sostanziale delle assunzioni, decine di migliaia di precari della ricerca dovranno abbandonare il paese o ancor peggio ripiegare su altre prospettive di lavoro, mentre 57mila lavoratori precari del comparto pubblico da qui a sei mesi non si vedranno rinnovati i contratti pur avendo maturato i requisiti per le stabilizzazioni previste nelle due passate leggi finanziarie.

E poi l'opzione scellerata offerta a scuole e università, atterrate dal taglio dei finanziamenti pubblici, di trasformarsi in fondazioni regalando di fatto ai privati la possibilità di gestire risorse e strutture pubbliche, condizionando pesantemente la formazione e la ricerca nel nostro paese. Per non parlare dello svuotamento del tempo pieno, che invece di essere esteso anche in quelle realtà, soprattutto meridionali, dove non è mai stato veramente applicato, viene ridotto o quantomeno svuotato di significato, mentre con la reintroduzione della "maestra unica" e del voto in condotta si ripropone un modello di scuola gerarchico e autoritario.

Questa è la società che ci propone la destra. Dove la scuola è ridotta a palestra di conformismo e la ricerca precarizzata, schiava dei capricci di un mercato instabile. L'altro aspetto della gestione governativa della recessione è l'autoritarismo repressivo: dall'esercito nelle città al 5 in condotta alla minaccia della polizia nelle università. Questo movimento però è troppo vasto e la minaccia dell'uso della forza non è in grado di fermarlo.

Da un lato, abbiamo un governo che ci propone classismo, stato di polizia, razzismo istituzionale, anche attraverso l'istituzione di classi separate per i cittadini migranti; dall'altro una intera articolazione sociale che denuda il re, mostrando tutta la vitalità democratica, la rabbia ma anche la gioia di una società che chiede di investire nella conoscenza come bene comune.


Dobbiamo operare in questo movimento
, per la sua crescita e la sua vittoria. Dobbiamo lavorare a saldare concretamente la lotta per la conoscenza come bene comune con la lotta al carovita. Sono due aspetti della stessa medaglia, l'ha capito il movimento lo può capire la maggioranza del paese. Lo sbocco politico del movimento è la sua vittoria, cioè il ritiro del decreto Gelmini. A questo sbocco politico dobbiamo lavorare, sia dentro il movimento sia allargando il più possibile la mobilitazione contro il carovita. Al congresso avevamo scommesso sulla possibilità di dar vita ad un autunno caldo. Adesso la temperatura è già salita di un bel po', compito nostro trovare i nessi tra il disagio sociale diffuso e la lotta, tra la lotta contro il governo e quella contro Confindustria; nostro compito lavorare ad allargare il movimento. «La crisi noi non la paghiamo» deve diventare la nostra parola d'ordine, sin dalla mobilitazione del 25.


Roma, 24 Ottobre 2008

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